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Sono passati ormai più di vent'anni da quando nel 1976 i militari argentini assunseroformalmente il potere. Quella mattina del 24 marzo non furono molti a esserne sorpresi.Non solo per le strade non si videro i classici carri armati. non solo non ci furono scontri omorti, ma non si rese nemmeno necessario sparare un colpo.Non furono sfoderate le armi, non ci fu bisogno di ostentare la forza. Nessuno poteva peròimmaginare ciò che sarebbe accaduto.I militari, prima ancora di occupare il Palazzo, avevano acquisito un monolitico potere di"persuasione". Un potere in cui non occorreva alzare la voce per essere assecondati, anzi nonera necessario nemmeno parlare perché si sarebbe stati obbediti prima ancora di comandare,una costrizione nata nel terrore.Questo linguaggio, largamente conosciuto in Argentina, frutto dell'ordine militare sperimentatoa lungo nei frequenti colpi di stato che hanno interrotto - ma prima limitato, condizionato evincolato - la vita democratica, questo linguaggio della forza occupò il Palazzo come chi ritornadopo una vacanza in una casa che è sempre stata la sua.In Argentina non ci sono mai stati gli stadi pieni di prigionieri politici come nel vicino Cile. Lalezione di Pinochet era servita a qualcosa. Non si doveva provocare la condanna internazionale,ma piuttosto dare un'immagine di moderazione e legalità. Un'immagine difficile da mantenerequando ciò che si vuole coprire è l'annientamento di ogni forma di opposizione. L'impunità dicui hanno goduto i militari argentini risiede nella vastità dei loro progetti: "Prima uccideremotutti i sovversivi; poi uccideremo i loro collaboratori; poi i loro simpatizzanti; poi chi rimarràindifferente, e infine uccideremo gli indecisi," affermava senza scomporsi il generale IbericoSaint-Jean, governatore militane della provincia di Buenos Aires.L'ascesa al potereI militari cominciarono a prendere le redini del paese il 6 novembre 1974, costringendo ilgoverno a decretare lo stato di assedio e quindi la sospensione di tutte le garanzie costitu-zionali dopo l'attentato che provocò la monte del capo della Polizia. Il 6 febbraio 1975riuscirono a ottenere il nullaosta per intervenire nella regione di Tucumàn, nel nord del paese,dove la guerriglia occupava una piccola area di montagna. A fine luglio dello stesso anno imilitari tolsero di mezzo, caricandolo su un aereo per il Brasile, l'uomo forte del governo diIsabel Perón: Lopez Rega. A metà agosto una sommossa obbligò la Perón a mandare inpensione il comandante dell'Esercito, considerato troppo moderato. Al suo posto vennenominato il generale Videla. Il 6 settembre i militari ottennero la formazione di un Consigliointerno di sicurezza per tutto ciò che riguardava la lotta antisovversiva.. Il 18 novembre, infine,si assicurarono ufficialmente il comando delle azioni contro i "delinquenti sovversivi".Era da tempo ormai che si sentiva parlare di colpo di stato. Seguendo la tradizione, siaffermava che il golpe era inevitabile. Si inventavano due correnti: una "dura" sullo stile diPinochet con i militari disposti a tutto; un'altra "moderata", capeggiata da Videla che volevasalvare la patria dal pericolo marxista e che si proponeva di ristabilire l'ordirne democratico erepubblicano. Si cercava così di guadagnare un certo consenso attorno a quelli che sarannoeffettivamente i golpisti.Un gruppo paramilitare, del resto, esisteva già: la Triplice A (Alleanza Anticomunista Argentina)creata da Lopez Rega sul modello degli squadroni della morte. Loro compito era l'eliminazionedegli oppositori, fossero questi deputati, preti, sindacalisti, giornalisti, operai o studenti. Ancheper i militari si trattava di un'organizzazione che faceva molto comodo in quanto le si potevaattribuire qualsivoglia crimine politico. Le forze dell'ordine, e molte volte l'Esercito, usavano lestesse macchine senza targa, gli stessi metodi e perfino le stesse persone. La Triplice A fuattiva fino al I giorno del colpo di stato, dopodiché non apparve più pubblicamente con questonome e i suoi mèmbri entrarono a far parte dei gruppi clandestini della dittatura.L'annientamento
 
II 24 marzo 1976 il potere passò ai militari senza nessun incidente. Vennero sospese le attivitàdei partiti politici e dei sindacati, ma si fece sapere che queste erano misure transitorie e che laGiunta militare aveva come obiettivo il rafforzamento della struttura democratica del paese. Gliargentini avrebbero dovuto abituarsi a questo tipo di paradosso. Debole, quasi formale,comunque attendista, fu la reazione internazionale. Sembrava evidente che Videla non eraPinochet così come Isabel Perón non era Salvador Allende. Il paragone con il caso cileno non èdi grande aiuto. Purtroppo la condanna internazionale sarebbe arrivata troppo tardi. La Giuntamilitare volle eliminare tutti i suoi nemici senza che si diffondesse la coscienza di taleannientamento. Fu inventata una strategia rivoluzionaria: niente arresti di massa, nientecarceri, niente fucilazioni ne assassinii clamorosi come quelli della Triplice A. Gli oppositorisarebbero stati sequestrati da gruppi non identificati, caricati su vetture senza targa e fattiscomparire.Ebbe così inizio, lentamente, il più grande genocidio della storia argentina. I sequestri furonosempre più frequenti e si ripetevano sempre secondo le stesse modalità. Non erano gruppiincontrollati dell'estrema destra, come voleva far credere la Giunta, ma vi era una strutturacentrale che li coordinava. Le operazioni venivano compiute nei posti di lavoro delle personesegnalate o per strada in pieno giorno, mediante un piano che richiedeva la "zona franca" daparte delle forze di Polizia. Le loro volanti che, specialmente dopo il colpo di stato eranopresenti un po' dappertutto, stranamente non videro mai niente, anche se i sequestri siconsumavano a poca distanza dal commissariato. Ma la stragrande maggioranza dei sequestriavveniva di notte in casa delle vittime. Il commando occupava la zona circostante ed entravanelle case facendo uso della forza. Terrorizzava e imbavagliava perfino i bambini obbligandoli aessere presenti. La vittima veniva catturata, brutalmente colpita e incappucciata, poi trascinatafino alle macchine che aspettavano mentre il resto del gruppo rubava tutto quello che poteva(in alcuni casi arrivavano perfino con dei camion) o distruggeva quello che non poteva portarsivia picchiando e minacciando il resto della famiglia. Anche nei casi in cui i vicini o i parentiriuscivano a dare l'allarme, la Polizia non arrivava mai. Si incominciò cosi a capire l'inutilità disporgere denuncia. La maggioranza della popolazione era terrorizzata e non era nemmenofacile trovare testimoni. Nessuno aveva visto nulla.In questo modo migliaia e migliaia di persone diedero forma a una fantasmatica categoria,quella dei
desaparecidos
Nessun interrogativo trovò una risposta: la Polizia non aveva visto nulla, il Governo faceva fintadi non capire di che cosa si stesse parlando, la Chiesa non si pronunciava, gli elenchi dellecarceri non registravano le loro detenzioni, i magistrati non intervenivano. Intorno aidesaparecidos si era alzato un muro di silenzio. Con i diritti avevano perso anche l'esistenzacivile. Dal momento in cui avveniva il sequestro la persona restava totalmente isolata dalmondo esterno. Depositata in uno dei numerosi campi di concentramento o in luoghi intermedidi detenzione dove veniva sottoposta a torture infernali, e lasciata all'oscuro della propriasorte. Alcuni venivano perfino abbandonati dalla famiglia, che sotto la pressione di continueminacce, ricatti e richieste di denaro, viveva nel terrore di rappresaglie e qualche voltafiduciosa che il silenzio, richiesto dai militari, fosse il miglior modo per ottenere qualcheinformazione.Nei Centri clandestini di detenzione veniva sistematicamente applicata la tortura. "Se una voltafinita la mia prigionia mi avessero domandato: sei stato torturato molto? avrei risposto: sì,tutt'e tre i mesi senza sosta. Se la domanda me la facessero oggi direi che fra poco sarannosette anni di tortura."(nota 1). Nella quasi totalità delle denunce ricevute dalla Commissione siconstatò l'uso di metodi di tortura. Le "sessioni" erano sorvegliate da un medico checontrollava i limiti di tolleranza della vittima e determinava il proseguimento o la momentaneasospensione della tortura se la vittima non era in grado di reggerla.La valutazione preventiva per capire se la persona da sequestrare o sequestrata avessequalcosa da dire d'interessante per i sequestratori era pressoché inesistente. Questo metodoindiscriminato portò al sequestro e alla tortura degli oppositori ma anche dei loro famigliari,amici, colleghi di lavoro e di un numero rilevante di persone senza alcun tipo di pratica politicao sindacale. Bastava molto poco per essere considerato sospetto. Un equivoco, un'esitazione,
 
come non ricordarsi a memoria il numero del proprio documento d'identità se si veniva fermatiper strada, poteva essere fatale. Ciò spiega anche il fatto che molte vittime, che non avevanoniente da dichiarare, denunciassero chiunque pur di avere una pausa durante la tortura. Venivacosì allargata a dismisura la rete delle persone che "non volevano collaborare" con gliinquisitori, se non altro perché non sapevano chi denunciare.Il prigioniero poteva morire sotto tortura, essere fucilato o gettato in mezzo all'oceano. Il suocadavere sarebbe stato forse sepolto nelle tombe comuni di cimiteri clandestini, cremato obuttato in fondo al mare con un blocco di cemento ai piedi (nota 2).Anche se la dittatura militare aveva modificato il Codice penale introducendo la pena capitale,ufficialmente non ci fu nessuna condanna a morte. Nonostante le migliaia di vittime, non fueseguita in nessun caso una sentenza giudiziaria ne civile ne militare. Non fu quindi rispettatanemmeno questa precaria legalità che lo stesso regime aveva stabilito. Passavano così i giorni,i mesi, gli anni, senza avere mai nessuna notizia, trovando sempre risposte negative. Nessunopareva sapere niente di loro. Erano scomparsi.Il ritorno della democraziaQuando il governo di Raùl Alfonsìn cominciò a indagare sulla sorte degli scomparsi non si trovònulla: ne prigionieri, ne cadaveri, ne stanze di tortura, ne documentazione (che tuttavia sisapeva esserci per ogni caso). Dal materiale sequestrato insieme alla vittima ai libri consideratipericolosi e, in molti casi, perfino ai figli dei presunti sovversivi, tutto era svanito, disperso,dileguato.Il Governo ordinò comunque al Consiglio superiore delle Forze Armate che procedesse al rinvioa giudizio dei mèmbri delle tre Giunte militari per omicidio, privazione illegittima della libertà eapplicazione della tortura sui prigionieri. Dopo la sentenza militare ci si poteva appellare inseconda istanza davanti ai tribunali civili. La decisione del Governo lasciò tutti un po' perplessi.In primo luogo non si capiva perché i militari non venissero giudicati direttamente da untribunale civile come qualsiasi altro cittadino, in secondo luogo, si temette che il processo sichiudesse dietro questi nove imputati. È significativo, per capire le intenzioni di Alfonsin,segnalare che il progetto di legge che l'esecutivo aveva inviato alle Camere per approvazionenon prevedeva il passaggio a una seconda istanza civile.Dopo mesi di attesa i tribunali militari non si pronunciarono. Il Governo si vide infine costrettoad ammettere che il Consiglio superiore delle Forze Armate non era disposto a processare ipropri pari. La causa passò ai tribunali civili dove finalmente nel dicembre 1985 si arrivò a unacondanna mite che lasciò molti insoddisfatti (nota 3). Ma, forse, il punto più importante dellasentenza era il punto 30, che consigliava il rinvio a giudizio di altri militari di grado intermedio.Poco tempo dopo si aprirono più di 1500 processi per violazione dei diritti umani.Alfonsin volle fermare il processo d'incriminazione delle Forze Armate e sancì nel dicembre1986 la legge del Punto finale che, per "pacificare" il paese, fissò un termine di 60 giorni oltre ilquale non sarebbero state più ammesse denunce per violazione dei diritti umani. Venne cosìlimitata la possibilità di apertura di nuove cause. Tre mesi dopo la scadenza dei 60 giorni unaltro arbitrario giuridico vanificò tutti gli sforzi di chi cercava giustizia. La legge di Obbedienzadovuta assolse da tutti i crimini già documentati e giudicati lasciando i colpevoli in libertà esostenendo che, al di fuori dei mandanti, i quadri intermedi - non avendo potere decisionale-avevano agito in stato di costrizione. L'opera fu completata dal presidente Carlos Menem che,nell'ottobre 1989, dopo tre mesi di Governo, sancì l'indulto per 216 militari e civili coinvolti nelgenocidio e per 64 persone presumibilmente legate alla sovversione (nota 4). La misuraescludeva i mèmbri delle Giunte militari Videla e Massera che godranno di un nuovo indulto il28 dicembre 1990. Dopo cinque anni di prigionia in una villa di proprietà dell'Esercito dovepotevano ricevere amici e camerati, praticare sport e usufruire della libera uscita durante i finesettimana, gli ergastolani tornarono in libertà.La distruzione del passatoI militari abbandonarono il governo nel 1983. Lasciarono il Palazzo non perché costretti dallamobilitazione delle forze democratiche, ma perché avevano portato a termine il compito:

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