P
ochi sanno che il suo nome musulmano èSulaimon Saud, ma è risaputo che McCoyè nato a Philadelphia e che a dicembre festegge-rà il suo ottantesimo compleanno. La primavolta che ascoltai una sua incisione dovevaessere il 1960 o giù di lì. Mi erano giunti dagliStati Uniti un paio di dischi appena pubblicati.Il primo era del sestetto del trombonistaCurtis Fuller, un musicista che apprezzavomolto. Il secondo era stato inciso dal celebreJazztet di Art Farmer e Benny Golson, il sasso-fonista che aveva suonato fino a poco tempo prima con i Jazz Messengers di Art Blakey.Debbo dire che quelle incisioni non mi diede-ro grandi emozioni. Jazz canonico nella linea diquanto si stava all’epoca facendo a Detroit ePhiladelphia, ma nulla di più. Oltre ai leader, inquei dischi suonavano musicisti ben conosciuti,la tromba Thad Jones, i batteristi LexHumphries e Dave Bailey e i bassisti JimmyGarrison e Addison Farmer, fratello gemello diArt che scomparve prematuramente nel 1963 asoli trentacinque anni. L’unico nome che nonavevo mai sentito era quello del pianistaMcCoy Tyner. Ammetto che mi lasciò abba-stanza indifferente.Suonava alla Bud Powell, ma quale distanzadal genio di uno dei creatori del bop! In uno dei brani inciso con il Jazztet, il celebre Avalon lan-ciato nel 1920 dal cantante blackface Al Jolson, protagonista del primo film sonoro, il suo asso-lo a tempo veloce, pur eseguito con una tecnicaassolutamente brillante, appariva ritmicamentescorretto ed inconcludente.Fatto ancor più evidente se messo a confron-to con il successivo di Curtis Fuller assoluta-mente perfetto nella sua precisione. Perciòavevo in un certo senso archiviato il nome diquesto giovane pianista fra i tanti che quasigiornalmente apparivano nelle cronache del jazz. Grande fu la mia sorpresa quando pochimesi dopo giunsero, sempre dagli Stati Uniti,altri dischi pubblicati a nome di John Coltrane.Stentavo a credere che il pianista di quelquartetto fosse lo stesso McCoy Tyner che miaveva in parte deluso nelle incisioni di pochesettimane prima. Con il sassofonista, lo stile delventiduenne McCoy Tyner si era completamen-te trasformato. Non più le lunghe linee «alla Bud Powell»,ma raddoppi di ottave, combinazioni di accordinuovi, inusitati e di grande effetto sonoro.Coltrane aveva trovato il suo partner ideale el’ascendente che esercitava su McCoy fu deter-minante nella creazione di un numero assai altodi piccoli e grandi capolavori realizzati nei suc-cessivi cinque anni. Ma non solo. In quella prima metà degli anni Sessanta, McCoy Tyner fu, con Bill Evans, il pianista più ammirato edimitato in ogni parte del mondo. Quando poi nel1962 e 1963 McCoy incise per Impulse i primidischi a suo nome, fu la consacrazione.Le sue versioni di
Blue Monk
,
Round About Midnight
e l’ellingtoniano
Satin Doll
dimostra-vano una inventiva melodica ed una chiarezza diidee assolutamente innovative. Parlando di luiJohn Coltrane si espresse in termini altamenteelogiativi: «McCoy possiede un suono persona-le. Grazie poi ai frammenti di modo che usa edella maniera in cui li dispone, questo suono èmolto più brillante di quanto ci si potrebbeaspettare dai tipi di accordi che suona».Fino al 1978 i miei rapporti con McCoy silimitavano all’ascolto delle sue incisioni. Poimercoledì 19 luglio ebbi la possibilità di assi-stere ad un suo concerto a Villalago di Terninell’ambito di Umbria Jazz, la stessa sera in cuisuonò anche il trio di Bill Evans con LeeKonitz. Serata indimenticabile per la presenzadei due pianisti più importanti e significatividell’epoca. Avevo già incontrato Bill Evans alfestival di Pescara nove anni prima.Anzi lo avevo conosciuto molto bene perchéfui io a presentare le prime edizioni di quelfestival. Ero assai curioso di incontrare McCoye conoscerlo personalmente. Lo trovai schivo,di poche parole, ma gentile e a volte ingenuo.Quell’edizione di Umbria Jazz era decisamentestraordinaria. Vi suonarono le Big Bands diDizzy Gillespie, Buddy Rich, Lionel Hampton,Carla Bley e i gruppi di Freddie Hubbard, Clark Terry con Shelly Manne e diversi nostri musici-sti, Giovanni Tommaso, Gianni Basso conLarry Nocella, i Saxes Machine.Insomma tre giorni di grande jazz. Ma le dueesibizioni di McCoy, la prima a Villalago, laseconda a Castiglion del Lago (Umbria Jazz eraancora itinerante), fu però una delusione. Avevonelle orecchie le straordinarie incisioni conColtrane, quelle in trio con Lex Humphries eSteve Davis, fra cui lo stupendo
Nights of Ballads and Blues
per Impulse e le altre per Blue Note, fra cui
Asante
,
Song for My Lady
,
Atlantis
,
Trident
.Adistanza di trent’anni non ricordo se la delu-sione fosse dovuta al confronto con Bill Evansche si era esibito accompagnato da Mark Johnsone da un sensazionale Philly Jo Jones e che aVillalago aveva suonato prima di McCoy, oppureal gruppo che aveva portato in tournée che com- prendeva, con l’esclusione di George Adams,musicisti di scarso rilievo, fra cui il percussioni-sta Guilherme Franco che non seppe inserirsi conintelligenza e sensibilità nell’atmosfera creatadalla musica di quel pianista che malgrado tuttodimostrava sempre la sua genialità.
Negli anni successivi ebbi molte altre voltel’occasione di incontrarlo ed ascoltarlo incondizioni assolutamente migliori. Partecipòanche a qualche mia trasmissione.Soprattutto a Radiouno Jazz Serata cheancor oggi rimane uno dei programmi radio-fonici culto e non solo della radio italiana.
La sua disponibilità di esibirsi nel corso diuna trasmissione in diretta, la cui durata era ditre ore e che nasceva all’insegna della più com- pleta improvvisazione, è impressa nella miamemoria.
Adriano Mazzoletti
D
ieci anni fa, quando ancora vivevamonel XX secolo, quando scegliere di per-correre le vie del jazz rappresentava unasfida ambiziosa ed un salto nel vuoto, quan-do il mito americano era ancora mito ameri-cano dunque quasi inarrivabile, RobertaGambarini, talentuosa cantante torineseforte di una solida maturità artistica, hapreso il volo per gli States. Ed è a New Yorkche ha deciso di vivere.Si tratterrà in Italia per pochi appunta-menti lavorativi: Lucca, Ravenna e Roma inchiusura, per un concerto presso la Casa delJazz ed una Master Class presso il SaintLouis College of Music.
Esita a rispondere alla domanda «ha nostal-gia del nostro Paese?».Sgrana gli occhi nonsapendo dove posare lo sguardo, prende tempo. Significa che di nostalgia non ne ha. Poisi spieg
a: «Ho nostalgia dei miei punti fissi, ed i punti fissi per me sono gli affetti, non i luoghi.Non riuscirei a fare a meno della mia famiglia e delle amicizie che ho in Italia, ma con queste persone, la cui presenza è per me fondamenta- le, c’è un filo diretto continuo. È per questo che fare ritorno in Europa due, tre volte all’anno mi basta.»
È una donna affascinante, dai modi decisi,energici e delicati al tempo stesso. Così rac-conta dei primi passi mossi nella sua città,Torino.
«A Torino il jazz lo ricordo da sempre. Una vera e propria tradizione. Sarà che i miei genito- ri mi portavano ai concerti sin da quando ero piccola, rendendomi familiare questo meravi- glioso linguaggio, sarà che i jazzisti dell’area pie- montese sono sempre stati estremamente vali- di, e che a Torino è stato di casa il JVC Jazz Festival (manifestazione musicale internaziona- le nata nel 1984 n.d.r.). La mia formazione musicale è stata classica, con lo studio del cla- rinetto e del canto classico. L’avvicinamento al mondo del jazz è stato da autodidatta, affidato a seminari estivi ma in primis ai dischi. Quando ho compiuto diciotto anni mi sono spostata a Milano, dove ho vissuto e lavorato fino al trasfe- rimento negli Stati Uniti. Ed ho lavorato moltissi- mo, insegnando e facendo serate.»
È stato un percorso artistico difficile o, percircostanze più o meno casuali, più o menofortunate, un percorso in discesa?
Non c’è mai stato nulla di facile sulla via della mia realizzazione. Il percorso è stato molto duro, ma oggi dico che è così che doveva esse- re. Occorre faticare, lavorare sodo per ottenere una buona formazione. Nel mio caso, non mi stanco mai di ripetere che la scelta coraggiosa è stata a priori, nel momento in cui ho deciso che la mia strada era il canto jazz, è quindi come dire che quando sono arrivata in America ero già allenata, corazzata.
Qualcuno a cui dire grazie?
Sicuramente alla mia famiglia. I miei genitori sono il motore di tutto, la fiducia nelle mie capa- cità non li ha mai abbandonati; vengo da una famiglia operaia quindi il supporto materiale è mancato, ma quello morale, davvero indispen- sabile, non è mai venuto meno. Mai un tenten- namento, ma una forza che mi ha sostenuta di tipo quasi surreale.
Ci sono delle figure artistiche che per leihanno svolto il ruolo di un mentore…
Decisamente si. Benny Carter, il grande sas- sofonista. Oltre ad avere avuto un peso come musicista per la mia formazione, è stato l’arti- sta e l’amico che ha organizzato il mio primo concerto a Los Angeles. Anche per questo Los Angeles, in cui Benny Carter abitava, è una delle città che più amo… per una motivazione affetti- va. E James Moody, altro grande sassofonista.A lui mi lega un progetto che mi vedrà a fine marzo a San Diego, in California.
Quali i progetti a breve e a lungo termine?
Innumerevoli. Per citarne alcuni: in aprile miattende il Savannah Festival, in Georgia, in duocon Hank Jones con cui ho inciso
You Are There
. A fine primavera mi attende la DizzyGillespie All Star Big Band diretta da Hampton.Dal punto di vista discografico, prossimamen- te registrerò in California un Songbook, unaraccolta, dedicata a Dave Brubeck.
Le clinics hanno sempre un’importanza rile- vante: permettono di valutare il pubblico chesi ha di fronte in maniera non superficiale,tanto più quando è composto da giovaniaspiranti cantanti. Oltre a mettersi in giocoper tenere alta la concentrazione. Il bilanciodi Roberta Gambarini?
Sono soddisfatta e molto ottimista. Registro sempre un alto livello di maturità e di attenzione,i ragazzi si mostrano sensibili e aperti. Nessuna differenza tra un pubblico di giovani italiani, ame- ricani o giapponesi: le nuove generazioni sono decisamente recettive.È ciò che emerge costantemente anche durante i seminari che tengo presso l’Università dell’Idaho. Entusiasmo. E questo entusiasmo è universale…
È minuta, a guardarla bene, ma non riescia vederla per quel che è. Mentre la osserviripensi a tutte le foto che hai visto scorreresul suo space, e dalle quali non riuscivi astaccare gli occhi. Era come ammirare Gilda-Rita Hayworth, la stessa classe di una splen-dida attrice anni Quaranta. Poi la lasci scivo-lare via, pensando che quelle stesse foto leriguarderai il prima possibile, ma stavoltacon una ricchezza nuova: averla ascoltatacantare, averle parlato, averla sfiorata.
Music In
Aprile Maggio 2008
McCOYTYNER di Adriano Mazzoletti