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Tempi e Spazi Per Il riconoscimento

Tempi e Spazi Per Il riconoscimento

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Published by Ga_V
La mancanza del “riconoscimento a scuola” è la madre di tutte le difficoltà di relazione e comunicazione e genera, dal punto di vista dello stare bene dove si sta, una serie di “fastidi” e di “insofferenze” di cui i docenti sono vittime più o meno consapevoli. Spazi e tempi non sono indifferenti in questa partita che ancora non si gioca nella scuola italiana.
La mancanza del “riconoscimento a scuola” è la madre di tutte le difficoltà di relazione e comunicazione e genera, dal punto di vista dello stare bene dove si sta, una serie di “fastidi” e di “insofferenze” di cui i docenti sono vittime più o meno consapevoli. Spazi e tempi non sono indifferenti in questa partita che ancora non si gioca nella scuola italiana.

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03/19/2013

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Tempi e spazi per il riconoscimento
Gabriella Villa
Abstract
La mancanza del “riconoscimento a scuola” è la madre di tutte le difficoltà di relazione ecomunicazione e genera, dal punto di vista dello stare bene dove si sta, una serie di “fastidi”e di “insofferenze” di cui i docenti sono vittime più o meno consapevoli. Spazi e tempi nonsono indifferenti in questa partita che ancora non si gioca nella scuola italiana.
A scuola l’unico luogo del riconoscimento è l’aula, almeno tra gli addetti ai lavori. E illavoro d’aula rappresenta anche l’unico spazio/tempo del riconoscimento. Fuori dall’aula, neicorridoi, sulle scale, nell’atrio l’insegnante è solo e solo di passaggio.
Nella scuola ho fatto fatica, nel corso dei miei quattordici anni circa di lavoro a riconoscermi e a farmi riconoscere come entità lavorativa: cos'ero? la maestra delle materne all'inizio, poi l'insegnante di sostegno per molto tempo: ma avevo bisogno di sostegno io, e dovevo sostenere qualcuno (il bambino) che, spesso e volentieri non era riconosciuto come un essere umano, con diritti uguali a tutti  gli altri esseri umani.
Costruisce rapporti fuggevoli, talvolta non per questo vissuti come poco importanti, marelegati dentro la scuola. Per questo tali rapporti poco influenzano o indirizzano il modo di esseredell’insegnante come persona.
I primi anni sono stati bellissimi, colleghe competenti e disponibili, genitori fiduciosi e alunni in gamba.
Fuori dall’aula, e dal tempo delle lezioni, pochi di noi si sentono quello che sono:professionisti dell’educazione.
Probabilmente neanche io mi riconosco in quanto professionista nella scuola, forse perchè mi mancaancora il riconoscimento ufficiale da parte dello stato: l'inserimento in ruolo.
Siamo in tanti a istruire e a saperlo fare, educare è un impegno più forte, pressanterichiesto in modo contraddittorio dalle famiglie:
un' altra problematica che mi viene in mente è quella del riconoscimento, da parte di molti giovani  genitori, della scuola come ambiente educativo prima ancora che cognitivo per i propri figli. L'aspettoeducativo è considerato di secondo piano per alcuni, soprattutto per quelli iperprotettivi verso i figli,quelli che, come spesso accade, difendono i loro comportamenti scorretti, per nascondere la loroinconsistenza di educatori a casa. Ma esiste anche quella categoria di genitori che alla scuolariconosce un ruolo educativo molto grande, delegando ad essa aspetti dell'educazione dei figli chenon le appartengono.
 
 
Del resto le richieste sono molte, anche da fuori, da quei genitori che manifestano bisogninuovi e la disponibilità nostra, anche psicologica, è sempre minore.
Si parlava di spazi, all'interno della scuola, di confessionali, di richieste di aiuto da parte dellemamme, ma noi siamo insegnanti o uno sportello di sostegno psicologico per le famiglie? 
L’insicurezza del ruolo, dovuta alla poca considerazione di cui l’insegnante gode anche alivello sociale, certo non predispone all’apertura alle problematiche degli altri, semmai in qualchemodo giustifica atteggiamenti di chiusura e di rifiuto.
Non tutti noi siamo consapevoli che la nostra professione si gioca sulla capacità di educare altre persone, qualcuno, pur sapendolo, non se ne cura.Facciamo tante parole, dichiariamo tanto, ma la coerenza è un’altra cosa: spesso lo sforzo da fare èquello di agire come si predica!
I non detti agiti o i non detti e non agiti sono connaturati al nostro tessuto relazionale,anche perché nessuno ci ha mai insegnato a trovare, né ci ha mai messo a disposizione lo spazio eil tempo per “guardarci in faccia”, per “rispecchiarci” nell’altro e noi solitamente non lo cerchiamo,lo evitiamo, lo sentiamo come una inutile perdita di tempo.
Soffro un po' del mancato riconoscimento soprattutto delle donne del mio ambiente lavorativo, in particolare di quelle che mi conoscono superficialmente e a cui istintivamente non piaccio, mentre godo della stima e dell'amicizia di alcuni amici, colleghi o meno, che mi gratificano del loro tempo edella loro considerazione.
Anche le riunioni informali, seppur in un contesto istituzionale, sono avvertite dai docenticome inutili perché non hanno un’investitura ufficiale e paradossalmente, pur potendo offrire unospazio e un tempo di confronto tra professionalinon tanto diverse, ma diversamenteesprimibili, non viene considerato come tempo “utilmente speso”.
Mi capita attualmente nello svolgimento del mio lavoro di consulenza per lo Sportello Scuola che nonmi venga riconosciuta la facoltà di indire riunioni di lavoro con pochi docenti interessati a problematiche specifiche perché, credo, non previste negli incarichi assegnati dai dirigenti allereferenti o alle funzioni strumentali. Ritengo questo fatto emblematico di un pensiero che non c’è nei docenti: cioè l’autonomia di azione e contestualmente il riconoscimento di un ruolo diverso dal ruolod’aula.
Si auspica, magari, l’intervento dell’esperto di turno o almeno ritenuto tale, che propone lasua ricetta a un problema e lascia tutto come prima. Si aspetta la “circolare” dal ministero, dall’exprovveditorato, dal dirigente …
Credo sia anche un difetto di organizzazione del pensiero e una fiacchezza della volontà.
Ci vorrebbe lo spazio fisico a disposizione e, almeno all’inizio, il tempo definito perincontrarsi. Tempo definito, magari riconosciuto dall’organizzazione come “valido” per ,

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