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Dhammapada

Dhammapada

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Il Dhammapada (pāli, in sanscrito Dharmapada o anche Udanavarga), a volte tradotto come cammino del Dharma, è un testo del Canone Buddhista conservato sia nel Canone pali (nel Khuddaka Nikāya del Sutta Piṭaka), sia nel Canone cinese (dove prende il nome di Fǎjùjīng, 法句經, e si trova nella sezione del Běnyuánbù), sia nel Canone tibetano (dove prende il nome di Ched-du brjod-pa'i choms, si trova sia nel Kanjur che nel Tanjiur). Questa opera è formata da 423 versetti raccolti in 26 categorie. Secondo la tradizione, sono parole realmente pronunciate da Gautama Buddha in diverse occasioni.
Il Dhammapada (pāli, in sanscrito Dharmapada o anche Udanavarga), a volte tradotto come cammino del Dharma, è un testo del Canone Buddhista conservato sia nel Canone pali (nel Khuddaka Nikāya del Sutta Piṭaka), sia nel Canone cinese (dove prende il nome di Fǎjùjīng, 法句經, e si trova nella sezione del Běnyuánbù), sia nel Canone tibetano (dove prende il nome di Ched-du brjod-pa'i choms, si trova sia nel Kanjur che nel Tanjiur). Questa opera è formata da 423 versetti raccolti in 26 categorie. Secondo la tradizione, sono parole realmente pronunciate da Gautama Buddha in diverse occasioni.

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 1
Dhammapada
 
Il libro più amatoDal Canone Buddista
 
Il dito che indica la luna
Tra storia e leggendaGautama Buddha visse nel VI secolo a.C., un'epoca di straordinario fermentointellettuale e spirituale in tutto il mondo antico. All'incirca negli stessi anni incui in Cina, due giganti del pensiero e della coscienza, Lao-Tze e Confucio,danno forma a quelle che resteranno nel corso dei millenni le caratteristichefondamentali della riflessione filosofica, della cultura, dell'arte e della religionecinese. In Grecia i filosofi presocratici gettano le basi del pensiero filosofico escientifico di tutto l'Occidente. In India ferve una ricerca filosofica e spiritualeintensa, con grandi centri di sapere, innumerevoli scuole e accesi dibattiti, enascono più o meno contemporaneamente in questi anni il buddismo e il jainismo, le altre due grandi religioni indiane oltre all'induismo, che vanta giàuna storia millenaria.Nel vasto alveo di quest'ultima religione, a partire più o meno dal 1000 a.C.,accanto alla tradizione vedica e braminica, si è andata sviluppandoun'importante corrente mistica, che trova espressione nei testi delleUpanishad. Ed è a questo mondo culturale, in particolare al mondo dei 'saggidella foresta' upanishadici, che appartengono i concetti fondamentali di cuiBuddha si serve nel suo insegnamento. In questo senso si può dire che egli siastato non tanto portatore di una nuova visione, quanto di un approccioesperienziale dotato di una nuova freschezza e universalità, un approcciorivolto a tutti coloro che erano disposti a metterlo in pratica anziché a unaristretta cerchia di asceti e di mistici. Con il tempo questo seme si svilupperà inun immenso albero dai rami ampiamente diversificati (che vanno, per esempio,dal tantrismo tibetano allo Zen giapponese) e tuttora vitali. Non solo all'ombradi esso vive la propria vita religiosa gran parte dell'Oriente, ma negli ultimidecenni, esso ha incominciato a esercitare un'influenza importante anche sucerte frange d'avanguardia della cultura occidentale.Che cosa sappiamo della vita di Buddha? Come quella di tutti i fondatori digrandi religioni, essa è ampiamente circondata di leggende. Ma abbiamoragione di ritenere che queste leggende contengano un nocciolo di verità ealludano ad una personalità storica relativamente ben individuata.
 
 2La figura storica è quella del principe Siddhartha Gautama, nato nel 563 a.C.,figlio del sovrano del piccolo regno del clan Shakya, ai piedi dell'Himalaya,nella regione che è oggi al confine fra l'India e il Nepal. Era a quei tempi unaregione prospera, a cavallo delle vie commerciali d’accesso alla valle delGange, che doveva quindi conoscere un notevole sviluppo urbano.Buddha perciò crebbe in un ambiente ricco e raffinato, a contatto con quanto dimeglio la cultura dei suoi tempi poteva offrire. Da questo mondo si staccò perdiventare un 'monaco mendicante' (bhikkhu) e trascorse la seconda parte dellapropria vita in estrema semplicità, viaggiando per l’India e insegnando ilcammino del risveglio (Buddha è un appellativo che significa appunto'risvegliato') a tutti coloro che si raccoglievano intorno a lui. Morì verso il 483a.C.Questo, a grandi linee, il nocciolo storico. Il resto di ciò che ci è statotramandato di lui, appartiene piuttosto alla sfera del mito e della leggenda, eva in gran parte letto in chiave simbolica piuttosto che fattuale. Alcuneleggende sono tuttavia significative e costituiscono suggestive illustrazioni delsuo insegnamento.Una di queste, è la storia secondo cui il giovane principe sarebbe stato tenutoaccuratamente al riparo da ogni contatto con tutto ciò che nella vita umanacostituisce debolezza, infermità, bruttezza, sofferenza. Per anni fu tenutolontano da ogni esperienza riguardante la malattia o la morte. Ma un giornoegli convinse il suo auriga a portarlo a fare un giro fuori dalle mura del palazzo.In questa gita s’imbatté prima in un malato, poi in una vecchia, poi in uncadavere. Questi incontri furono per lui una specie di rivelazione. Questa eradunque la realtà sottostante alle dorate apparenze della sua vita di svaghi e dipiaceri. Il quarto incontro fu con un bhikkhu immerso in meditazione.L’immagine di quell'uomo, restò impressa nella memoria del principeSiddhartha e fu come un presentimento del cammino che lui stesso avrebbepiù tardi intrapreso.Un'altra storia suggestiva riguarda l'illuminazione, il momento del risveglio.Lasciata la casa paterna, Siddhartha visse per anni nelle foreste, praticandoforme estreme di ascetismo. Era questa una nobile e antica tradizione diricerca spirituale: per ottenere la liberazione dalla ruota karmica, che ci tienevincolati all'esistenza condizionata, e prigionieri della sofferenza, occorreandare al di là di ogni attaccamento, e questo era appunto il senso dellepratiche ascetiche degli eremiti della foresta. Siddhartha, si dedicò dunque conestremo rigore a queste pratiche, digiunando, dormendo sulla nuda terra,meditando incessantemente, fino a ridursi allo stremo delle forze e ad un soffiodalla morte. Invano, malgrado tutti i suoi sforzi, la porta della liberazionerestava ostinatamente chiusa. Finché giunse a perdere ogni speranza. Capaceappena di trascinarsi, si sedette ai piedi di un albero. Tutto era vano. Cessatoogni sforzo, caduto anche il desiderio della liberazione, si abbandonòsemplicemente al puro 'esserci'. Senza più cercare nulla, senza più sperarenulla, senza più desiderare nulla, Siddhartha semplicemente restò seduto aipiedi dell'albero. Era la notte della prima luna piena di primavera. Una giovane
 
 3contadina, scambiando quella figura per un dio, gli portò delle offerte di cibo.Poiché il suo digiuno non aveva più ragione d’essere, Siddhartha mangiò,possiamo immaginare con un sano appetito. E restò seduto. Inquell'abbandono una pace sconosciuta lo avvolse. La sua coscienza divenne unlago limpido e immobile, uno specchio vuoto. E quando la stella del mattinosorse sopra l'orizzonte egli non c'era più. La fiamma dell'esistenza separata siera spenta in lui. Ciò che pulsava in lui era il cuore dell'esistenza stessa. I suoiocchi erano diventati finestre sull'infinito. Non c'era più in lui alcuna resistenzaall'infinita danza della vita/morte/vita. Nulla che si ponesse come separatorispetto al tutto. Non c'era più un io, ma solo una presenza, Buddha, 'ilrisvegliato'.Secondo una leggenda sarebbe stato il dio creatore stesso, Brahma, aconvincere Gautama Buddha a prendere la via dell'insegnamento, a cercare diindicare agli esseri umani il cammino della liberazione che egli aveva trovato.Questo divino intervento allude a una certa paradossale situazione in cuiBuddha, come i mistici d’ogni luogo e d’ogni tempo, venne a trovarsi.All'esperienza sublime che trascende ogni esperienza, si accompagna la chiararealizzazione che questa perfetta beatitudine è la natura intrinseca di tutti gliesseri. Ogni essere umano, ogni essere senziente, è potenzialmente unBuddha. É un Buddha addormentato, un Buddha in attesa di svegliarsi. Il passoche conduce dalla sofferenza alla gioia è brevissimo, anzi, non è nemmeno unpasso. E la beatitudine del Buddha è tanto grande, che vuole essere condivisa,trabocca, si riversa naturalmente verso tutti gli esseri viventi. Come noncondividere con tutti questo destino sublime che appartiene loro di diritto?Eppure, nello stesso tempo, e qui sta il paradosso, come condividerlo? Comecomunicare un'esperienza che sta del tutto al di fuori della mente, una realtàche può solo essere sperimentata in uno spazio di non-mente? Con quali paroleesprimere l'inesprimibile, quando la mente a cui il linguaggio appartiene èl'ostacolo stesso all'esperienza che si vuole comunicare? Ogni illuminato, aquanto pare, si trova di fronte a questo dilemma. Il grande mistico cinese Lao-Tze inizia il suo libro, il Tao Te Ching, dicendo: «Il Tao di cui si può parlare nonè l'eterno Tao».Bisogna perciò, secondo la leggenda, che sia un dio a spingere Buddha atentare l'impossibile, a comunicare l'incomunicabile, a fare del suo stessoessere un invito, un dito che indica la luna. Il dito non è la luna e molti siattaccheranno al dito senza vedere la luna. Ma alcuni che hanno occhi pervedere, vedranno. E se anche un solo essere dovesse accogliere l'invito alrisveglio, questo basterebbe a giustificare tutta una vita spesa a 'far girare laruota del dharma', a parlare della legge eterna, dell'eterno essere-così dellecose.Il Dhammapada, il 'cammino dei dharma', è una traccia di quest’insegnamento.Nell'intero vastissimo canone delle scritture buddiste, non abbiamo nulla chepossiamo indicare con certezza come testuali parole del Buddha. Ma non c'èdubbio che questi testi, consegnati alla scrittura parecchio tempo dopo lamorte dei maestro, riflettono lo sforzo devoto dei discepoli diretti e di quelli

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