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Francesco LamendolaLA
QUESTIO DE AQUA ET TERRA
 DI DANTE ALIGHIERI
 L'ultima delle opere latine di Dante, composta circa un anno prima della morte del Poeta,costituisce ancor oggi un piccolo enigma per gli studiosi. A lungo si è disputato intorno alla suaautenticità e, anche oggi che la questione sembra risolta - anche se non unanimemente - in favoredella paternità dantesca, rimangono diverse cose da spiegare: prima fra tutte, la divergenza fra laconcezione cosmologica sottesa alla "Divina Commedia" e quella sostenuta nella "Questio". A ciòsi aggiunga lo strano silenzio dei contemporanei su questa tarda operetta di Dante che, se non brilla per originalità di soluzioni né per aggiornamento del sapere scientifico dell'Autore, rivela però unnotevole rigore logico e un caratteristico atteggiamento razionalistico nella preminenza accordata almetodo induttivo nelle scienze naturali, di contro a quello deduttivo proprio della matematica. Altempo stesso, citando passi delle Sacre Scritture, l'Autore afferma che non tutta la verità può esserecompresa dalla mente umana e che, nell'accostarsi ai misteri della natura, è necessario porsi conassoluta umiltà e consapevolezza del limite.
1. UNA TIPICA
DISPUTATIO
MEDIOEVALE. 
Il 20 gennaio 1320 una folla piuttosto numerosa di canonici e di laici, per lo più uominidotti e funzionari della corte scaligera, si avvia per le strade di Verona, attraverso ilquartiere del Duomo. È una fredda giornata d'inverno, un'umida nebbia sale dalla rivadell'Adige e il vento che scende dai monti vicini porta aria di neve. Camminando frettolosiquegli uomini, vestiti negli abiti da cerimonia delle grandi occasioni, giungono in Piazzadel Vescovado dove, dietro le alte mura, s'intravvede il Torrione dei Preti, quindi sidirigono verso un angolo di essa, ove sorge la chiesa romanica di San Giovanni in Fonte, alcui interno si trova un'incredibile fonte battesimale ottagonale in marmo rosso larga tremetri. Contiguo ad essa è il tempietto dei Santi Giorgio e Zeno, comunemente detto diSant'Elena, costruito dall'arcidiacono Pacifico nei primi anni del IX secolo, danneggiato dal
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terremoto del 1117, restaurato e riconsacrato dal patriarca di Aquileia, Pellegrino, nel 1140,dopo che alcuni sconosciuti avevano profanato l'altar maggiore.È lì che si sono diretti i canonici veronesi e il gruppo dei laici ad essi mescolato. Il vescovo,molto probabilmente, è presente ed è già arrivato percorrendo un passaggio che dallaCattedrale giunge alla chiesa di Sant'Elena lungo il perimetro di una loggia romanica sucui si possono ammirare una trifora con capitellini, colonne di spoglio e affreschi di epocacarolingia. L'interno ad aula unica, ricoperto da un soffitto ligneo con travatura a vista, èmolto suggestivo e tradisce l'origine estremamente antica, paleocristiana: di fronte alpresbiterio si nota il podio presbiteriale della basilica del IV secolo, mentre vicinoall'ingresso vi è un tratto del giro absidale della basilica del V secolo. I paramenti murarisono di epoca carolingia; le grandi finestre delle pareti laterali, aperte nel X o XI secolo,sono state poi ristrette e sostituite da più modeste monofore nell'XI, sicché l'ambiente,immerso in penombra, nella grigia giornata invernale appare illuminato in larga misuradai ceri accesi a profusione. Oggi si dibatterà pubblicamente, da parte di un studioso dallafama possente - anche se più di poeta che di scienziato - un difficile e controversoargomento di filosofia naturale: "
Questio de situ et figura, sive forma, duorum elementorum,aque videlicet et terre"
("Questione intorno al luogo e alla figura, o forma, dei due elementi,cioè l'acqua e la terra"). (1)Quando tutti hanno preso posto nel locale suggestivo, ma senza dubbio freddo e pocoluminoso, il brusio si smorza poco a poco e un uomo sui cinquantacinque anni, dall'ariaassorta e severa, prende la parola nel silenzio generale. È il poeta fiorentino DanteAlighieri e la sua voce, sotto il soffitto ligneo, risuona chiara e decisa: "
 Manifestum sitomnibus vobis quod, existente me Mantue, questio quaedam exorta est, que dilatrata multotiens adapparentiam magis quam ad veritatem, indeterminata restabat.
" ("A tutti voi sia noto come,trovandomi io in Mantova, sorse una questione già più e più volte dibattuta, ma semprecon argomenti che avevan più l'aria del sofisma che del vero; e che, però, restava ancoraindecisa.") (2) E prosegue: "
Unde cum in amore veritatis a pueritia mea continue sim nutritus,non sustinui questionem prefatam linquere indiscussam; sed placuit de ipsa verum ostendere, necnon argumenta facta contra dissolvere, tum veritatis amore, tum etiam odio falsitatis.
" ("Perciò io,che sin dalla fanciullezza sono costantemente cresciuto nell'amore della verità, non hopotuto trattenermi dal prender parte a una tale discussione, e volli anzi - sia per amoredella verità che per odio della falsità - mostrare da che parte in essa stava il vero, oltre aconfutare gli argomenti addotti in contrario.") (3)Nel tono e nello sguardo di Dante traspaiono l'abituale fierezza e la focosa, battaglierapassione per la verità, stimolati e - forse - un po' inaspriti dall'assenza inaspettata di moltidei suoi critici ed antagonisti, che hanno preferito non presentarsi ed evitare, così, diriconoscere implicitamente l'autorevolezza dell'oratore. Per loro, infatti, non avrà cheparole sprezzanti seppur venate d'ironia (non sappiamo, peraltro, se pronunciate in quellaoccasione, o aggiunte in seguito nel testo scritto della sua dissertazione): "
Determinata esthac phylosophia invicto domino, domino Cane Grandi de Scala pro Imperio sacrosancto Romano, per me Dantem Alagherium, phylosoporum minimum, in inclita urbe Verona, in sacello Helene gloriose, coram universo clero Veronensi, preter quosdam qui, nimia caritate ardentes, aliorumrogamina non admittunt, et per humilitatis virtutem Spiritus Sancti pauperes, ne aliorumexcellentiam probare videantur, sermonibus eorum interesse refugiunt
." ("Questa controversia
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filosofica è stata dibattuta sotto la dominazione dell'invitto signore, il signore Cangrandedella Scala, delegato del sacrosanto Impero Romano, da me Dante Alighieri, ultimo deifilosofi, nell'inclita città di Verona entro il tempietto della gloriosa Elena, alla presenza ditutto quanto il clero veronese, tranne solo certuni che per troppa carità chiudono gliorecchi alle altrui preghiere, e per la troppa umiltà poveri di Spirito Santo, perché non sicreda ch'essi rendono omaggio ai meriti altrui, preferiscono astenersi dall'intervenire ailoro discorsi." (4)Sì, non cè dubbio: lo sdegno a fatica trattenuto per quell'offesa al protocollo e alla lealtà diuna disinteressata disputa scientifica, le espressioni taglienti rivolte alla meschinità diquanti non osano affrontarlo lealmente in una tipica
 
disputatio
di stampo scolastico, mapreferiscono criticarlo dietro le spalle, rosi dall'invidia e dalla gelosia di chi vede usurpatoil proprio angusto orticello accademico da un uomo di cultura famoso, ma privo di untitolo universitario: questo è proprio lo stile di Dante Alighieri. Così come è dantesco queldefinirsi
vere phylososophorum minimum,
l'ultimo dei veri filosofi (5); che è al tempo stessoun segno di umiltà e uno scatto di orgoglio: come dire che è meglio essere l'ultimo deifilosofi ma di quelli
veri
 , piuttosto che il primo dei pretesi filosofi o sofisti, in realtà boriosipedanti e calunniatori di professione. E, se il concetto non risultasse sufficientementechiaro, egli lo sottolinea un'altra volta, nel modo più esplicito e quasi con tono di sfida: "
Etne livor multorum, qui absentibus viris invidiosis mendacia confingere solent, post tergum benedicta transmutet, placuit insuper in hac cedula meis digitis exarata quod determinatum fuit a merelinquere, et formam totius disputationis calamo designare
." ("Ma affinché a nulla valga illivore di quei molti che, dando retta appunto al loro astio, sogliono bugiardamentesfigurare dietro le spalle degli altri ciò che questi hanno sostenuto con buone ragioni, mipiacque inoltre di lasciar scritto di mia mano, in questo documento, ciò che da me fudeterminato: ed esporre, anzi, tutto il contenuto della disputa.") (6)Non c'è dubbio, è il Dante umorale e pungente, il Dante fustigatore implacabile dimediocri, ignavi e maldicenti; il "maledetto toscano" (parafrasando Cuzio Malaparte) che,nella
Commedia,
non si perita di scagliare i suoi strali perfino contro papi e imperatori,senza pentimenti o ripensamenti:"
 Ma non di men, rimossa ogne menzogna,tutta tua visïon fa manifesta;e lascia pur grattar dov'è la rogna
",dirà anzi a se medesimo, per bocca di Cacciaguida (7), quasi inebriato dal suo stessoardire.2. TEMPO E LUOGO DELLA COMPOSIZIONE.La
Quaestio
o
Questio de aqua et terra
(8), dunque, è la redazione scritta di una conferenza, odissertazione, tenuta da Dante a Verona il 20 gennaio 1320, riprendendo il tema di unadiscussione svoltasi a Mantova qualche tempo prima, non si sa esattamente quando (9),sul problema se in qualche punto la superficie delle acque si trovi posta più in alto dellasfera terrestre. Lo studioso Enrico Malato ipotizza che la prima
disputatio
sull'argomento,svoltasi a Mantova e alla quale - secondo Paolo Garbini - Dante avrebbe partecipato (10),
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