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Manoscritto Ciancarella Impossibile Pentirsi Anche Su Strage Ustica

Manoscritto Ciancarella Impossibile Pentirsi Anche Su Strage Ustica

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Published by Laura Picchi

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02/02/2013

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IMPOSSIBILE PENTIRSI
 
Prefazione dell'Autore
 Questa è la storia di un perdente. Una storia iniziata sui banchi e sui piazzali della AccademiaAeronautica e approdata sui banchi degli imputati in procedimenti militari - penali e disciplinari -che si sono conclusi con l'infamante provvedimento della rimozione dal grado e della conseguenteespulsione dalle Forze Armate. Ma è una storia non ancora conclusa, anche se molti ed in moltimodi avrebbero voluto scrivere la parola "Fine".E' anche la storia di altri perdenti. Perchè è la storia di una speranza - una utopia forse - perseguitatae violentata come tutte le speranze della storia. Essa diviene infatti un "pezzo" della storia delMovimento Democratico dei Militari e un pezzo della storia di alcuni degli uomini che siriconobbero nei valori e nelle speranze di quel Movimento. Nel tentativo cioè di dare dignità e coscienza costituzionali ad un mondo separato, come erano leForze Armate; e dare diritto di cittadinanza per la Costituzione "Democratica", i Suoi principi e leSue garanzie, in una Istituzione che conservava invece intatta la natura "aristocratica edantipopolare" della sua originaria vocazione, e che si autoriconosceva ed attribuiva un ruolo"sovracostituzionale" di "Potere Militare".Questa natura e questa realtà sono spesso ben occultate dalla retorica di uomini ed ambienti politiciche continuano a pensare se stessi come detentori del potere - "i Principi" - di cui le F.A.dovrebbero rappresentare la garanzia pretoriana per la conservazione. Sono al tempo stesso benmimetizzate agli occhi della Pubblica Opinione dalla "apparente e dichiarata mansuetudine" dellestesse F.A. alle funzioni ad esse costituzionalmente attribuite. Una mansuetudine tuttavia smentitada vicende storiche che si rincorrono, senza soluzione di continuità, dalla fine della Seconda GuerraMondiale: dal Sifar a Gladio, dai ripetuti "piani" - ora "Solo", ora "Borghese", altre volte rimastiignoti alla pubblica opinione (ne illustreremo alcuni in questo libro) - alle infinite stragi impunite.Sempre per dare corpo ai "montanti furori" più o meno dichiarati, che altri celiavano come"tintinnio di sciabole". Non era certamente facile opporsi a questo sistema autoritario e violento che stravolgeva ogni previsione costituzionale, e tuttavia dovevamo provarci. Per fedeltà al giuramento fatto a quellaCostituzione, per fedeltà a noi stessi ed a quello che, con quel giuramento, avevamo accettato escelto di essere: i garanti della Democrazia e della Libertà, per i cittadini di questo Paese e le sueIstituzioni, a qualsiasi costo. E naturalmente abbiamo perso. Con la stessa consapevolezza con cuiavevamo ingaggiato la lotta. Con la amara esperienza di aver combattuto per lo Stato, ma di nonaver potuto combattere con lo Stato, perchè pezzi interi di quello Stato erano schierati contro di noi,nel campo avverso.La storia dei perdenti potrebbe sembrare inadeguata in momenti storici in cui si celebra la societàdella apparenza e del successo.Ma è la storia ad insegnare che si può essere perdenti senza essere mai vinti. Che il cammino dellastoria è un cammino di civiltà solo per la ostinazione dei perdenti; mentre i tanti "vincenti" dellastoria quasi mai hanno raggiunto e raccolto la pienezza della vittoria. Il potere, raggiunto econservato con la violenza e la ferocia più ignobili, non ha spesso resistito ai rovesci di una storiache conserva tutta la sua profonda ironia per le smanie ed i desideri di onnipotenza di piccoliuomini. Non è necessario scomodare la memoria delle brevi ed effimere stagioni del Nazismo e delFascismo e le loro tragiche conclusioni di cui Piazzale Loreto conserva tutto il suo spessoresimbolico (che ben difficilmente le sequenze di un qualsiasi "Combatt-film" potranno riuscire asminuire). Basta guardare alla storia di Hammamet, dei tanti finanzieri d'assalto degli ultimi anni, aitragici ma miseri suicidi (perchè tali rimangono, cioè miseri, rispetto ad un gesto che in altri tempi o per altri uomini ha sempre avuto ed avrà una dimensione di altissima dignità e capacità di lottareoltre il sopportabile) dei grandi uomini della finanza e della politica corrotte, quando, ormai scopertinelle loro miserie ed ignobiltà, non hanno saputo stare di fronte alle proprie responsabilità. Edanche in questi finali amari e tragici hanno trovato il conforto dei "grandi" - Vescovi o politici -
 
incapaci di analizzare i crimini contro i "poveri" di coloro che furono loro amici, pupilli, compagnidi mense, non certo frugali.Bisogna invece che noi conserviamo ed alimentiamo la memoria della violenza che hanno operatogli aspiranti vincitori. Ricordare non basta. Memoria è un ricordo "attivo" che vuole comprendere imeccanismi, le cause e dunque le ragioni che determinarono una storia, e sa rileggerle nel presente per capirne le "mutazioni" e le mimetizzazioni nelle forme nuove in cui quella stessa violenza tornae tornerà ad esercitarsi. Forme diverse sempre più evolute e sofisticate. E' dunque solo la Memoria adare senso al proprio impegno per costruire un futuro in cui si possa sperare che quella violenzanon torni a mostrarsi, con volti diversi ma la con medesime atrocità, per il nostro passivo ed ignaroconsenso.Perdere "la Memoria storica" ci rende estranei a noi stessi, incapaci di riconoscere le nostre radici,di capire il nostro presente, di costruire un qualsiasi futuro. Non ci è lecito dimenticare che il desiderio di Liberazione e di Dignità di ogni Popolo, la ricerca diVerità e Giustizia di ogni uomo non sono mai stati completamente soffocati e vinti dalla repressionee dalla violenza, dalle persecuzioni e dagli stermini. Perchè sempre qualcuno si è alzato arivendicare la forza dei Valori dell'Uomo. E la Vita è sempre stata vittoriosa sulla morte e sui suoigabellieri. Non è solo il popolo Ebreo ad aver riconosciuto conservato e sviluppato la sua profondadignità ed identità dalle persecuzioni patite nella storia. E' l'Uomo che ha ricosciuto via via la suaoriginaria sovranità come Umanità-Persona dalle infinite e tragiche violenze della storia.Ed in questo cammino di liberazione anche i "salvatori" di un particolare e contingente frangentedella storia sono avvertiti per quello che sono: strumenti, solo strumenti di una storia che "non ha bisogno di loro come uomini della Provvidenza". Essi spesso si fanno invece da liberatori chefurono, i nuovi dispotici padroni. Accadde con Ciro di Persia, è accaduto con gli Stati Unitid'America, accadrà ogni volta che, di fronte ad una liberazione, i piccoli ed i semplici non sarannoaiutati a rivendicare la propria dignità. Perchè ogni liberazione è un atto dovuto all'Uomo, dunque ase stessi. E come tale è atto dovuto ogni prezzo, ogni sofferenza pagata per raggiungere quellaliberazione: per raggiungerla insieme, vittima e "liberatore".E così per quanto "i vincenti" possano rifugiarsi nella celebrazione del potere, dell'impotenza deisingoli di fronte ad esso, rimane la angosciosa domanda di Pilato: "Cos'è la Verità?", di fronte allasconcertante rivelazione che gli veniva da un perdente assoluto e che gli ricordava quanto effimerofosse il suo potere, comunque condizionato dalla sottomissione ad un potere più grande del suo.Eccezionale analisi politica e sociale di un "povero" che altri nella storia ha poi storpiato ed usato(volendola spacciare come affermazione della natura "divina" di ogni potere politico) conl'inconfessato fine di giustificare l'uso del "potere temporale" allo scopo di esercitare il proprioistinto di violenza per la conservazione, volendo comunque conservare l'ineffabilità di un "ruolospirituale" totalmente disincarnato. Disincarnato certamente dal destino dell'Uomo, non certo dallaricerca del potere, però!Ebbene quella domanda di Pilato condanna costoro al ruolo di "servi del potere" e non mai di"servitori dello Stato". Benchè vincenti, la storia li ricorda solo per le nefandezze compiute contro il popolo, i poveri ed i giusti, come avviene dei gerarchi nazi-fascisti. Perchè essi non sanno giocare la propria pelle per cercarla, la Verità, e leggerla nella storia degli uomini; nè vogliono perseguirla, laGiustizia, servendola con l'umiltà del povero e la forza del "profeta". Non c'è alcuna autogratificazione nell'esprimere queste convinzioni. I prezzi davvero disumani checiascuno di noi ha dovuto pagare - nella carriera, nella famiglia, nella sicurezza personale e nellastabilità psicologica - non consentirebbero simili atteggiamenti puerili.Potrebbe anche pensarsi che simili convinzioni siano "scontate" per chi come me sia un credente.Educato cioè a riconoscere la vittoria nella umiliazione estrema di Gesù crocifisso, per la fiduciosasperanza che si fa certezza di Fede in una Resurrezione.Tuttavia è proprio nei tanti "non-credenti" al cui fianco ho militato, e che hanno speso tutto per glistessi valori etici che mi animavano, pur partendo da matrici affatto diverse, che ho potuto leggerela forza inarrestabile delle idee e dei valori e l'impossibilità per qualsiasi fede o ideologia di
 
rivendicarne una specie di esclusiva. Essa è infatti la forza dello Spirito dell'Uomo. Certo, questo, per me credente, ha significato convincermi ancor più di quanto ogni Uomo possa partecipare allaRivelazione ed al progetto di Salvezza, per quella scintilla di Verità e desiderio di "Eternità" che èin ciascuno, e che a me rivela la "nostalgia di infinito" - di Dio - che riposa nel cuore di tutti, e chein tutti può esplodere con forza inaspettata, solo avessimo voglia di farla germogliare.Ma è proprio questa esperienza ad avermi liberato da quel "sacro fuoco" di saccenteria e apologia,di proselitismo e becero moralismo che in qualche misura avevo condiviso con certa specie di"cattolici". Essi, così impegnati a proclamare la Legge di Dio, ed a pronunciare in Suo nomeanatemi e condanne, da dimenticare la Misericordia e la Giustizia. Tanto impegnati a giudicare danon avere più il tempo ed il modo per testimoniare in prima persona, pagandone il prezzo, i valoridel Regno nel quale dicono di credere. La Giustizia anzitutto, che è frutto della Verità, la qualenasce solo dalla Libertà totale alla quale ci conduce lo Spirito che riposa in noi.La Giustizia. Essa non è, come ai più è comodo credere, il ristabilire un equilibrio manomessoattraverso una qualche compensazione legalmente stabilita come riparatrice: la legge del taglione.Ma è solo "Fare ciò che è giusto". Ed allora non c'è più spazio per il calcolo e la convenienza.Quando si sceglie di privilegiare i valori, ciò che si fa lo si fa solo perchè è giusto. Costi quello checosti nella oscurità di un cammino.Ma questa consapevolezza l'ho incontrata piuttosto nei cosiddetti "laici", che devono risponderesolo alla propria coscienza, che non nei tanti cosiddetti "credenti" o funzionari o "ministri del culto"che - nelle F.A. come in tanti settori della vita ordinaria, pubblica, civile o religiosa - ostentano pomposamente e con retorica la propria fede nelle sole celebrazioni rituali; ma la neganoostinatamente e la tradiscono sistematicamente nelle liturgie quotidiane della vita vissuta. Non ho perso la mia Fede; ma essa è certamente divenuta "altro" in questa esperienza in cui la Parola è verasolo se si incarna ogni giorno in gesti e scelte conseguenti.E' necessario però riflettere assieme a quanto la terribile tentazione nostrana del "tengo famiglia" ciinduca spesso ad essere indulgenti verso coloro che hanno ceduto. Semprechè il loro cedimento edunque la loro corruzione non abbia determinato costi diretti e mortali alla nostra vita, come èavvenuto invece per coloro che hanno visto devastate da stragi impunite la vita dei loro cari e per conseguenza tutta la loro vita di relazione. E dovremmo riflettere su quanto la medesima tentazioneci induca a classificare come "eroi" o "diversi", come fossero santi, coloro che hanno pagato tributiindicibili a quella che con volgarità chiamiamo solo "coerenza". Ad essi attribuiamo una "qualcheesemplarità" insinuando che essa è tuttavia difficile da imitare cosicchè solo ad essi ed ai loroemuli affidiamo la soluzione dei "mali del mondo". Perdiamo così la cultura della forza di unaresistenza unita operata da diversi, e consegnamo alla morte ed alla inutile beatificazione quanti nonvogliono rinunciare alla propria vocazione a vivere da uomini liberi. Non è necessario per questa riflessione riferire ai Falcone, ai Borsellino, od a qualcuno di noi.Basterà pensare al testimone dell'omicidio del Giudice Livatino: un caso del tutto fortuito ne avevaaveva fatto l'unico testimone del crimine consumato con assoluta ferocia. Di certo la sua presenzanon fu rilevata dagli assassini, chè, diversamente, non avrebbero lasciato scampo neppure a lui. E'un uomo ordinario, con una vita ordinaria di lavoro, famiglia, casa, progetti, aspirazioni. Ma non hagiurato alcun impegno alla tutela sociale come quei militari che solennemente giurano di esserefedeli alla Costituzione a costo della vita. Ma quest'uomo, che deve rispondere solo alla propriacoscienza, non arretra di fronte a ciò che sente giusto al di là di ogni condizione che gli permetterebbe di sottrarsi. E si offre per dare testimonianza alla verità. E perde tutto, a partire dallasua sicurezza, nella nostra generale indifferenza. Perde lavoro, casa, affetti, senza neppure poter avvertire il calore di una solidarietà continua e concreta della gente.Dunque non si può essere spettatori o lettori, di questa od altre storie, per provare solo emozioni esensazioni senza comprendere che i giusti continueranno il loro cammino anche indipendentemeteda noi, ma la loro sorte non è indipendente da noi. Che la solidarietà che avvertiamo, anche congenuinità, verso i perseguitati della storia, non muterà la loro vicenda umana se non sapremo pagarei nostri "piccoli prezzi" quando ciò diviene fondamentale per la salvezza di altri, quando non basta

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