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Segreto del vivere

Segreto del vivere

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Articolo del Prof. Francesco Lamendola per Esonet.org (http://www.esonet.org). Fonte Arianna Editrice
Articolo del Prof. Francesco Lamendola per Esonet.org (http://www.esonet.org). Fonte Arianna Editrice

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04/28/2013

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Francesco Lamendola
Il segreto più riposto del viverefra impegno totale e sovrano distacco
È curioso, a ben guardare, quello che la vita ci richiede.Da un lato dovremmo sviluppare al massimo le funzioni necessarie ad un impegno totale: quelle chesi qualificano, al livello più basso, come cieco istinto di conservazione (e di riproduzione), e, allivello più alto, come offerta integrale di sé, come dono senza riserve.Dall'altro, dovremmo sviluppare al massimo - contemporaneamente - le funzioni necessarie aconseguire un sovrano, sereno distacco da tutto e da tutti: a cominciare dal nostro ego, dal nostro piccolo Io, su su fino alle cose più nobili e pure, più belle, più vere: perché senza di esso non siimpara realmente a vivere, cioè non ci si prepara a morire.In un certo senso, è come se si chiedesse a qualcuno di essere, nello stesso tempo, un basso e untenore; se gli domandasse di essere eccellente alpinista ed eccellente subacqueo. Anzi, è come se glisi domandasse ancora di più: perché in questi esempi rimaniamo sul terreno di ciò che è meramentequantitativo; mentre qui si tratta di una differenza qualitativa. Forse, un paragone più calzante per esprimere il paradosso della vita è la richiesta di essere, nello stesso tempo, estremamente sensualied estremamente spirituali; estremamente teneri ed estremamente duri; estremamente sensibili edestremamente crudeli.Dovremmo, cioè, amare la vita come la cosa più preziosa che vi sia al mondo; e, al tempo stesso,disprezzarla come l'ultima delle sgualdrine.Il primo dei due atteggiamenti è frutto dell'istinto, e ci viene (almeno finché si è giovani) "naturale";il secondo è frutto dell'esperienza e del disincanto (quindi, in genere, dell'età adulta), ed è"artificiale": ma, una volta che abbia trovato la strada del nostro essere più profondo, divienealtrettanto forte e radicato del primo.Da giovani, infatti, è cosa naturale credere, sperare, illudersi; più tardi, diviene cosa altrettantonaturale il fatto di dubitare, disperare, disilludersi.Ma i due atteggiamenti sono spesso mescolati e intrecciati, e scavalcano questa schematicadivisione relativa all'età e all'esperienza. Molti giovani sono già stanchi, disincantati e delusi; e nonmancano gli anziani che hanno conservata intatta la loro freschezza, ossia la loro capacità diguardare al mondo con stupore, fiducia e benevolenza.Osserviamo una giovane madre che se ne va a spasso con il suo bimbo in carrozzella. Per quanto possa essere, nella sua vita privata, una persona modesta e perfino timida, ora sfodera tutta la suafierezza, tutto il suo orgoglio: avanza diritta per la sua strada, con una punta di arroganza, esibendoil prodigio di quella vita che lei (così crede) ha creato: che si spostino gli altri, lei no di certo. Hamesso al mondo la vita, ha officiato il rito più sacro dell'umanità: quello di assicurare lariproduzione della specie.Oppure si osservino i bambini che giocano nel cortile di una scuola, durante la ricreazione; o mentreviaggiano sul pulmino; o quando si preparano ad affrontare una gara, un concerto, una esibizionequalsiasi. Si vedono subito quelli che si rialzano svelti dopo una caduta, che si fanno largo aspintoni, che non temono di esporsi e di essere giudicati; e quelli dei quali, al contrario, gli adultidicono, scuotendo il capo: «Se solo avesse un po' più di
 grinta
, di fiducia in se stesso…».La vita non è una passeggiata tra i fiori.
1
 
Per affrontarla bisogna farsi duri, scaltriti; bisogna immergervisi, sentirvisi attaccati. Basta unmomento di distrazione, e subito c'è qualcuno pronto ad approfittare di ogni nostra minimadebolezza, di ogni ingenuità. Niente viene offerto
 gratis
: sembra che ogni cosa abbia un prezzo, che per ogni piccola gioia ci venga presentato un conto salatissimo.Per vivere in un mondo così, o si impara ad essere altrettanto duri, o si finisce come gli eterni vasidi coccio in mezzo ai vasi di ferro.E questa durezza, questa furbizia, questa attitudine al calcolo e all'opportunismo, si sposano anche,di solito, con un sano appetito animale, con una capacità di sprofondarsi nelle cose e di goderne conaltri, perché ci s'intende a fiuto con quelli che appartengono alla stessa specie.D'altra parte, la morte sta in agguato e ci aspetta, senza particolare fretta. Non solo la
nostra
morte; anche quella delle persone a noi più care. Se ne sta lì, appollaiata sui ramidella scura foresta, e attende la sua ora. Noi sappiamo che verrà: è l'unica cosa che sappiamo conassoluta certezza, fin da quando - bambini - cominciamo a capire che la morte è un sentiero senzaritorno.Poi, ci sono quelle piccole morti che ci vengono inflitte dalle delusioni profonde; il male che civiene da coloro ai quali volevamo bene, e dei quali ci fidavamo. Difficile, se non impossibile,farsene una ragione, darsi pace: le ferite continuano a bruciare e a sanguinare, ancora dopo anni eanni, come bruciavano e sanguinavano il primo giorno.La delusione più cocente è quella che viene dagli amici, dagli amanti, dai figli. Noi saremmo stati pronti a dare la vita per loro, ed essi ci ripagano con l'ingratitudine più nera e con l'egoismo piùsfrontato. E la cosa più sconcertante è vedere che, almeno apparentemente, l'egoismo e la furbizia
 pagano
; che i più egoisti e i meno scrupolosi sono proprio quelli cui sembra andare tutto per ilverso giusto.Sì, in quei momenti ci si chiede che senso abbia continuare a trascinarsi sulla terra come vermi, asopportare la farsa crudele di cui ci si sente vittime.Eppure ci dicono che la vita è bella; che dobbiamo ritenerci fortunati di averla ricevuta in dono.Sembrerebbe un'ironia.In realtà, molte contraddizioni sono più apparenti che reali.L'errore che si fa, quando ci si abbandono a considerazioni del genere, è quello di scordarsi delladoppia natura dell'uomo, della sua natura anfibia: creatura della terra, ma anche celeste.Con i piedi è affondato nella polvere nel fango, lotta per sopravvivere e per strappare qualche gioiaal mondo, perché sa di avere i giorni contati, e non vuole arrendersi alla morte prima di aver succhiato tutta la polpa possibile al frutto della vita.Ma con il capo è proteso verso l'alto, guarda il Sole e le stelle, respira il profumo dell'infinito edell'eterno; sente, nelle oscure profondità del suo essere, che c'è qualche cosa d'altro, al cuiconfronto le più grandi gioie di quaggiù non sono che un debolissimo, sbiadito riflesso.La sua parte terrestre si attacca alle cose, si aggrappa a ciò che è impermanente; sa che è unaillusione, ma non può farne a meno. Ha dovuto sviluppare delle robuste difese, per imparare avivere il mestiere della vita; e, di conseguenza, ha sviluppato l'attaccamento verso quelle cose per lequali ha lottato duramente. Misura il valore delle cose dalla fatica che gli è costata il procurarsele; e,quando riesce a soddisfare i propri desideri, ne stringe il frutto a sé, come un cane stringe l'osso frale zampe: mostrando i denti a chiunque si avvicini.La sua parte celeste, invece, ha fame e sete di altri cibi e di altre bevande: cibi che non si guastano e bevande che non imputridiscono. Ma egli raramente è disposto ad ascoltarla, e può accadere perfinoche la soffochi del tutto, che si scordi d'averla.Solo quando riesce a portarsi sul piano spirituale, l'uomo incomincia a vedere le cose in una prospettiva diversa. Non cessa di apprezzare le cose buone della vita, ma nemmeno commettel'errore di sopravvalutarle oltre ogni limite. Non le idolatra più; e, di conseguenza, non è piùdisperatamente dipendente nei loro confronti.
2
 
Impara che di molte di esse può fare a meno; di altre, può godere in modo più sobrio; e altre ancora, può viverle con un diverso stato d'animo: meno compulsivo, meno ossessionato, più grato ma anche più sciolto, più libero.Impara a ringraziare, ma anche a giudicare con maggiore equità; e a non disperarsi per le cose che perde: perché, in realtà, non erano mai state sue.Impara a godere di poco - di ciò che, quando si è immersi nel livello terrestre, può sembrare poco;ma lui,
adesso
, ha compreso che è molto.Così, mano a mano che procede sulla
via
e che si trasforma - tra mille incertezze e mille cadute - inun essere spirituale, l'uomo impara a gioire di più con meno, e a disperarsi di meno per il distacco diquello che gli sembrava il più.Sorride, ripensando al tempo in cui il suo cuore era soggetto a continui turbamenti; quando tutto ilsuo essere era squassato dai venti impetuosi del desiderio e del timore. Ma sorride con indulgenza esenza alcuna presunzione, perché sa anche che la battaglia non è mai vinta del tutto - non finchésiamo quaggiù, almeno. Sa che potrebbe cadere di nuovo, che nessuno è immunizzato una volta per tutte. Sa che bisogna conquistarsi la libertà spirituale giorno per giorno, ora per ora, momento per momento.E, sovente, rimane pensoso.Perché se prima, quando era una creatura quasi interamente terrestre, non riusciva a capacitarsi chesi possa essere felici senza il possesso di tutte quelle cose che gli sembravano il corollarioindispensabile della felicità, nemmeno ora, che è divenuto una creatura in gran parte spirituale,riesce a convincersi che aver amato la bellezza, la bontà e la verità, sia pure nelle fragili spogliedella sfera terrena, sia stato solo un inutile miraggio e una sterile illusione.E, infatti, non lo sono stati.Per l'uomo spirituale, le tappe del proprio cammino sulla via sono state preziose, necessarie, tuttedegne d'esser vissute: non ne prova vergogna o rammarico, non arrossisce al pensiero di averle percorse con il cuore in tumulto. Non si sale la montagna senza aver prima percorso le valli; non si esce a veder la luce senza aver traversato, a tentoni, la penombra del bosco. E non si arriva in cima senza essere scivolati suighiaioni, almeno qualche volta.Il coraggio è uno strano amico: prima di venire a te, lo devi conquistare; devi mostrargli che sei tu il più forte. Ma, a partire da quel momento, non ti lascerà mai più: ti starà sempre al fianco, più fedeledi un cane da guardia.Il grande
 yogi
, Paramahansa Yogananda, maestro del sereno distacco e della liberazione da ogniforma di attaccamento, amava teneramente un cerbiatto; e così l'animale amava lui. Quando il santouomo predicava o istruiva i suoi seguaci, anche il cerbiatto veniva a lui, fra gli altri, come per ascoltarlo.Un giorno il cerbiatto si ammalò, e grande fu l'angoscia di Yogananda all'idea di perdere quel suotenero amico. Non poteva accettare l'idea di doversene separare: chiamò degli esperti veterinari,fece di tutto per salvargli la vita.Una notte il cerbiatto gli apparve in sogno e gli disse: «Ma perché vuoi
trattenermi
? Io sonochiamato lassù, nella luce, in un mondo assai più bello di questo».Allora Yogananda comprese che la sua battaglia per tenere in vita il cerbiatto nasceva da una formadi attaccamento, e che tale attaccamento è una forma di egoismo.Coloro che si sentono chiamati dalla morte, sanno che li attende una realtà molto migliore di quellaterrena; ma a trattenerli, e con dolore, è lo smarrimento delle persone che li amano. Come le lacrimesul viso di un amico, mentre il treno sta partendo: è difficile affrontare il passo della morte, se quelliche amiamo non riescono a rassegnarsi all'idea del distacco.Certo, la perdita delle persone care è un duro colpo: il più duro di tutti, sul piano umano.E, subito dopo, viene la perdita morale: quando coloro che amiamo ci deludono a un punto tale, cheè come se per noi fossero morti; e anche noi moriamo un poco con loro.
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