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Le parole della politica: i beni pubblici

Le parole della politica: i beni pubblici

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01/28/2013

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Il bene pubblico
Il bene pubblico è la legge suprema.
Marco Tullio CiceroneL’economista Pascal Scalin definisce i beni pubblici come portatori di trecaratteristiche:1-indivisibilità: l'impossibili, da un punto di vista fisico o anche soloeconomico, di dividere il bene o il servizio pubblico per attribuirloall’utente che ne fa richiesta (es: la sicurezza)2-non rivalità: il consumo individuale non esclude quello altrui.3-non esclusione: è impossibile escludere dal consumo del bene pubblico iconsumatori che non pagano per il prezzo del servizio pubblico.I beni pubblici che rispondo a tutte e tre le caratteristiche si definiscono puri,ma sono la minoranza. Più generalmente un bene pubblico risponde ad almenodue elementi chiave. È da questo che dipende la così detta “tragedia dei benicomuni”: quando un bene comune non è totalmente “non rivale” è possibileche si verifichi un consumo squilibrato, come se il bene fosse congestionato edisponibile in maniera residua per la gran parte della comunità. Ad esempio è ilcaso delle risorse parzialmente rinnovabili, come i bacini idrici. Ed è proprio allaluce della “tragedia” che si consuma il dibattito politico intorno ai beni pubblici.
Il dibattito sui beni pubblici 
Il dibattito intorno ai beni pubblici ha in questi mesi ripreso vita a seguitodell’iniziativa legislativa del governo in materia di acqua e servizi locali. Daquesto dibattito emergono i tratti di un confronto che va molto al di là del temain oggetto. Lacqua è un pretesto utile per guardare da vicino unacontrapposizione di fondo: quella tra privato e pubblico che è anche lo scontrotra locale e globale, tra personale e comunitario e, infine, tra fiducia e sospetto.A ben guardare la sfida tra privato e pubblico è un classico del dibattito politiconon solo italiano, al punto che una generalizzazione, tutta da verificare,attribuisce alla politica di destra l’orientamento al privato e a quella di sinistrala preferenza per il pubblico. Le ricerche sulla base elettorale, il così detto“zoccolo duro”, di Pdl e Pd confermano almeno in parte questa visione dellecose. Se poi invece si guarda all’attività politica così come è stata esercitatanegli ultimi 20 anni si scopre che, nonostante le intenzioni dichiarate, la destra
 
italiana è stata spesso e volentieri inerte sul fronte caldo delle privatizzazioni ela sinistra, soprattutto negli anni ruggenti del blairismo imperante, ha alienatopezzi importanti del patrimonio statale.Nell’immaginario collettivo italiano il rapporto tra pubblico e privato è dominatodalla contrapposizione tra efficienza, appannaggio del privato e di chi rischia inproprio, e inefficienza, generalmente attribuita allo Stato e ad ogni suapropaggine.La difesa del pubblico, ancorchè di un “bene”, soffre in Italia di questa tarasemantica: difendere il pubblico è difendere lo spreco, l’inefficienza e, spesso, ilmalaffare. Con una tale sfiducia nella dimensione pubblica è evidente che ildibattito ne risulti inevitabilmente compromesso. Questo è il principale motivoper il quale il governo, nel difendere gli ultimi provvedimenti in materia, hafatto ricorso al tema dell’efficienza privata come fosse un mantra indistruttibile.L’argometazione è semplice: decenni di gestione pubblica hanno ridotto i nostripoveri acquedotti a colabrodi e il 37% dell’acqua disponibile si disperde lungo ilpercorso con un danno economico notevole. Se questo è il problema alloraecco la soluzione: affidare la gestione a società, anche private, che superino loscoglio di una gara ad evidenza pubblica. Come dire: l’acqua rimane un benepubblico, la distribuzione no. Quanto sia labile il confine tra disponibilità delbene, e dunque fruizione dello stesso, e distribuzione è il punto più spinoso deldibattito in corso.La dimensione pubblica di beni quali l’acqua o l’istruzione porta con se anche ildibattito sui diritti e sul modo in cui possono essere acquisiti e/o esercitati. Inquesto senso, l’apertura di uno scenario globale di concorrenza planetaria hamodificato radicalmente i termini della questione: quelli che il mondooccidentale considera diritti universali assumono una veste esclusiva, relativa,comunque privilegiata a confronto con le esigenze di paesi in piena corsa comeCina, India, Brasile. Ecco allora che l’affermazione, o meglio la riaffermazione,di una dimensione pubblica intangibile dei diritti diventa anche una battaglia afavore di conquiste “locali” contro l’aggressione globale.C’è poi da considerare la dimensione comunque privatistica della fruizione diun bene, anche pubblico. Se la scuola non funziona, se l’ospedale nongarantisce standard di qualità e sicurezza, se la giustizia è lenta e inaffidabile,è sempre il singolo cittadino che ne fa le spese. Quando incorre in queste
 
disavventure l’italiano generalmente si ricorda della superba sintesi di Totò etuona: “E io pago!”, chiudendo immediatamente il dicorso. In questarivendicazione c’è la sintesi della contrapposizione tra dimensione comunitariae dimensione individuale: è il singolo che paga, sono io, non è mai noi. Di più,l’individuo afferma la sua superiorità quasi etica sugli altri proprio perché si èprivato del bene supremo, i soldi. Gli altri, chisse fanno altrettanto,probabilmente no.Qui si apre il grande dramma nazionale: le tasse. Le tasse sono il mezzoattraverso il quale una comuninazionale sostenta l’erogazione dei benipubblici. Su questa dazione è fondato il modello sociale europeo, che in buonaparte del mondo fa ancora scuola, nonché il patto generazionale che definisceil legame profondo di solidarietà e mutua cooperazione che tiene insieme iltessuto sociale di un paese.Sarebbe un meccanismo perfetto se non fosse che in Italia le tasse erano, sonoe, con tutta probabilità, rimarranno un taboo. Memorabile fu il tentativodell’allora Ministro delle Finanze Tommaso Padoa Schioppa di infrangerequesta barriera dichiarando che le “tasse sono bellissime”. Le risate di schernodegli avversari e l’imbarazzo degli alleati sono lì a testimoniare che questodibattito deve fare ancora molta strada prima di diventare praticabile.Il tentativo era forse troppo tranchant nei tempi e nei modi ma aveva unindubbio merito: portare il dibattito sulle tasse fuori dal pressapochismoqualunquista. L’argomentazione era semplice e solare: le tasse servono perpagare gli insegnanti che formano i nostri figli, gli operai che fanno le stradesulle quale camminiamo, i giudici che esaminano le nostre controversie e cosìvia e in quanto tali sono un dovere che prelude alla fruizione dei diritti. Forse iltermine “bellissime” risulta comunque improrio ma messe in questi termini chipotrebbe negare che le tasse sono utili, giuste, necessarie?Ecco, il tema è questo: la fruizione dei diritti, tra cui i beni pubblici, comportal’assolvimento di un dovere che precede ed è, per così dire, propedeutico. Idoveri come altra faccia dei diritti. Su questo punto si accentrano le resistenzedi una larga fetta di italiani che hanno sempre contestato il dovere di pagare afronte di una qualità insufficiente dei servizi ricevuti. In altri contesti, comenegli Usa ad esempio, questo tipo di argomento non trova spazio nel dibattitopubblico e sarebbe ritenuto comunque insufficiente ad evitare la galera che

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