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ricatto_obiettività

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Problemi dell’informazione / a. XXIX, n. 1, marzo 2004
Il ricattodell’obiettività
I giornali non impongono più l’agenda
di Giorgio Meletti 
ripensare l’obiettività
S
abato 6 dicembre 2003i sindacati confederaliitaliani hanno organizzatoa Roma una manifestazio-ne nazionale contro il pro-getto governativo di rifor-ma delle pensioni. Il giornodopo «la Repubblica» scri-veva che c’era un milionedi partecipanti, il «Manife-sto» parlava di un milionee mezzo. L’«Unità» si sbi-lanciava sulla cifra di duemilioni. Secondo la questu-ra di Roma, erano 250mila. Questo caso è unbanco di prova eccellenteper misurare il concetto diobiettività. È vero, CharlesDe Gaulle diceva: «Le sta-tistiche sono come il bikini:
 Nel numero 3/2003 avevamo tradotto e pubblicatoun articolo di Brent Cunningham, «Rethinking Objectivity», uscito l’estate scorsa sulla «Columbia Journalism Review». Nel numero 4 sono poi usciti  gli interventi di Luca De Biase, Carlo Sorrentino, Marco Marturano, Stephan Russ Mohl e Roberto Seghetti. La tesi del managing editor della «Cjr» era chiarae netta. Nel mondo dei media, dove gli spindoctors muovono ormai politici e aziende, il con-cetto di obiettività deve essere rivisto. Riportareacriticamente ciò che viene propinato dagli uffici stampa, o dalle strutture di comunicazione di isti-tuzioni e imprese, rischia di ridurre i giornali ad uno stato di sudditanza senza vie di scampo. Nella redazione di «Problemi dell’informazione» il dibattito s’è sviluppato attorno a nodi già cono-sciuti nelle riflessioni italiane e ad altri, che do-vrebbero trovare spazio e confronti approfonditi.Giorgio Meletti, Sandro Petrone e Andreina Man-delli aggiungono ora i loro contributi ad una di-scussione che continua.
 
ripensare l’obiettività
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servono a nascondere l’essenziale». Eppure, c’è qualcosa dipiù obiettivo di un numero?Proviamo a fare un rapido calcolo. Gli stessi organizzatoridella manifestazione hanno rivendicato di aver portato quelgiorno a Roma tremila pullman e quaranta treni speciali.Contando cinquanta persone a pullman arriviamo a 150mila. Assegnando mille persone a treno, ne aggiungiamoaltre 40 mila. Arrotondiamo pure a 200 mila. Mancano al-l’appello, secondo i numeri dell’«Unità», un milione e otto-centomila persone. Come arrivarono a Roma?D’altra parte la piazza San Giovanni è il luogo storico diappuntamento della sinistra. Negli anni ’70, quando piom-bavano sulla capitale oceaniche manifestazioni sindacali, lapiazza si riempiva in modo eclatante e i giornali della sini-stra rivendicavano orgogliosamente la presenza anche di200 mila persone. Possibile che in pochi decenni, senzamuovere una pietra, la capienza della piazza si sia decupli-cata?L’impressione è che anche i numeri siano stati cooptati inuna tecnica di narrazione mitologica. Pietra miliare delladeriva inflazionistica può essere considerata la manifestazio-ne della Cgil contro la riforma dello statuto dei lavoratoriche si tenne a Roma il 23 marzo 2002. È passata alla storiacome la giornata in cui il leader sindacale Sergio Cofferatiparlò al Circo Massimo davanti a tre milioni di persone.Numerosi indizi militano a favore della tesi che si tratti diun mito. Se si misura la superficie del Circo Massimo è dif-ficile sostenere che possa contenere più di 200 mila personeben strette. E l’idea che ci fossero due milioni e ottocento-mila persone (il novanta per cento dei partecipanti) accalca-te nelle strade circostanti confligge con il senso comune.Un numero è un numero. Eppure chi ha letto finora questeconsiderazioni, se è abituato ai toni dei giornali italiani (enon solo italiani), ha sicuramente pensato di sentire la «mu-sica» di un attacco al sindacato, da destra. C’è del vero. Lapolemica sui tre milioni del Circo Massimo è stata fatta, a
 L’ 
incredibileimprecisionedei numeri 
 
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suo tempo, dal Tg4 diretto da Emilio Fede, dal «Giornale»diretto da Maurizio Belpietro, da «Libero» diretto da Vitto-rio Feltri. Macché tre milioni!, recita l’attacco politico, era-no molti meno: quindi il consenso reale alle posizioni diCofferati ieri, e della Cgil di Guglielmo Epifani oggi, è mol-to inferiore a quanto vi raccontano. Ipso facto i tre milionidel 2002 e i due milioni del 2003 si trasformano da numeri(facilmente verificabili) in confini dell’obiettività. Proprioperché, come giustamente rileva Brent Cunningham, prevaleormai il concetto di obiettività come equidistanza. Il leaderdella Cisl, Savino Pezzotta, ha detto quel giorno che c’eranoun milione e mezzo di persone in piazza San Giovanni. Itelegiornali hanno ripetuto la cifra, ricordando comunqueche per la questura erano 250 mila. Ma c’è un giornalistache dica al pubblico quanti erano davvero i manifestanti?No, perché se il risultato è sensibilmente inferiore al milionesarà difficile sfuggire all’accusa di faziosità.Come siamo arrivati a questo? Per due vie. La prima, perquanto possa apparire paradossale, è l’esplosione di una li-bera circolazione delle informazioni. La seconda è una crisidella politica in una delle sue finzioni storiche, l’intermedia-zione dell’informazione e della formazione.Oggi i cittadini sono molto più informati di trent’anni fa.La telefonia cellulare è un acceleratore potente del passapa-rola. I siti Internet rendono largamente disponibili informa-zioni dettagliate e di prima mano. La stessa posta elettroni-ca, come tutti abbiamo sperimentato, è un circuito alterna-tivo di diffusione di informazioni. Il combinato disposto diqueste novità tecnologiche rende gli individui più veloce-mente (e a ragion veduta) reattivi. Nel novembre del 2003,l’infortunio del governo sulla poco meditata localizzazione aScanzano Jonico del deposito nazionale delle scorie nuclearisi è rivelato tale in poche ore. Trent’anni fa forse l’operazio-ne sarebbe passata, sia pure in mezzo a generiche proteste.Ipotizzo che oggi difficilmente un Pietro Valpreda resterebbeper anni in galera. Tutto questo fa sì che i mass media non
olpadella politicae del boomdell’informazione

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