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Johann Thur - Apicoltura Naturale

Johann Thur - Apicoltura Naturale

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Published by Orto di Carta
Articolo di Johann Thur sull'apicoltura naturale con particolare attenzione all'arnia dell'abate Christ simile sia per dimensioni che per gestione all'arnia Warré con particolare attenzione sulla regola della preservazione dell'atmosfera e del calore interno dell'arnia stessa. Una delle basi fondamentali per l'apicoltura naturale.
Originariamente tradotto da David Heaf in Inglese e poi malamente arrangiato da me in Italiano (ma l'ape disegnata da Noemi è bellissima!)
Articolo di Johann Thur sull'apicoltura naturale con particolare attenzione all'arnia dell'abate Christ simile sia per dimensioni che per gestione all'arnia Warré con particolare attenzione sulla regola della preservazione dell'atmosfera e del calore interno dell'arnia stessa. Una delle basi fondamentali per l'apicoltura naturale.
Originariamente tradotto da David Heaf in Inglese e poi malamente arrangiato da me in Italiano (ma l'ape disegnata da Noemi è bellissima!)

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07/26/2013

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L'apicoltura
naturale, semplice e di successo
di Johann Thür, Apicoltore
Titolo Originale
Bienenzucht. Naturgerecht einfach und erfolgsicher
diJohann Thür, Imker (Vienna, Gerasdorf, Kapellerfeld, 2
a
ed., 1946)Tradotto da Nicola Savio (http://ortodicarta.wordpress.com)da una traduzione di David Heaf
(
http://warre.biobees.com/index.html
)
Illustrazione di Noemi Zago (http://ortodicarta.wordpress.com)
Parte 1Lo SviluppoLa regola della ritenzione dell'atmosfera e del calore: labase della salute, dello sviluppo e della produzione
Per potersi sviluppare e produrre le api dipendono interamente dal calore. Importante tantoquanto le fonti di nutrimento.Ricerche hanno provato che le api necessitano di diversi livelli di temperatura. Durante ilperiodo invernale, in assenza di covata, la temperatura media al centro del nucleo si stabilizza sui22°-25°C. Durante il resto dell'anno la temperatura viene mantenuta a 34°-35°. Per “maturare” ilmiele viene portata fino a 40°C.La temperatura dell'aria circostante è, invece, decisamente inferiore. Le api e la covata, essendoessenzialmente prive di una propria temperatura corporea, devono produrre il calore necessario perridurre la differenza durante tutto l'arco dell'anno, primavera, estate, autunno, inverno. Il miele è ilcarburante che gli permette di generare questo calore necessario. Miele che viene consumato ingrandi quantità, quantisuperiori alle loro semplici necessità fisiologiche nel processo di“riscaldamento”. Per esempio: in una situazione naturale di favo protetto il consumo invernale dimiele, nei sei mesi che trascorrono tra il 1° ottobre ed il 1° Aprile, si attesta circa su 2 chili, mentrenelle arnie classiche, caratterizzate da un alto grado di dispersione, sono necessari dai 6 agli 8 chili.Quest'eccesso di consumi nei sei mesi invernali di, mediamente, 5 chili a colonia è essenzialmentedovuto alla necessità di mantenere la temperatura minima essenziale. Per utilizzare in manieraefficace ed efficiente la costosa, fondamentale e vitale risorsa del calore prodotto la natura ha fattosi che le api, un superorganismo comprendente la colonia e i favi, potessero trattenerlo, controllarlo.Il calore trattenuto nell'arnia è composto da aria calda ricca di componenti aromatiche e, quindi,priva di germi, in grado di sopprimere cariche batteriche patogene e limitare lo sviluppo di malattie.
Il centro focale dell'effetto complesso di riscaldamento culmina nella regola della
 
ritenzione delle componenti aromatiche e del calore
Visto che la dispersione delle componenti aromatiche e del calore comporta un aumento delconsumo delle scorte e uno sforzo ingiustificato da parte delle ape e causa, fino ad oggi,l'inesplicabile esplosione di patologie a rapida diffusione, come la Nosema, che tanti danniprocurano all'apicoltura, è di fondamentale importanza che si inizi a prestare attenzione allequestioni inerenti la preservazione del calore e dell'atmosfera interna alle arnie. Questa è divenutauna necessiancora più pressante dal momento in cui la cultura dell'apicola, dall'invenzionedell'arnia a telaino, ha determinato uno sviluppo in diretto contrasto con le regole naturali dellaritenzione del calore e delle essenze aromatiche. I telaini e le arnie che li utilizzano interferisconocon il naturale sviluppo dei favi e, conseguentemente, con i meccanismi di ritenzione. I sistemi diselezione contemporanei non hanno quasi nulla a che fare con questi meccanismi.Nel 1936 Weippl scrisse in
 Bienen-Vater 
(
 Apicultore
): “I favi nei tronchi cavi, casa delle api findai tempi della Creazione, così come nei “bugni” sono fissati alle pareti della struttura. Ognicorridoio tra i favi crea uno spazio chiuso, come in una stanza. Questo limita non solo la dispersionedel calore ma regola l'umidità interna (troppo secco-troppo umido) ed evita l'eccessivo consumo discorte.” A questo io aggiungerei: se alle api non viene permesso di di costruire i favi fissandoli atutti i lati, loro chiuderanno questi spazi con “ponti” di cera. L'aria calda non si disperde verso ilbasso essendo più leggera ed è trattenuta ai lati e nella parte superiore dei cul-de-sac nei favinaturali. Solo l'aria utilizzata dalle api si disperdeverso il basso, appesantita dall'anidridecarbonica, attraverso il fondo aperto dei favi e scambiata con aria fresca di ricircolo. Le apertureinferiori dei favi possono essere viste come la bocca di un singolo apparato respiratorio che, grazieall'opera di sigillatura dei lati da parte delle api, inspira ed espira la giusta quantità di aria limitandola penetrazione eccessiva di aria fredda.La regola della ritenzione del calore e dell'atmosfera interna negli interspazi dei favi è cosìraffinata ed adattata ai sistemi naturali che permette alle api di vivere in favi costruiti all'aria aperta,ammesso che possano modellare la struttura protettiva senza che siano disturbate dall'apicoltore,che siano presi di mira da predatori o da danni esterni.Rimane comunque indubbio che, anche nell'arnia più ingegnosa che utilizzi i telaini, per quantole pareti possano essere spesse, le api non potranno prosperare se la regola della ritenzione nonpotrà essere applicata tra i favi. E l'apicoltura artificiale, con i suoi telaini, è ben lontana dasoddisfare le condizioni minime di applicazione.Da quando sono stati inseriti i telaini, circa cent'anni fa al momento in cui scrivo, gli apicultorisi sono lentamente spostati verso questa tecnologia. Questo ha segnato una svolta epocale nellacultura e nel rapporto tra l'uomo e le api. L'apicultura naturale, portata avanti con successo dall'albadei tempi in maniera semplice, anche se laboriosa, con strumenti naturali e disarmata grazie adun'approfondita e specialistica competenza è stata eclissata dall'apicoltura artificiale e dall'uso deitelaini.Le competenze, proprietà in passato di un numero limitato di persone, e l'apicoltura naturale sisono perse lasciando il passo agli errori più lampanti ed alla disinformazione che ha accompagnatola commercializzazione dei telaini. Gli stessi telaini facilitano l'intrusione nei segreti delle api epermettono la continua creazione di nuovi concetti, punti di vista, progetti per arnie e metodi digestione. La semplicità della natura è stata rimpiazzata dalla molteplicità, dalle contraddizioniavviluppate nell'artificiale e gli apicultori, senza parlare di quelli alle prime armi, non son opiùmessi in grado di trovare la propria strada. La ricerca di nuovi tipi di arnie e metodi di gestione è
 
continuato ininterrottamente dimostrando in maniera evidente come nessuno fosse soddisfacente.(Tutti mancavano di qualcosa: la regola della ritenzione del calore e dell'atmosfera interna). Ogniapicultore sostiene che la sua sia la migliore delle arnie possibili ammesso che vi rimanga fedele alungo. In ogni caso le conseguenze dell'adozione delle arnie a telaino mobile sono quasicompletamente ignote visto che gli apicultori moderni, quasi senza eccezioni, non hanno più laminima conoscenza delle necessità naturali delle api.L'elemento vitale, la preservazione della temperatura e delle essenze interne all'arnia, è statofondamentalmente distrutto dall'arnia a telaini che disperde calore e umidità a causa dei lati“aperti”. Le evoluzioni catastrofiche di questa apicoltura artificiale dovrebbero portare alriconoscimento che tutte le arnie a telaino mobile sono in contrasto con lo sviluppo naturale equindi inutili. L'evidenza del fatto che le piccole api abbiano bisogno di calore dovrebbe esseretalmente radicato in noi da rendere palese l'importanza della preservazione della temperature edell'atmosfera interna alle arnie e tutti gli strumenti adoperati dovrebbero essere sottomessi estudiati a questo scopo. Gli sviluppi successivi, la fase dell'apicoltura artificiale, ci hanno condottosu una strada pericolosa allontanandoci dagli scopi originari.E' una realtà incontrovertibile che, con l'inserimento delle arnie a telaino mobile e la loromancanza di considerazione per la conservazione di un'atmosfera libera da patogeni e unatemperatura adeguata, le malattie delle api si siano sviluppate in maniera esponenziale. Da quelmomento queste epidemie sono diventate un fenomeno costante ed irrisolvibile – una su tutte laNosema che nella sola Germania ha ucciso 800.000 famiglie secondo le ultime statistiche. NegliUSA è stata condotta una fallimentare campagna con ingenti finanziamenti contro la peste. Nel1932, in Russia, nelle 18.000 colonie analizzate tutte sono risultate infette da Nosema in tutti glistadi. Alla conferenza di apicoltura di Karlsbad del 1936 un'attenzione particolare fu portata almetodo di gestione ed alle arnie di Gerstung che segnavano la definitiva scomparsa delle vecchiearnie a favo fisso. Contemporaneamente nello stesso incontro si sottolineava come, negli anniprecedenti, le patologie stessero prendendo piede e portando ad una notevole riduzione delleraccolte anno dopo anno. Anche in altri paesi dove erano state inserite le arnie a telaini si notavanole stesse problematiche. Per contrasto, nei paesi in cui l'apicoltura naturale era ancora forte, lecolonie venivano descritte come sane e con raccolti soddisfacenti.Non dovrebbe suggerirci qualcosa tutto ciò? In cerca di aiuto le voci isolate che proponevanoun “ritorno alla natura” venivano offuscate e lasciate cadere nel nulla poiché interpretate come unsemplice ed acritico ritorno alle primitive condizioni dei nostri padri. Il fatto che a quei tempi siraccogliesse miele in eccesso tanto da rispondere non solo alla richiesta generale di dolcificanti maanche per alcuni sottoprodotti, maggiormente bevande come l'idromele, viene sottovalutato ominimizzato affermando che il calo delle rese è da imputare alla diminuzione di fonti diforaggiamento. Sicuramente ci sono state delle alterazioni portate dal complesso agricolo ma la“fioritura”, come sistema eterno naturale, rimane ed incredibili quantità di nettare probabilmenteseccano ogni anno poiché, non tutto, viene raccolto.Venti anni fa, alla conferenza di apicoltura di Vienna del 1925, Weippl, consulente economicoe, all'epoca, direttore della Scuola Austiaca di Apicoltura, tenne una lezione in cui disse tra le altrecose:Continuamente in lezioni e sulla stampa di settore si fa riferimento alle colonie di apiselvatiche completamente autosufficienti senza nessun tipo di intervento, sia questo attraversol'alimentazione forzata, i fogli cerei, i telaini o altri tipi di cura. Loro prosperanotranquillamente mentre, se le tesi attuali fossero corrette, sarebbero dovute essere morte tutte

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