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MUSIC IN n. 5

MUSIC IN n. 5

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MUSIC IN n. 5
APRILE-MAGGIO 2008
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MAGAZINE A CURA DEL SAINT LOUIS COLLEGE OF MUSIC

Direttore: ROMINA CIUFFA
Editore: STEFANO MASTRUZZI

SAINT LOUIS COLLEGE OF MUSIC
www.slmc.it

Rubriche
Jazz&Blues Rossella GAUDENZI
Pop&Rock Valentina GIOSA
Edge&Back Corinna NICOLINI
Classica&Opera Flavio FABBRI
SoundTracking Roberta MASTRUZZI
MusicALL Romina CIUFFA
Feedback Romina CIUFFA

Redazione
Via del Boschetto, 106 - 00184 Roma
Tel 06.4544.3086 Fax 06.4544.3184
MUSIC IN n. 5
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Da poco concluso il Festival di Sanremo, chissà se questo duo vincito-re farà strada o se seguirà la parabola discendente dei Jalisse, che tuttoraimperversano per le sagre di paese proponendo dal 1997 la loro toccante“Fiumi di parole”. Recentemente è stata anche tradotta in spagnolo; inundici anni non sono ancora riusciti a scrivere un’altra canzone? AncheMiguel Bosè ha svolto un’operazione di restyling della sua “Se non torni”riproponendola in spagnolo con un arrangiamento freschissimo, in pienostile anni Novanta. Sinceramente non ho capito se si tratti della stessacanzone o di un’altra che plagia se stessa, in tutti e due i casi non ne sen-tivamo il bisogno.Verrebbe da pensare che non ci siano più gli autori,quelli che scrivono testi e musica di professione. Come d’altronde vieneda pensare che non esistano più i cantanti e i musicisti di professione. InItalia siamo abituati ai dilettanti, che ci provano, che si sfidano, quelli chenon sanno fare nulla ma magari nessuno se ne accorge.E poi c’è la politica italiana, che per molti artisti rappresenta la tavola per mantenersi sulla cresta dell’onda, di quelle di Ostia però, alte poco più di quaranta centimetri. Ogni politico ha il suo testimonial in questeelezioni e saprà (leggi dovrà) ringraziarlo a dovere in caso di esito posi-tivo. Ma davvero c’è qualcuno che voterebbe Mastella solo perchéappoggiato dal proprio cantante preferito? Se così fosse, allora ci meritia-mo Simona Ventura, Morgan, l’immondizia campana e la diossina nellamozzarella. L’artista dovrebbe essere per natura dinamicamente avversoalle logiche di palazzo, libero, nel pensiero e nella creazione, non dovreb- be chiedere mai, come l’uomo della Mennen. Diffido di tutti i cantantiche sostengono l’una o l’altra parte, ne ho conosciuti tanti e tanti relativiretroscena da poter assicurare che c’è molta poca nobiltà in queste sim- boliche simbiosi di ideali, la mano sul cuore in pubblico sì, ma per sag-giare il portafoglio. E allora, vota Apicella al Quirinale.
Stefano Mastruzzi
LA NUOVA SFIDA DIISMAEL IVO
di Rossella Gaudenzi
Ha scosso gli animi e le coscienze con la sua,se così vogliamo definirla, «trilogia del corpo».
 Body Attack 
(2005), che è corpo che attacca, proiettato verso l’esteriorità;
Underskin
(2006),
 
ricerca interiore che serpeggia sot-topelle;
 Body&Eros
(2007),indagine del rapportocon l’Eros, croce edelizia, demone del-l’umanità del III millen-nio, per cogliere intuizio-ne, sensualità, ricercadella libertà interiore edell’equilibrio con ildionisiaco.
Ismael Ivo
ha ana-lizzato, scavato, postodomande sin dall’ini-zio della sua carriera didirettore del Festival diDanza della Biennale di Venezia,concentrando l’interesse (...)
FONDERIAUNO PIÙUNO FATRE
di Romina Ciuffa
Chiedo a
LucaPietropaoli
, che suonatromba, flicorno, cor-netto e altre cose, comefa. Insomma, sono anniche lo incontro e ogni volta lo vedo su unodiverso. Mi sono chiesta se non fosse un’inde-cisione la sua, finché non l’ho trovato fra imembri della Fonderia. Allora ho capito.Fondere quello che c’è, gli strumenti e lesonorità, e fondersi. La Fonderia nasce neldicembre del 1994 come un progetto dedicatoall’improvvisazione e alla contaminazione disuoni e generi. Sono Emanuele Bultrini (chitar-re), Stefano Vicarelli (piano, synth), Federico Nespola (batteria) e lui, Luca Pietropaoli (trom- ba), affiancati dal basso di Claudio Mosconi.Hanno pubblicato il secondo album
 Re>>Enter 
dopo il disco d’esordio Fonderia. (...)
DALLAAI MENDICANTI
di Maria Luisa Tagariello
Il mendicante è Marco Alemanno. È anchel’autore dell’opera, ed entra in scena qui.Incontra il direttore del teatro: «Vedi, - gli dice- siamo degli attori, non grandi cantanti, genteabituata a tutto: dire bugie, pisciare nei lavandi-ni, capisci? Il Teatro Comunale non fa per noi,molto meglio il Duse».Comincia così la
 Beggar’s Opera
di
Lucio Dalla
.Il mendicante spiegaal pubblico perché lospettacolo va in scenanel secondo teatro diBologna: si tratta di unacommedia satirica, unastoria popolare nata daarie popolari, «non è per gente impellicciata daComunale». E di operain senso stretto infattinon si tratta. (...)
STEFANOMASTRUZZIEDITORE
   P  e  r   i  o   d   i  c  o   d   i   i  n   f  o  r  m  a  z   i  o  n  e ,  a   t   t  u  a   l   i   t   à  e  c  u   l   t  u  r  a  m  u  s   i  c  a   l  e  a  c  u  r  a   d  e   l   S  a   i  n   t   L  o  u   i  s   C  o   l   l  e  g  e  o   f   M  u  s   i  c
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STEFANO MASTRUZZI
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SALVATORE MASTRUZZI
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ROMINACIUFFA
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Romina CIUFFAbeyond@musicin.euFlavio FABBRI classica@musicin.euRossella GAUDENZI jazzblues@musicin.euValentina GIOSApoprock@musicin.euRoberta MASTRUZZI soundtrack@musicin.euCorinna NICOLINI edge@musicin.eu
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Litografica Iride SrlVia della Bufalotta, 224 - Roma
Contributi
Lorenzo Bertini, Nicola Cirillo,Giosetta Ciuffa, Stefano Cuzzocrea,Sara Di Francesca, Francesca Di Macco,Matteo Grandi, Adriano Mazzoletti,Paolo Romano, Maria Luisa Tagariello,Ersilia Verlinghieri, Eugenio VicedominiAnno II n. 5Aprile-Maggio 2008Registrazione presso il Tribunale di Roman. 349 del 20 luglio 2007
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AAA AUTORI CERCASI
 Artisti al seguito di uomini sotto elezione, tanto una mano lava l’altra,cantanti la cui vena creativa, se mai esistita, si è trasformata in un capillare;e un gran bisogno di menti brillanti che non siano in debito né con la politica né con la televisione
SPECIALE MAGGIO
 
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ochi sanno che il suo nome musulmano èSulaimon Saud, ma è risaputo che McCoyè nato a Philadelphia e che a dicembre festegge-rà il suo ottantesimo compleanno. La primavolta che ascoltai una sua incisione dovevaessere il 1960 o giù di lì. Mi erano giunti dagliStati Uniti un paio di dischi appena pubblicati.Il primo era del sestetto del trombonistaCurtis Fuller, un musicista che apprezzavomolto. Il secondo era stato inciso dal celebreJazztet di Art Farmer e Benny Golson, il sasso-fonista che aveva suonato fino a poco tempo prima con i Jazz Messengers di Art Blakey.Debbo dire che quelle incisioni non mi diede-ro grandi emozioni. Jazz canonico nella linea diquanto si stava all’epoca facendo a Detroit ePhiladelphia, ma nulla di più. Oltre ai leader, inquei dischi suonavano musicisti ben conosciuti,la tromba Thad Jones, i batteristi LexHumphries e Dave Bailey e i bassisti JimmyGarrison e Addison Farmer, fratello gemello diArt che scomparve prematuramente nel 1963 asoli trentacinque anni. L’unico nome che nonavevo mai sentito era quello del pianistaMcCoy Tyner. Ammetto che mi lasciò abba-stanza indifferente.Suonava alla Bud Powell, ma quale distanzadal genio di uno dei creatori del bop! In uno dei brani inciso con il Jazztet, il celebre Avalon lan-ciato nel 1920 dal cantante blackface Al Jolson, protagonista del primo film sonoro, il suo asso-lo a tempo veloce, pur eseguito con una tecnicaassolutamente brillante, appariva ritmicamentescorretto ed inconcludente.Fatto ancor più evidente se messo a confron-to con il successivo di Curtis Fuller assoluta-mente perfetto nella sua precisione. Perciòavevo in un certo senso archiviato il nome diquesto giovane pianista fra i tanti che quasigiornalmente apparivano nelle cronache del jazz. Grande fu la mia sorpresa quando pochimesi dopo giunsero, sempre dagli Stati Uniti,altri dischi pubblicati a nome di John Coltrane.Stentavo a credere che il pianista di quelquartetto fosse lo stesso McCoy Tyner che miaveva in parte deluso nelle incisioni di pochesettimane prima. Con il sassofonista, lo stile delventiduenne McCoy Tyner si era completamen-te trasformato. Non più le lunghe linee «alla Bud Powell»,ma raddoppi di ottave, combinazioni di accordinuovi, inusitati e di grande effetto sonoro.Coltrane aveva trovato il suo partner ideale el’ascendente che esercitava su McCoy fu deter-minante nella creazione di un numero assai altodi piccoli e grandi capolavori realizzati nei suc-cessivi cinque anni. Ma non solo. In quella prima metà degli anni Sessanta, McCoy Tyner fu, con Bill Evans, il pianista più ammirato edimitato in ogni parte del mondo. Quando poi nel1962 e 1963 McCoy incise per Impulse i primidischi a suo nome, fu la consacrazione.Le sue versioni di
 Blue Monk 
,
 Round About  Midnight 
e l’ellingtoniano
Satin Doll 
dimostra-vano una inventiva melodica ed una chiarezza diidee assolutamente innovative. Parlando di luiJohn Coltrane si espresse in termini altamenteelogiativi: «McCoy possiede un suono persona-le. Grazie poi ai frammenti di modo che usa edella maniera in cui li dispone, questo suono èmolto più brillante di quanto ci si potrebbeaspettare dai tipi di accordi che suona».Fino al 1978 i miei rapporti con McCoy silimitavano all’ascolto delle sue incisioni. Poimercoledì 19 luglio ebbi la possibilità di assi-stere ad un suo concerto a Villalago di Terninell’ambito di Umbria Jazz, la stessa sera in cuisuonò anche il trio di Bill Evans con LeeKonitz. Serata indimenticabile per la presenzadei due pianisti più importanti e significatividell’epoca. Avevo già incontrato Bill Evans alfestival di Pescara nove anni prima.Anzi lo avevo conosciuto molto bene perchéfui io a presentare le prime edizioni di quelfestival. Ero assai curioso di incontrare McCoye conoscerlo personalmente. Lo trovai schivo,di poche parole, ma gentile e a volte ingenuo.Quell’edizione di Umbria Jazz era decisamentestraordinaria. Vi suonarono le Big Bands diDizzy Gillespie, Buddy Rich, Lionel Hampton,Carla Bley e i gruppi di Freddie Hubbard, Clark Terry con Shelly Manne e diversi nostri musici-sti, Giovanni Tommaso, Gianni Basso conLarry Nocella, i Saxes Machine.Insomma tre giorni di grande jazz. Ma le dueesibizioni di McCoy, la prima a Villalago, laseconda a Castiglion del Lago (Umbria Jazz eraancora itinerante), fu però una delusione. Avevonelle orecchie le straordinarie incisioni conColtrane, quelle in trio con Lex Humphries eSteve Davis, fra cui lo stupendo
 Nights of  Ballads and Blues
 per Impulse e le altre per Blue Note, fra cui
 Asante
,
Song for My Lady
,
 Atlantis
,
Trident 
.Adistanza di trent’anni non ricordo se la delu-sione fosse dovuta al confronto con Bill Evansche si era esibito accompagnato da Mark Johnsone da un sensazionale Philly Jo Jones e che aVillalago aveva suonato prima di McCoy, oppureal gruppo che aveva portato in tournée che com- prendeva, con l’esclusione di George Adams,musicisti di scarso rilievo, fra cui il percussioni-sta Guilherme Franco che non seppe inserirsi conintelligenza e sensibilità nell’atmosfera creatadalla musica di quel pianista che malgrado tuttodimostrava sempre la sua genialità.
Negli anni successivi ebbi molte altre voltel’occasione di incontrarlo ed ascoltarlo incondizioni assolutamente migliori. Partecipòanche a qualche mia trasmissione.Soprattutto a Radiouno Jazz Serata cheancor oggi rimane uno dei programmi radio-fonici culto e non solo della radio italiana.
La sua disponibilità di esibirsi nel corso diuna trasmissione in diretta, la cui durata era ditre ore e che nasceva all’insegna della più com- pleta improvvisazione, è impressa nella miamemoria.
Adriano Mazzoletti
ieci anni fa, quando ancora vivevamonel XX secolo, quando scegliere di per-correre le vie del jazz rappresentava unasfida ambiziosa ed un salto nel vuoto, quan-do il mito americano era ancora mito ameri-cano dunque quasi inarrivabile, RobertaGambarini, talentuosa cantante torineseforte di una solida maturità artistica, hapreso il volo per gli States. Ed è a New Yorkche ha deciso di vivere.Si tratterrà in Italia per pochi appunta-menti lavorativi: Lucca, Ravenna e Roma inchiusura, per un concerto presso la Casa delJazz ed una Master Class presso il SaintLouis College of Music.
Esita a rispondere alla domanda «ha nostal-gia del nostro Paese?».Sgrana gli occhi nonsapendo dove posare lo sguardo, prende tempo. Significa che di nostalgia non ne ha. Poisi spieg
a: «Ho nostalgia dei miei punti fissi, ed i punti fissi per me sono gli affetti, non i luoghi.Non riuscirei a fare a meno della mia famiglia e delle amicizie che ho in Italia, ma con queste persone, la cui presenza è per me fondamenta- le, c’è un filo diretto continuo. È per questo che fare ritorno in Europa due, tre volte all’anno mi basta.»
È una donna affascinante, dai modi decisi,energici e delicati al tempo stesso. Così rac-conta dei primi passi mossi nella sua città,Torino.
«A Torino il jazz lo ricordo da sempre. Una vera e propria tradizione. Sarà che i miei genito- ri mi portavano ai concerti sin da quando ero piccola, rendendomi familiare questo meravi- glioso linguaggio, sarà che i jazzisti dell’area pie- montese sono sempre stati estremamente vali- di, e che a Torino è stato di casa il JVC Jazz Festival (manifestazione musicale internaziona- le nata nel 1984 n.d.r.). La mia formazione musicale è stata classica, con lo studio del cla- rinetto e del canto classico. L’avvicinamento al mondo del jazz è stato da autodidatta, affidato a seminari estivi ma in primis ai dischi. Quando ho compiuto diciotto anni mi sono spostata a Milano, dove ho vissuto e lavorato fino al trasfe- rimento negli Stati Uniti. Ed ho lavorato moltissi- mo, insegnando e facendo serate.»
È stato un percorso artistico difficile o, percircostanze più o meno casuali, più o menofortunate, un percorso in discesa?
Non c’è mai stato nulla di facile sulla via della mia realizzazione. Il percorso è stato molto duro, ma oggi dico che è così che doveva esse- re. Occorre faticare, lavorare sodo per ottenere una buona formazione. Nel mio caso, non mi stanco mai di ripetere che la scelta coraggiosa è stata a priori, nel momento in cui ho deciso che la mia strada era il canto jazz, è quindi come dire che quando sono arrivata in America ero già allenata, corazzata.
Qualcuno a cui dire grazie?
Sicuramente alla mia famiglia. I miei genitori sono il motore di tutto, la fiducia nelle mie capa- cità non li ha mai abbandonati; vengo da una famiglia operaia quindi il supporto materiale è mancato, ma quello morale, davvero indispen- sabile, non è mai venuto meno. Mai un tenten- namento, ma una forza che mi ha sostenuta di tipo quasi surreale.
Ci sono delle figure artistiche che per leihanno svolto il ruolo di un mentore…
Decisamente si. Benny Carter, il grande sas- sofonista. Oltre ad avere avuto un peso come musicista per la mia formazione, è stato l’arti- sta e l’amico che ha organizzato il mio primo concerto a Los Angeles. Anche per questo Los Angeles, in cui Benny Carter abitava, è una delle città che più amo… per una motivazione affetti- va. E James Moody, altro grande sassofonista.A lui mi lega un progetto che mi vedrà a fine marzo a San Diego, in California.
Quali i progetti a breve e a lungo termine?
Innumerevoli. Per citarne alcuni: in aprile miattende il Savannah Festival, in Georgia, in duocon Hank Jones con cui ho inciso
You Are There 
. A fine primavera mi attende la DizzyGillespie All Star Big Band diretta da Hampton.Dal punto di vista discografico, prossimamen- te registrerò in California un Songbook, unaraccolta, dedicata a Dave Brubeck.
Le clinics hanno sempre un’importanza rile- vante: permettono di valutare il pubblico chesi ha di fronte in maniera non superficiale,tanto più quando è composto da giovaniaspiranti cantanti. Oltre a mettersi in giocoper tenere alta la concentrazione. Il bilanciodi Roberta Gambarini?
Sono soddisfatta e molto ottimista. Registro sempre un alto livello di maturità e di attenzione,i ragazzi si mostrano sensibili e aperti. Nessuna differenza tra un pubblico di giovani italiani, ame- ricani o giapponesi: le nuove generazioni sono decisamente recettive.È ciò che emerge costantemente anche durante i seminari che tengo presso l’Università dell’Idaho. Entusiasmo. E questo entusiasmo è universale…
È minuta, a guardarla bene, ma non riescia vederla per quel che è. Mentre la osserviripensi a tutte le foto che hai visto scorreresul suo space, e dalle quali non riuscivi astaccare gli occhi. Era come ammirare Gilda-Rita Hayworth, la stessa classe di una splen-dida attrice anni Quaranta. Poi la lasci scivo-lare via, pensando che quelle stesse foto leriguarderai il prima possibile, ma stavoltacon una ricchezza nuova: averla ascoltatacantare, averle parlato, averla sfiorata.
Music In
Aprile Maggio 2008
McCOYTYNER di Adriano Mazzoletti
 
Avevo già incontrato Bill Evans al festival di Pescara nove anni prima.Anzi lo avevo conosciuto molto bene perché fui io a presentare le prime edizioni di quel festival. Ero assai curiosodi incontrare McCoy e conoscerlo personalmente. Lo trovai schivo, di poche parole, ma gentile e a volte ingenuo.
TYNER E I MIEI DUBBIROBERTA GAMBARINI:DOPO ELLA FITZEGER
 
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a cura di ROSSELLA GAUDENZI
«Stentavo a credere che il pianista di quel quartetto fosse lo stesso McCoy Tyner che mi aveva in parte deluso nelle incisionidi poche settimane prima. Con il sassofonista, lo stile del ventiduenne McCoy Tyner si era completamente trasformato. Non piùle lunghe linee «alla Bud Powell», ma raddoppi di ottave, combinazioni di accordi nuovi, inusitati e di grande effetto sonoro.Coltrane aveva trovato il suo partner ideale e l’ascendente che esercitava su McCoy fu determinante nella creazione di unnumero assai alto di piccoli e grandi capolavori realizzati nei successivi cinque anni. Ma non solo.»
a cura di Rossella Gaudenzi
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accordo, come redattore semplice diquesta rivista le faccio intanto un belcomplimento, alla faccia della partigianeria.Capita, di recensione in recensione, di dover (anzi, poter) ascoltare molta musica e alla finedecidere di che o di chi parlare, fare proposte allaredazione e così via. Mi viene, tra gli altri, datoun cd, la Berardi Jazz Connection, per trarne un profilo e a chi, come Music In, non ha a disposi-zione 200 pagine di rivista sponsorizzate piaceconsigliare anziché sconsigliare.Insieme mi viene fatto ascoltare l’ultimo lavo-ro di Claudio Filippini. E allora dico che il primonon m’è piaciuto e domando se posso ugualmen-te parlarne. Mi guardano stralunati come se aves-si chiesto una follia e mi rispondono un imbaraz-zato «certo che sì». Bene, nicchie di libertà esi-stono e quindi vado avanti. Non allungo il brodo, ma constato rammarica-to che c’è libertà di opinione finchè i bigliettoni,quelli grossi, non circolano e con loro le tante pressioni e indirizzi politici che ne seguono per necessità; visione disincantata e forse cinica, manon credo lontanissima dal vero.Ma andiamo avanti e proponiamo quindi duerecensioni in una, l’abbiamo anticipato:
 Do it!
della Berardi Jazz Connection e
Space Trip
diClaudio Filippini.Il dato comune è che, per gli addetti ai lavo-ri, entrambi i nomi non suonano nuovi, stannocercando una loro fetta di mercato e di visibili-tà portando avanti progetti originali, uno spic-chio di ribalta suonando live come forsennati per poter accedere ad una platea maggiore,come è nella fisiologia di chi il mestiere delmusicista vuol tentare. Mi sbaglierò, ma misembra che i primi abbiano con questo lavorocercato una più rapida scorciatoia, mentre ilsecondo continui ostinatamente a sperimentare,alle volte con qualche eccesso, ma anche con unrigore ed una coerenza ai limiti del caparbio enoi, sognatori e ancorati ai principi, gli speri-mentatori coerenti piacciono di più.Però sarebbe bello che i nostri lettori abbianola voglia e la possibilità di ascoltarli tutti e due, perché sono davvero due modi diversi di inten-dere e di suonare la musica. Perché in entrambi icasi, e questa è l’altra analogia, abbiamo a chefare con musicisti coi fiocchi, gente che ha stu-diato, che la musica la vive con passione e cheama strapazzarla perché si diverte come un bam- bino a suonare. Viva la faccia.Epperò, la Berardi strizza l’occhio in modospesso stucchevole a un certo lounge bar, a sono-rità cui siamo stati abituati - ai vertici - dagli Us3ma che di originale hanno davvero molto poco.Divertenti a un primo ascolto, al secondoannoiano, nel terzo - per mestiere - iniziamo anotare una profonda sciatteria degli arrangia-menti con fiati spesso e volentieri fatti suonareall’unisono come le orchestrine estive di piazza, poche idee ritmiche e, a fronte di grandi virtuosi-smi solistici, un’interplay del tutto assente consoli che, perdonate la franchezza, non hanno nécapo né coda e che, una volta finiti, ti domandicosa ti abbiano lasciato o cosa ti abbiano volutoraccontare. Ci sono anche cover come quella di
Change
dei Tears For Fears, e lì le cose quasi peggiorano con un tentativo di groove che nondecolla mai e fa rimpiangere i «tiri», forse tuttiuguali, ma incredibilmente potenti degliIncognito che con questa musica sono diventatiricchi e famosi.Sull’altro «piatto» del nostro lettore cd mettia-mo su Claudio Filippini, il giovane pianista chesta sempre più attirandosi i consensi di pubblicoe di critica. Noi seguiamo i più pedissequamen-te. Abbiamo già avuto modo di ascoltarlo live evedere un musicista di questa levatura che, anzi-ché mettersi a far turni di registrazione o fare ilmusicaio di professione, si butta in una speri-mentazione ricchissima di citazioni, di culturaafroamericana, di swing che è sempre al serviziodell’improvvisazione.Le strutture sono solo apparentemente nasco-ste con stilemi e concezioni da free jazz, in real-tà l’album in trio con Luca Bulgarelli e MarcelloDi Leonardo è interplay pura, l’elettronica noncrea una frattura con il jazz della tradizione, mane diventa un arto artificiale eppure servente.Ascoltare la ultrarivisitata
 Body and Soul 
 piazza-ta come prima traccia per capire di che stiamo parlando. Tanto di cappello. E all’ispirazione ealla fatica compositiva che deve averne compor-tato la registrazione.Ecco, il modo furbetto da strizzatine d’occhioal pubblico dei non più giovanissimi che peròamano ballare i retaggi del «bbuddabbarr» cisembra il modo più diretto per svilire dei gran beitalenti come quelli dei ragazzi della Berardi JazzConnection e, con fare paternalistico, siamodispiaciuti per questo «figlio» intelligente ma pigro, che siamo certi poter dare tanto di più. DiFilippini, invece, testardo ventiseienne pescaresecon la voglia di novare diciamo bene e invitiamocaldamente a comprare il cd, ascoltarlo conattenzione e poi soprattutto ascoltarlo dal vivoallorquando dà il meglio di sé.Questa rivista ama consigliare più che sconsi-gliare, l’abbiamo detto in premessa. Ecco il con-siglio: ascoltare sempre più musica, possibil-mente dei giovani talenti, e saper distinguere le patacche dalle pietre preziose.
Paolo Romano
SUGAR BLUE BAND
Datemi un’armonica
DUE SULPIATTO Berardi JazzConnection e Claudio Filippini
Senza peli sulla lingua
ROBERTO GATTOQUARTET
Il ritornoalla mia musica
PAOLO RECCHIAE DADO MORONI
È la storia della rea-lizzazione di un disco. Non di un disco qualsiasi, ma del primodisco della carriera di un giovane sassofonista promettente
Music In
Aprile Maggio 2008
O
tto brani otto. Nell’ordine:
One for Rick 
,
 Blues for Nik 
,
 Isfhan
,
 November 
,
 Boule-vard Victor 
,
Central  Park West 
,
‘Round the Room
,
 ANigh-tingale Sang in Berkeley Square
.Paolo Recchiasax alto e soprano.Dado Moroni piano-forte. Marco Loddocontrabbasso. Nicola Angelucci batteria. Grazie tan-te alla famiglia, agli amici musicisti e ai colle-ghi. Bravo Paolo. Ma procederemo per fla-shback. Perché questa è la storia della realizza-zione di un disco, e non di un disco qualsiasi, bensì del primo disco della carriera di un giova-ne sassofonista promettente.È una storia fatta di forza di volontà e diaffetti, di stima e di difficoltà, di fortuna e dirischio, di fiducia in sé e nei musicisti che haiscelto... e di molto altro.Le sue origini sono lontane ma non troppo, perché Paolo Recchia nasce a Fondi nel 1980,località non distante da Roma, ma culturalmen-te ad anni luce dalla capitale. Paolo il jazz loama da sempre. Il padre suona il clarinetto nella banda del paese e a casa c’è un sax inutilizzato.Sin da piccolo, studia il sassofono ad intermit-tenza (l’altra passione che lo assorbe è il cal-cio), entra poi a sua volta nella banda e a quat-tordici anni inizia a frequentare ilConservatorio di Latina. È dura avvicinarsi al jazz in un clima in cui la musica classica è lalegge e sei costretto a passarti sottobanco idischi con i compagni. I primi amori: CharlieParker, Massimo Urbani, Michael Brecker, mala vera folgorazione è stata ascoltare un concer-to di Rosario Giuliani.Come nasce l’idea di comporre? Viene dal-l’ascolto, dall’esperienza. Inizialmente si vuolesolo suonare ed improvvisare. I pezzi più datatihanno anche tre anni, da quando esattamentePaolo ha iniziato a suonare con Nicola(Angelucci) e Marco (Loddo). L’ispirazione ètratta dal jazz tradizionale, di John Coltranecome dei grandi musicisti odierni. I pezzi ven-gono scritti, portati in sala e provati, ognunomette del suo. Il tutto con estrema naturalezza espontaneità. Affinché il risultato sia il più sem- plice possibile, fluido, comprensibile, senzaforzature.Tutto ciò è possibile se tra te e gli altri musi-cisti c’è una totale sintonia, e tra questi tremusicisti si è creata grazie alla comune vena del«jazz dello swing», quello dei tempi d’oro. Lacultura vera del jazz. E da parte degli altri com- ponenti c’è una totale fiducia in Paolo, la perce-zione che il suo sia un talento vero.Il giovane sassofonista si trasferisce a Romanon più di quattro anni fa. E c’è stata in questo preciso momento una figura rilevante per la suaformazione e cultura musicale: Aldo Bassi, conil quale ha suonato per la Big Band del SaintLouis. Si sono conosciuti nel 2000, hanno par-tecipato insieme alle jam session e in seguitoPaolo Recchia è stato invitato a prendere parteal suo quintetto (fratelli Jodice, Renzi,Rosciglione).Il momento di Paolo è arrivato nell’estate2003, con una sostituzione di Gianni Oddi aVilla Celimontana nell’Orchestra Jodice-Corvini. Lui lo chiama «il suo ingresso in Nazionale» e da ora in poi è un susseguirsi diconcerti fruttuosi, tutti nell’area romana.La scelta di Dado Moroni quale pianista per questo primo, prezioso disco, è stata quasicasuale. Alessandro Bravo, come pianista stori-co del quartetto di Paolo, con il tempo ha avutoesigenze differenti dal resto del gruppo, le stra-de si sono divise e per qualche mese LucaMannutza ha preso il suo posto. Per problemiorganizzativi non ha potuto incidere il disco e aquesto punto Nicola ha suggerito Dado Moroni,dopo esserne rimasto affascinato durante unasostituzione di Roberto Gatto. Nel giro di due mesi il disco è fatto.Inizialmente il prodotto è stato inviatoall’estero, in seconda battuta alle case discogra-fiche italiane. È stato accolto con entusiasmodalla Via Veneto Jazz, ottima ed importantissi-ma casa discografica nazionale, con un ottimocatalogo (Fresu, Rava, Salis, Girotto, Basso…).Distribuzione Emi Music, in uscita il 14 marzo.Questa è una storia a lieto fine.Ma i racconti di Paolo sono fatti di rose e dispine. Ha parlato delle difficoltà che un vero jazzista incontra nel nostro Paese, di quanto siaingiusto veder faticare i tuoi colleghi che hannotalento da vendere, di come nei festival jazz ita-liani si stiano facendo strada musicisti che conquesto linguaggio musicale hanno poco a chefare.Si illumina parlando dei viaggi fatti a NewYork ed in Francia. Si incupisce quando ammet-te che sì, si trasferirebbe all’estero. Con unatimida alzata di spalle.
Rossella GAUDENZI
 
SUGAR BLUE BAND
Date a James Whiting un’armonica e vi sembrerà di partire per un viaggio aiconfini del mondo. Ascoltatelo. È il Blues.E se ti scuote, il blues è in te, ti scorrenelle vene, è nascosto e sopito in angolireconditi, ma riaffiora e non può non fartiintendere la vita come un fiume in piena.Non a caso si dice che sia il Blues a sce-gliere il musicista e non viceversa: quianche lo strumento ci ha messo del suo,e l’armonica ha scelto il proprio adepto.Ultimo preambolo: state per ascoltareJames Whiting alias Sugar Blue, definito«il Charlie Parker e il Jimi Hendrix dell’ar-monica».Il nostro armonicista nasce e crescead Harlem, New York, ascoltando BillieHoliday, James Brown e il be-pop deidischi jazz di famiglia. La madre cantan- te e ballerina gli dà un’impronta ben pre-cisa e James sa da sempre che vivrà dicreazione musicale e arte. Il suo è statoun percorso atipico: Dexter Gordon eLester Young i primi miti, suona connomi celebri quali Muddy Waters eBrownie McGhee appena diciottenne,approda in Europa a 26 anni dove colla-borerà fruttuosamente con i RollingStones. Al rientro negli States suona conWillie Dixon e nell’ 83 formerà la suaband. Collaborazioni con Frank Zappa,Bob Dylan, B.B. King, Art Blakey, StanGetz e molti, molti altri, mentre scopre diavere anche una voce straordinaria, adimpreziosire il traboccante talento.Ma attenzione, linguaggio musicale tutt’altro che semplice il suo. Suono cheesce dall’armonica nuovo e diverso gra-zie a un’estenuante sperimentazione ericerca, e conoscenza di tutta la musica: jazz, funk, classica, folk, rock and roll.Musica buona, perché Sugar Blue distin-gue la qualità: «ci sono solo due tipi dimusica. Buona e cattiva».Il suo concerto a Roma il 12 aprile.Con la volontà di smentire una consuetu-dine che non fa onore al nostro Paese,quella di relegare nell’ombra il grandeBlues.
DIMMI DI SI 12 APRILE
ROBERTO GATTOQUA
 
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RELLA
oberto Gatto ha la personalità el’imponenza della figura leader. E siè messo alla testa di un quartetto nuovo,giovane e fresco degno della sua straor-dinaria esperienza trentennale, della suaesuberante creatività, della sua impec-cabile tecnica: Luca Mannutza al piano,Daniele Tittarelli al sax, Luca Bulgarelli alcontrabbasso. Il quartetto di Traps, suoultimo lavoro discografico, per capirsi.Il disco, dodicesima fatica di Gatto inqualità di leader, è stato inciso alla finedel 2006 all’Auditorium della Casa delJazz di Roma e rappresenta, dopo esser-si dedicato al Miles Davis degli anniSessanta (
A Tribute to Miles Davis64- 68 
) un «ritorno alla mia musica».Brani di impronta jazzistica tradiziona-le, da spingersi fino agli anni Trenta, maanche pezzi che sembrano estrapolatida un film, frammisti ad atmosfere daNord Europa. In scena all’
AuditoriumParco della Musica il 23 aprile
, il grup-po si presenterà insieme ad un ospiteeccezionale, il trombonista GianlucaPetrella. In cin-que sul palcoquindi, peresprimersi almeglio attraver-so questo ulti-mo, validissimolavoro del batte-rista jazz chepiù ci invidianoal mondo.
 Ne recensiamo due: «Do It!» della Berardi Jazz Connection e «Space Trip» di Claudio Filippini. Il primo strizza l’occhio in modo stucchevole ai lounge bar, con fiati da orchestrine estive di piazza, poche idee ritmiche e soli senza né capo né coda (perdonate la franchezza). Il secondo è di un testardo ventiseienne pescarese con la voglia di novareUna storia fatta di volontà ed affetti, un cd di otto brani, un lieto fine dal sapore nostalgico. Ma Paolo si incupisce quando ammette che sì, si trasferirebbe all’estero. Con una timida alzata di spalle
PAOLO RECCHIA
 
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VIVA LA FACCIA

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