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Introduzione

Introduzione

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         D         O         S         S         I         E         R
IntroduzioneAfrica: il culto dell’eleganza
di Giovanna Parodi da Passano
Perché non vedere l’ambizione all’eleganzacome espressione della volontà di sopravvivere?(Awa Meité, stilista maliana)
«L
a bellezza è sempre un incontro e, come tuttisanno, un incontro è una vicenda di storie chesi congiungono». La bellezza un incontro. Contutte le risonanze che l’accostamento ra le due parole puòprodurre. Nella sua elice denizione della bellezza, la ra-se di Maxime Rovere (2009, p. 3) ci sollecita a interrogareil senso del bello inserendolo nel quadro mutevole dellevite, delle appartenenze, delle memorie. Il rierimento alle“storie che si congiungono”, in particolare, evoca sullosondo delle preerenze estetiche un paesaggio culturale dimescolanze, scambi, contagi.Cogliere l’essenzialità dell’incontro nell’esperienza dellabellezza non è un’esigenza superfua, soprattutto oggi. Ba-sti pensare al volto misto, relazionale, inventivo, atto diconnessioni e dissoluzioni culturali, di tante orme dellabellezza e della creatività della nostra tarda modernità. Edelle molte altre e discrepanti postmodernità non occiden-tali, a cominciare da quelle aricane.La rase di Maxime Rovere ci presta quindi anche un’im-magine suggestiva per introdurre questo dossier dedicatoalle mode e ai modi del vestire e dell’apparire nelle culturee nelle realtà aricane.Le pagine che seguono non hanno, come è n troppo ovvioprecisare, la pretesa di sintetizzare il dibattito sulla cultu-ra della moda in Arica. E neppure aspirano a orire unosguardo d’insieme di un campo d’indagine così ampio ericco di saccettature.
1
Quello che il dossier si propone è soltanto uno stimolanteaccostamento di sguardi diversi ma in ogni caso illuminanti– o per la competenza di chi scrive o per la consapevolezzadi chi è dentro al mondo che analizza – su moda e creati-vità culturale in Arica, vale a dire sugli inventivi scenariaricani dell’abitare il corpo e del vivere la moda.Dando per scontato inatti – data la varietà delle voci chia-mate a intervenire nel dossier, e data la molteplicità delleorme e delle pratiche vestimentarie e la pluralità dei cir-cuiti aricani della moda – di dover per orza procederein termini un po’ rapsodici, abbiamo pensato che gli arti-coli avrebbero comunque trovato il loro lo comune nel-la nozione di “creatività culturale” – concetto predilettodall’antropologia contemporanea per il suo accento sullecapacità attive delle culture.Abbiamo pertanto semplicemente invitato gli autori deicontributi a cimentarsi, dalle loro dierenti postazioni, conla questione della moda in Arica nel senso più ampio. Nonnascondiamo tuttavia la nostra ambizione di ricavare daquesto mero incontro di sguardi qualche nuova prospetti-va non tanto sulla moda, quanto sulla percezione, costru-zione ed esibizione della bellezza in mondi, come quelliaricani, che praticano con trasporto il culto dell’eleganzanella recita del quotidiano.Mi sembra che gli scritti qui riuniti abbiano raggiunto conampio margine l’obiettivo.Benché lontani dall’essere esaustivi, riescono tuttavia a aremergere, anche attraverso scorci inediti, l’entità delle po-ste in gioco nel rapporto tra immagine e corpo, tra imma-gine e bisogno di identità, tra immagine e simbolo da cuinasce la moda.Conermando da un lato, nel loro insieme, la centralità, lavitalità e la spettacolarità del linguaggio delle apparenze,dell’abbigliamento e dei tessuti nelle società aricane di ierie di oggi. E avvalorando dall’altro – sia quando mettonoin primo piano entità locali diversicate a seconda del loroluogo e della loro storia, sia quando analizzano le linee disviluppo che caratterizzano la moda aricana odierna
 
– unaconcezione della bellezza che molto ha a che are, nel suomiscuglio di localizzazione e ricettività, con le “storie chesi congiungono” di cui parla Maxime Rovere.
L’ambigua ricerca dell’africanità: fare o non fare “africano”
È signicativo che gli articoli, piuttosto che ssare la modaaricana a un generico passato “tradizionale”, si conron-tino prevalentemente con tradizioni estetiche atte riviverein contesti complessi e contraddittori: in breve, con die-renze in creazione.Così come non è irrilevante che gli autori che analizzanoil settore dell’alta moda contemporanea non manchino dichiarire l’ambiguità della denizione di “stilista aricano”.Precisazione necessaria, dal momento che, se l’idea di unessenzialismo della cultura aricana ha da noi radici proon-de da parte loro anche gli stilisti aricani (più spesso quelliche anno parte delle reti dell’alta moda e rivendicano unavisibilità sulla scena internazionale, meno quelli che lavora-no principalmente sui mercati locali), nell’intento di smar-carsi dagli stili occidentali, utilizzano la nostra immagine
 
della “diversità” aricana, ora assumendola, ora assecon-dandola, ora parodiandola. Per quanto, negli ultimi tempi,i creativi di tendenza si mostrino maggiormente sensibi-lizzati nei conronti delle implicazioni “occidentaliste” diquesto luogo comune (nel campo della moda un’esigenza
Yinka ShonibareMBE,
Woman on Flying Machine 
,2008,Mannequin,Dutch waxprinted cotton,steel, rubberand aluminum.Mannequin:Approximately53.1 x 39.4 x31.5 inches.Flying Machine:78.7 x 23.6 x35.4 inches.
© The artist.CourtesyJames CohanGallery, NewYork
 
AeM 69-70 aprile 10
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d’emancipazione rispetto ai canoni aricani convenziona-li era stata peraltro già avvertita da un precursore comeChris Seydou, almeno nel suo ultimo periodo).Al contempo con e senza territorio – da un lato vincolati aun controverso mai eludibile rapporto con le specicità delvestire locali e neo-locali, dall’altro infuenzati dalle modeinternazionali – e legati alla sda, la stessa degli artisti con-temporanei aricani, di orzare i margini della riduttiva eti-chetta di “creatore aricano”, gli stilisti aricani emergenti sicimentano con «modelli di identità assai complessi e iden-ticazioni ambivalenti» (Enwezor e Okeke-Agulu 2009, p.11). Le loro produzioni, nel rifettere questo scontro trasensi molto diversi d’appartenenza, vanno oltre – sia cheprescindano del tutto dall’elemento etnico, sia che, comeaccade più requentemente, lo rielaborino – l’appiattimen-to sulla polarizzazione tradizionale/occidentale, e neppureconsistono in una sintesi ra i due ambiti.
Con sempre maggiore determinazione in eetti i giovanidisegnatori di moda aricani contestano le regole del giocoaltrui e cercano di sottrarsi alla tendenza, dettata da unacondizione di marginalità, di risolvere l’alternativa Arica/Mondo nell’alternativa tradizione/modernità. In sostanza,oggi gli stilisti più avanzati e inventivi non s’identicanocerto con i dettami di una “etnicità da supermercato” (Pi-vin 1998, p. 1) o da era artigianale, vale a dire con lecategorie estetiche acquisite di un’aricanità di maniera.Né intendono considerare lo scontato approdo nell’etni-cizzazione della moda (con la relativa assunzione di tuttigli stereotipi riduttivi che il mercato impone nei conrontidella creatività aricana) come unica alternativa a una an-cora più subalterna ricalcatura di modelli d’importazio-ne. Riutano di conseguenza di assegnare dei limiti allaloro creatività e di disegnare abiti che “anno aricano”,come se esistesse «una sorta di determinismo culturale cherinchiude l’artista aricano nella sua aricanità originaria»(Murphy 2002, p. 37).
Anche il campo della moda serve a mostrare che non esisteuna sola maniera d’essere aricani.Concordemente, gli articoli lo testimoniano insinuandoinoltre il dubbio che, all’interno di un universo di dieren-ze e autenticità sistematicamente prodotte e mercicate, edi complesse interazioni ra orze globali e progetti locali,i processi di riarticolazione delle identità e delle memorienelle cosiddette perierie del mondo globalizzato siano piùinventivi, adattativi e spregiudicati di quanto siamo solitiimmaginare.In eetti, nel dossier l’aspetto creativo e dinamico dellecontro-appropriazioni aricane sul terreno del consumo edell’estetica (terreno su cui notoriamente si basa il postmo-derno) non risulta certo un enomeno trascurabile.Alcuni contributi si soermano proprio sulla manierasperimentale e vissuta con cui nelle Ariche attuali il cultodell’apparire riesce oggi a trasormarsi, attraverso continuiscambi e approssimazioni, conservando aspetti essenzialidelle rappresentazioni d’identità e delle specicità per-ormative “tradizionali” per arontare la sda del sensoin scala locale (
Ndiouga Benga
,
Uche Nnadozie
,
MasanaChikeka
). Dimostrandoci anche come, in certi casi, si arrivie a perormare l’identità mediante l’accumulo delle diver-sità (
Alessandra Brivio
,
Marie-Amy Mbow
), e ad utilizzarela moda per negoziare la memoria (
Erica de Gree 
).
Inoltre, più o meno esplicitamente, tutti i saggi aronta-no l’aspetto della ridenizione dei modelli vestimentari inrelazione a strategie identitarie, mentre più di un saggiorimanda alle implicazioni politiche della moda e alle ten-sioni ra l’identità aricana e le aspettative dei mercati nonaricani. Chiamando in causa i rapporti dell’Arica con ilresto del mondo. Sia che si prendano in considerazione lefuttuazioni dei valori dei tessuti d’importazione nell’Ari-ca orientale precoloniale (
Karin Pallaver
); sia che si rico-struiscano le complesse traiettorie dei tessuti
 Arican print
 (
Ann Gollier
) e, in particolare, del tessuto
wax-print
, casoesemplare di riappropriazione produttiva e culturale daparte degli aricani data la sua straordinaria aermazionein Arica come vettore di gerarchie sociali (
Nina Sylva-nus
); sia che si aronti il tema dell’abbigliamento ari-cano nella letteratura narrativa postcoloniale (
FrancescaRomana Paci
); sia che si parli, relativamente al Sudari-ca, delle dinamiche della due principali reti della modaurbana aricana contemporanea: una, quella della moda“uciale” e mediatizzata dei ashion designer della
haute
 
couture
, e l’altra, quella della moda inormale e non me-diatizzata dei sarti delle piccole
boutiques-ateliers
di strada(
Lakshmi Pater
); sia che ci si interessi di una delle guredi maggior spicco della prima generazione dell’alta modaaricana, quella del pioniere Chris Seydou (
Victoria Ro-vine
); sia ancora che si rifetta su come gli odierni ashiondesigner aricani spesso «si servano della moda per mani-polare i codici dei rapporti Europa/Arica, e rivendicareun posto sulla scena internazionale» (
Anne Grosflley
);sia, inne, che si metta in luce l’esistenza di un design dimoda aricano etico e responsabile che a appello al di-scorso sull’ecologia per dare uturo e visibilità all’Arica(
Novell Zwangendaba
).
Come era nelle nostre intenzioni quindi, è proprio “no-nostante” la loro diversità che i contenuti degli articoli ar-rivano a conermare «il tessuto e il vestito quale specchiodella cultura in Arica» (Perani e Wol 1999, p. 2), nonchéa mostrare come gli attori dello spettacolo-moda aricanoe la loro immaginazione operino ormai nel quadro di unarete globale di infuenze.
Un mondo d’identità multiple
La moda aricana d’altronde non è mai stata isolata dalleidee e dalle tendenze del resto del mondo.Non data certo da oggi la capacità delle società aricane diadattare in orme creative elementi esterni e di combinarediverse modalità simboliche nei propri regimi d’identica-zione estetica. Come del resto, più in generale, di rinego-ziare le identità e integrare i cambiamenti, mediando travecchie e nuove logiche e vecchi e nuovi poteri.Prodotto di rapporti di orza subiti o negoziati e delle tantealtre orme di condizionamento e di controllo che in Aricahanno atto la loro comparsa nella storia più o meno recen-te, le culture identitarie della maggior parte delle societàsubsahariane hanno un carattere proondamente dinamico.Da cinque secoli l’economia europea e le economie aricanesi requentano e s’infuenzano dando vita a una articolazio-ne complessa e mobile ra più scale di valori. Analogamen-te, è almeno a partire dal quindicesimo secolo che, comeci a ricordare Achille Mbembe (2005, p. 19), non esistepiù una storicità “caratteristica” delle società aricane, «unastoricità cioè che non sia parte integrante delle tempora-lità e dei ritmi massicciamente condizionati dal dominioeuropeo». Ed è dunque ben prima dell’odierna “età del-la postcolonia” (l’espressione è ancora di Mbembe) che in

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