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Gli ultimi di Turoldo

Gli ultimi di Turoldo

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Articolo del Prof. Francesco Lamendola per Esonet.org (http://www.esonet.org). Fonte Arianna Editrice
Articolo del Prof. Francesco Lamendola per Esonet.org (http://www.esonet.org). Fonte Arianna Editrice

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Francesco Lamendola
Un film al giorno:« Gli ultimi »di Vito Pandolfi e David Maria Turoldo (1963)
"Me ne andavo in quegli anni a spigolare dietro ai mietitori. E tornavo a sera col mio piccolo fascio di grano, disposto a corona come in certi simboli sulle porte dei tabernacoli. Ed era tutto il nostro frumento. Sì e no una ventina di ani per ogni estate. Poi nulla, fino alla nuova mietitura. Piùtardi, in autunno, andavo a raccattare qualche smarrita pannocchia, sempre dopo il raccolto.Queste mio padre le barattava coi castagnari che scendevano dalla Carnia, anch'essi spinti dalla fame verso la pianura: una misura di granturco per una eguale misura di castagne, da serbare per la notte dei santi e dei morti. Le doveva cuocere mio padre in persona, nel vecchio e nero tegamecrivellato. E la fiamma passava tra castagna e castagna, sempre mosse con ritmo costante da mio padre. Un rito solenne. E noi tutti intorno al focolare, mentre il profumo invadeva la casa;impazienti che la pazienza del padre avesse fine; e dicesse, come di solito a tempo giusto diceva:ecco, ora sono da vendere. Tanto erano perfette di cottura. Noi le dicevamo 'la nostra carne'."Naturalmente prima bisognava andare a legna. Le canne di granturco e di finocchio selvatico nondavano un fuoco caldo a sufficienza. Pure quello era un altro compito del più giovane. I maggioriandavano tutti a imparar mestiere. E così mi toccava andare a legna, se volevamo riscaldarci incasa. Che anni quelli del ventotto e ventinove e trenta!…"Uno di quei giorni io commisi il più grave errore della mia infanzia. Era sul primo pomeriggio.Un giorno, in apparenza, come ogni altro; con un cielo semigrigio. Una solitudine di mezza stagione. Non più inverno non ancora primavera. Un giorno di quelle indefinibili tristezze, come dianimali in letargo. Io sentivo più che mai il travaglio di quelle virulente e inquiete e misteriose stagioni. Di fuori sembrava tutto calmo, mentre dentro tu covi il terremoto dell’adolescenza.Vicino a diventare un mostro: non ancora uomo senza essere forse per quelle mie circostanze speciali, mai stato un ragazzo. Quel giorno avevo più fame del solito. Avevamo mangiato polenta eorzo, ma non bastava. Forse i più grandi s’arrangiavano i qualche modo, ma io! In paese nonc’era che qualche anima viva, una sulla porta dell’osteria, un’altra, una donna, che attingeva un secchio d’acqua nel piccolo canale, certo per gli animali. Io guardai bene dalla mia porta: non miavrebbe visto nessuno. La tavola nostra era liscia, pulita, immensa. Nella madia qualche pugno di farina gialla. Non avevamo neppure dispensa. Me ne andai senza dire una parola. Sette, otto case più avanti c’era una grossa famiglia, che i miei ritenevano amica. Io pensai: «Forse loro…». Dapprima finsi di essere andato a giocare coi compagni. Parte della famiglia stava ancora atavola: un tavolone carico di frantumi dopo il rane pasto, da veri contadini. Ricordo che feci il girodella vasta cucina, annusando, senza scoprimi, s’intende, e dicendo qualche parola inevitabilmente sconnessa, tanto per nascondere le mie vere intenzioni che mi urlavano dentro. I due compagnimangiavano ancora e mi guardavano dall’alto, sazi. Ora che ci penso, deve essere successo cosìanche al povero Lazzaro in casa dell’Epulone. Nessuno mene dava, neppure una briciola. Alloraosai, spinto dalla disperazione e dal segreto pianto. Mangiavo tutta quella roba con gli occhi, oraquasi umidi e velati. Non avessi mai teso quella mano! Quando un vocione di donna rauca: «Vaivia, sp…» gridò alzandosi in piedi e tirando a sé il paniere. Il mio disgraziato volto avvampò
1
 
all’improvviso come una fornace. Mi sentii perduto, un’altra volta, come quel giorno, sbatacchiatoalto sul grano da mio padre. Le gambe erano nuovamente di legno, ma riuscii ugualmente a precipitarmi fuori dalla porta. Fuori ci stava altra gente, sotto il porticato, che iniziava la siesta.“Ricordo i carri, gli aratri, le forche. Mi parve per un istante che tutto si fosse messo in moto, conun suon di ferraglie contro di me. Anche costoro, per gioco, si misero a battere le mani e a gracchiare per farmi correre ancora più veloce. Mi sentivo lo spavento in persona, buttato fori sulla strada deserta, ove continuai a precipizio, per forza d’inerzia…”
Questa pagina commovente è tratta dal racconto autobiografico di David Maria Turoldo
 Io non eroun fanciullo
, ora ripubblicato nel volume
 Il mio vecchio Friuli
(Pordenone, Edizioni Bibliotecadell'Immagine, 2002),insieme alla videocassetta del film ad esso ispirato:
Gli ultimi
, uscito neicinema nel 1963. La sceneggiatura fu scritta a quattro mani dal regista, Vito Pandolfi, e dalsoggettista, padre Turoldo.Gli attori, tutti non professionisti, erano gli abitanti di Coderno di Sedegliano, in provincia di Udine,ove padre Turoldo era nato, il 22 novembre 1916. Il protagonista, che interpretava la parte del piccolo Checo, era un bambino di Nomadelfia: Adelfo Galli. La scelta del bianco e nero, poi,sottolineava il carattere austero, disadorno, quasi documentaristico del film e ne metteva in risalto la profonda vena poetica, venata di intensa malinconia nella rievocazione di un mondo rurale ormaiscomparso.Diciamo senza mezze misure che il film, a dispetto del mancato successo commerciale e deiriconoscimenti un po' pelosi della critica, è semplicemente un capolavoro. Sobrio, anzi scarno;antiretorico senza compiacimenti né sbavature; duro fino alla crudezza; epico nel senso più schiettodel termine, come è epico il mondo di Verga, dei pescatori Malavoglia, dei minatori di
 RossoMalpelo
: tutta gente umile, che va incontro al proprio destino con dignità e coraggio, senza inutiliribellioni e senza clamori né grida.È il romanzo di formazione di un bambino, Checo, ultimo di una numerosa famiglia di contadini poverissimi, che tutti maltrattano e prendono in giro crudelmente, chiamandolo "spaventapasseri", perché non ne comprendono le doti superiori di sensibilità e intelligenza; e, al tempo stesso, lavicenda corale di una intera comunità del profondo Nord negli anni Trenta del secolo scorso,quando l'alternativa era quella tra il morire di fame sulla terra degli avi e l'emigrare verso le minieredi carbone del Belgio, tagliando le amatissime radici.Chi, oggi, visiti quegli stessi luoghi, totalmente trasformati dal
boom
economico e raggiunti da undiffuso benessere, stenterebbe alquanto a riconoscervi il Friuli descritto da padre Turoldo che, al principio degli anni Sessanta, non era poi così diverso da quello di tre decenni prima, immerso inuna atmosfera atemporale e piagato da una miseria inverosimile; e, tuttavia, forte e fiero delle suetradizioni, del suo legame con il sangue e la terra.Un film che rimane indelebilmente nella memoria di chi lo ha visto anche una volta sola; un filmquasi sgradevole nella sua forza di verità e nella denuncia sociale ad esso sottesa; un film che poteva scaturire solo dalla collaborazione fra due personalità così diverse e così simili, come quelledi Pandolfi e di Turoldo. Un'opera rimasta assolutamente unica nel suo genere e alla quale possiamosolo accostare, ma passando ad un altro genere espressivo, le poesie friulane del giovane Pasolini,maturate nella Casarsa di prima del
boom
, quando il Friuli, appunto, viveva gli ultimi anni della suaantica civiltà contadina.Vito Pandolfi è nato a Forte dei Marmi nel 1917 ed è morto a Roma nel 1974. Critico teatrale eregista cinematografico, aveva fondato nel 1964 il Teatro Stabile di Roma. Libero docente in Storiadel teatro e dello spettacolo dal 1962, saggista, collaboratore di numerosi giornali e periodici,
Gliultimi
è stata la sua sola importante regia per il cinema. Per il teatro, invece, ha diretto una lungaserie di importanti spettacoli, da
 Egor Bulyciov e gli altri
(tratto da M. Gorkij), nel 1944, a
 BeatriceCenci
di Moravia, nel 1957, passando per 
 Il corsiero bianco
di Caroll (1945),
 La luna è tramontata
di Steinbeck (1946),
 La casa di Bernarda Alba
di Garcia Lorca (1947),
 Aminta
di Tasso (1954),
2
 
Torquato Tasso
di Goethe e
 Anfitrione
di Plauto (entrambi nel 1955). Ha lavorato con Squarzina eSalce per 
 La fiera delle maschere
, poi con Pasolini e Bernari per la trasposizione teatrale dellenovelle di Boccaccio e di Bandello. Ha scritto numerosi studi sulla storia del teatro italiano,specialmente moderno, e sul teatro tedesco espressionista.David Maria Turoldo era nato, come si è detto, a Coderno di Sedegliano nel 1916 ed è morto aMilano, di tumore al pancreas, nel 1992. Il suo nome di battesimo era Giuseppe; David Maria era ilnome che assunse allorché prese i voti, a Vicenza, nel 1938, entrando nell'ordine dei serviti.Teologo e poeta di fama internazionale, padre Turoldo realizzò il film
Gli ultimi
grazie all'amiciziacon Pier paolo Pasolini, che conobbe nel periodo in cui fu trasferito nel convento di Santa Mariadelle Grazie, a Udine, fra il 1961 e il 1964. In ogni caso, si può dire che l'influenza tra i due fureciproca: non è un caso che Pasolini, nel 1964, abbia girato il più esplicitamente religioso dei suoifilm,
 Il Vangelo secondo Matteo.
Dal 1964 Turoldo ristrutturò l'antica abbazia cluniacense di Sant'Egidio, a Fontanelle di Sotto ilMonte (paese d'origine di Giovanni XXIIII), e divenne priore della comunità
Casa di Emmaus
, incui istituì il Centro di studi ecumenici Giovanni XXIII, chiamando a collaborarvi anche personalitàatee o di altra religione. La sua visione della vita si rivela dal titolo del periodico clandestino da luistampato a Milano, durante l'occupazione nazista del 1943-45,
 L'uomo
(perché
"il solo scopo dellavista -
disse -
è la realizzazione della propria umanità" 
), nonché dalle parole da lui pronunciate poco prima della morte:
"La vita non finisce mai".
 Di lui, il critico letterario Carlo Bo ebbe a dire:
"Padre David ha avuto da Dio due doni: la fede la poesia. Dandogli la fede, gli ha imposto di cantarla tutti i giorni." 
Una antologia delle sue poesie,dal 1948 al 1988, è contenuta nel volume
O sensi miei
, è stata pubblicata da Rizzoli nel 1990, connote introduttive di Andrea Zanzotto e di Luciano Erba.Delle opere di spiritualità e teologia ricordiamo, tra le più recenti,
Oltre la foresta delle fedi
, del1996;
Ultime poesie: canti ultimi. Mie notti con Qohelet,
del 1999;
 Dialogo tra cielo e terra
, del2000;
 Il dramma è Dio: il divino la fede la poesia,
del 2002; Diario
dell'anima
del 2003.Ma la sua ispirazione religiosa è evidentissima anche nel film
Gli ultimi
, che non è affatto unascorreria estemporanea nel mezzo cinematografico, ma una coerente estensione al linguaggioespressivo del grande schermo, della sua vena di salmista innamorato del mistero di Dio; comeappare non solo nel rapporto tra il piccolo protagonista, Checo, con il parroco del paese, ma in tuttol'afflato poetico che pervade la vicenda, il paesaggio, le immagini. Una religiosità maschia eintroversa, non certo sdolcinata come in
 Fratello sole, sorella luna
di Zeffirelli; dove la preghiera èil canto di lode a Dio che tutte le cose levano in coro,
anche se non lo sanno
o se, addirittura,credono di ribellarglisi e di insultarlo.Perché, come direbbe Bernanons, anche per Turoldo vale la ferma convinzione che tutto, ma proprio tutto, non è altro che grazia.
 ALCUNI GIUDIZI CRITICI (I primi quattro sono tratti dalla presentazione della videocassetta del film
Gli ultimi,
allegata al libro
Il mio vecchio Friuli
di David Maria Turoldo, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell'immagine,2002; il quinto da
Il Mereghetti,
 Baldini Castoldi Dalai Editore, edizione 2004; il sesto da
IlMorandini,
 Zanichelli, edizione 2000).“I figli si scoprono nei padri, nei gesti dei padri: nel bere con gusto il vino e nell’accettare convirile grandezza fatica e sofferenza. È il film che presenta un’esistenza ancora legata alla natura,dove ancora senso magico non si oppone a sacralità, una esistenza che sa quanto valga il donodella polenta, del pane, delle castagne, del vino, dell’acqua: un’esistenza che precede quella nostraciviltà del benessere; una sorta - per così dire - di civiltà 'anti-spreco nella quale nascere poverinon impedisce di scegliere la povertà." 
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