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Finanziare ideefin da piccole
Qualcosa si sta muovendonel sistema che fa nascere le imprese
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e ci si chiede quanto possaessere facile trovare soldi nelnostro Paese per finanziareuna nuova impresa che nasceattorno a un’idea innovativa,d’istinto la risposta tende acoincidere con un certo scet-ticismo. Per esempio può venire in mentequanto può risultare complesso per un’im-presa neonata ottenere un prestito da unabanca o quanto inefficienti si sono dimo-strati fino a oggi i finanziamenti pubblici.Lo scenario sarebbe quindi assai triste senon ci fosse il cosiddetto capitale di rischiorappresentato da una serie di figure finan-ziarie il cui scopo è proprio quello di soste-nere l’innovazione con strumenti di diversanatura e capaci di rispondere alle diverse fasidi maturazione di una start-up.In Italia il capitale di rischio c’è. Gli investi-menti disponibili sono ancora lontani, per valore complessivo, da quelli di altri Paesieuropei ma negli ultimi anni si sta assistendoa una crescita significativa e a un proliferaredi attori oltre che di operazioni di investi-mento, il cosiddetto deal flow.“Dopo quanto è accaduto negli anni dellacosiddetta bolla internet, il 2000 e il 2001– dice Giampio Bracchi, presidente di Aifi,l’Associazione italiana del private equity edel venture capital – quando il venture capi-tal che si era affacciato nel nostro Paese haagito con una certa superficialità, ma acca-deva così in tutto il mondo, e quindi la granparte delle operazioni si sono rivelate delledelusioni, c’è stato un periodo di buio fino
Emil Abirascid,
giornalista, si occupa di innovazione e nuove tecnologie.Collabora con Il Sole 24 Ore, con il Master in Comunicazione, marketing e nuove tecnologie de Il Sole24 Ore. È consulente di Promotor international per l’innovazione e in tale veste organizza l’evento IPercorsi dell’innovazione che si svolge in seno a Smau.È autore del blog Innov’azione (www.abirascid.com) dedicato all’innovazione italiana. Fa parte dell’asso-ciazione Adit per la divulgazione della cultura dell’innovazione.
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a che a partire dalla fine del 2004 si è svi-luppata una nuova presa di coscienza versola necessità di finanziare imprese tecnologi-che e innovative”. Tale presa di coscienza siconcretizza oggi con i primi risultati positi- vi e soprattutto con la fiducia da parte degliinvestitori che consentono ai venture capitaldi costruire fondi di investimento semprepiù consistenti: “E’ questa la vera cartina ditornasole – sottolinea Bracchi – se si raccol-gono capitali significa che c’è fiducia e cheè possibile realizzare operazioni di investi-mento promettenti, quindi vuol dire che cisono buone idee da finanziare”. Fiducia chesi manifesta sia con il moltiplicarsi di fondidi venture capital ma anche con la nascita diiniziative pubbliche, benché ancora larga-mente insufficienti, che utilizzano il model-lo finanziario della gestione del capitale dirischio. È per esempio il caso del fondo da86 milioni di euro voluto dal ministroLucio Stanca e attuato dal suo successoreLuigi Nicolais per finanziare progetti diinnovazione digitale nel Mezzogiorno chesarà gestito da Sgr (società di gestione delrisparmio) specializzate in innovazione tec-nologica. A tale fenomeno non sono immu-ni nemmeno le banche e le fondazioni ban-carie. Le prime hanno già varato o stannoper dare vita a fondi di venture capital, leseconde esplorano la finanza in capitale dirischio affidandosi a Sgr come è per esem-pio il caso del fondo TTventure voluto dalleFondazioni Cariplo, Cuneo, Forlì, Modena,Parma e Teramo, dalla Camera di Commer-cio di Milano e gestito da State StreetGlobal Investment.Il venture capital cerca aziende che oltre aessere cresciute attorno a una idea nuova einteressante in termini di business potenzia-le, sono anche in una fase di crescita non piùembrionale. Ciò perché il venture capital,pur consapevole che i suoi investimenti sonoad alto rischio e che molti non garantirannoi ritorni attesi, va alla ricerca di deal promet-tenti dove il disinvestimento non è troppolontano nel tempo (ciò dipende anche dallanatura della start-up, se per esempioun’azienda si occupa di biotecnologie i tem-pi di maturazione del business saranno piùlunghi rispetto a quelli di una che opera nelsettore dell’It). Il disinvestimento, notoanche con il termine way-out, può avvenirese la società si quota in Borsa, se viene acqui-stata da un’altra azienda più grande o sediventa profittevole. Solo in questo modo i venture capital possono garantire i ritorniagli investitori che partecipano al fondo.Inoltre le aziende in fase di accelerazione,quindi che hanno superato la fase di incuba-zione, sono destinatarie di investimenti chehanno valore medio nell’ordine di alcunimilioni di euro, quelli appunto che fanno i venture capital e che hanno poco senso se lastart-up è in una fase più acerba, detta diearly-stage, quando invece necessita di fondidi seed capital. “Oggi i venture capital guar-dano soprattutto a imprese che operano neisettori dell’Ict, delle biotecnologie e dell’am-biente – aggiunge Bracchi – che hanno inno- vazioni sia di tipo radicale sia incrementaleovvero nuovi modi di applicare tecnologieche già esistono”. Al fine di disporre di start-up potenzialmen-te interessanti agli occhi dei venture capitalbisogna però sostenere anche la fase dell’ear-ly-stage. Alcuni neo-imprenditori trovano dasoli i capitali per partire mettendoci soldipropri, altri si appoggiano alle strutture diincubazione, altri ancora li scovano nelle pie-ghe di qualche programma pubblico magariregionale, altri si rivolgono ai business angel.Finanziare l’innovazione quando sboccia èattività assai diversa da quella del venturecapital, ciò perché i singoli investimentisono mediamente più piccoli, 200-300 milaeuro, e soprattutto perché il supporto finan-ziario va accompagnato con una serie di atti- vità che aiutano il ricercatore a trasformarsiin imprenditore: serve che impari a scrivereun business plan, a costruire il team di col-laboratori, a gestire gli aspetti amministrati- vi della nascente società. “Purtroppo inItalia sono poche le aziende che nasconosotto forma di spin-off industriali – illustraBracchi – che avrebbero già tutta la dotazio-ne necessaria per affrontare il mercato; quin-di bisogna pescare nelle Università e nei
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