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La precessione delle immagini e l’industrializzazione dell’immaginario. Ovvero: un’immagine di sintesi ci salverà

La precessione delle immagini e l’industrializzazione dell’immaginario. Ovvero: un’immagine di sintesi ci salverà

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Articolo uscito su Cyberzone 15
Articolo uscito su Cyberzone 15

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Published by: Giovanni Boccia Artieri on Oct 25, 2010
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La precessione delle immagini el’industrializzazione dell’immaginario. Ovvero:un’immagine di sintesi ci salverà
di
Giovanni Boccia Artieri
 
da Cyberzone n. 15
Parlare della
 società
e delle sue dinamiche significa osservare, da una parte,le superfici lisce, i prodotti di un movimento evolutivo sempre più globaliz-zante ed omogeneo che spiana le asperità mostrando le equivalenze, il pri-meggiare di una logica unitaria, il concretizzarsi di una dimensione sempre piùastratta e generalizzata. Dall’altra vuol dire osservare le striature di ciò che sifa sociale, la nascita di localismi, l’emergere di strutture a-razionali, di recupe-ri neo-comunitari, di una dimensione di socialità e socievolezza nella quale le pratiche individuali si innestano diluendosi, a volte, in un “tutto” comunitariodi massa.I tecnomedia, nell’apertura di possibilità esperienziali e interattive nuove per le soggettività, incarnano questo stato di “complementarietà oppositiva”del sociale innestando il soggetto in una dimensione fluida fatta di istanze ge-neralizzanti, globalizzanti, omogeneizzanti, massificanti e di particolarizza-zioni, localismi, individualizzazioni.Questo stato di tensione turbolente della società va ricondotto innanzi-tutto all’azione dei media che riarticola la relazione fra immagine e immagina-rio in direzione di una scissione, di un disaccoppiamento fra pratiche concretedella soggettività – le peculiarità delle azioni dei singoli vissuti – e forme dirappresentazione di questi: in pratica il vissuto individuale e collettivo è sem- pre più sconnesso da una relazione diretta con la propria rappresentazione.La rappresentazione è espropriata dai vissuti individuali, esce dai territoridi esperienzialità diretta dei soggetti per farsi prodotto esterno: una esperienzamediata nella quale il soggetto si limita a ri-conoscere il rappresentato e ade-rirvi affettivamente inscrivendo il suo vissuto in questo dominio esteriore pro-dotto industrialmente.L’industria dell’immaginario costruisce in tal senso al di fuoridell’individuo una sorta di “banca del senso”, un deposito di simbolico a di-sposizione di un soggetto sociale sempre più frammentato, aperto a percorsinomadi, il cui Io si moltiplica seguendo piste di rappresentazione eteroprodot-te differenziate e molteplici. Rappresentazione che tende dunque a divenire un
 
 
2
 prodotto dell’industria culturale: accumulazione di immagini e fabbricadell’immaginario. Assistiamo a forti concentrazioni dei linguaggidell’immaginario nelle grandi fusioni fra major dell’audiovisivo e industria delsoftware: consumo d’immaginario e immaginario di consumo.E’ una dinamica questa che si origina con la modernità delle società dimassa e le sue procedure di disaccoppiamento fra l’individuo e la sua rappre-sentazione. Rappresentazione che si autonomizza rispetto alle soggettività, chesi frammenta nel tempo e si moltiplica nello spazio.L’immaginario si deterritorializza e delocalizza, si svincola non solo dallespecificità territoriali ma anche dai vissuti concreti: diventa immaginario
inquanto tale
, immaginario
allo stato puro
.Questa volatilizzazione dell’immaginario avviene per opera dei media edella loro vocazione alla planetarizzazione della comunicazione, a farsi luogocomune e collettivo condiviso, in contrappunto ai luoghi singoli dei vissuti; afarsi matrice temporale della realtà (con la diretta e il tempo reale) in contrap- punto alle dimensioni temporali antropologicamente radicate.Lo strumento mediale della volatilizzazione dell’immaginario è la produ-zione, replicazione e diffusione di immagini-mondo.L’immaginario diviene apertura alle possibilità inespresse dei vissuti, ai possibili altrimenti. Certo, si tratta di possibili altrimenti spesso serializzati egeneralizzati in linguaggi-mondo come i McDonald o i Disney Wor(l)ds. Ete-roproduzione di immaginario ma, al contempo, nascita di vissuti rappresentatiin comune. Mode e stili di vita, stanno lì a dircelo.E’ nel consumo e nelle sue pratiche, nei prodotti culturali diffusi e nelleimmagini correlate, che si srotola la stretta relazione fra forme esperienziali dirapporti sociali incarnati negli oggetti e forme di rappresentazione del mondo,cioè fra cose (oggetti-immagine) e immaginario.L’industria dell’immagine/immaginario è uno strumento di condensazionedell’immaginario in oggetti che sempre più nella realtà contemporanea assu-mono la natura di merci visuali. E’ così che l’immaginario si fa visibile, tangi- bile, indossabile, utilizzabile: il merchandaising attualizza porzioni di immagi-nario, e l’astrazione cognitiva del soggetto si estroflette e diventa vissuto con-creto, tattilmente tangibile: “gotta catch’em all” come recita lo slogan dei Po-kemon.
 
 
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In pratica le forme tradizionali di mediazione dell’immaginario vanno e-saurendosi a favore di una centralità del consumo che diviene il punto di anco-raggio materiale dell’immaginario.***Il legame stretto tra immaginario e soggettività si volatilizza nella media-zione dell’immagine sempre più frutto di procedure comunicative artificiali eautomatizzate e si apre a nuove modalità di permutazione e ricombinazione: èla virtualizzazione
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. Si pensi alle immagini di sintesi, sempre più pervasive ecapaci di colmare i vuoti lasciati dalla rappresentazione iconica della realtà. La“potenza” delle immagini deriva così sempre meno da un riferimento ad unimmaginario archetipale che sia risvegliato da esse o che ne solleciti la realiz-zazione; sempre più è in stretta relazione, invece, con la capacità di calcolodelle tecnologie digitali e con la potenza diffusiva dei media.C’è una sorta di inversione per la quale non più l’immaginario genera im-magini ma sono queste ultime a forgiarlo. Per questa via le immagini radicatenel locale hanno vocazione generalizzatrice. La vocazione è quella di diventa-re immagini-mondo.Pensiamo alla funzione assunta dalla televisione come motoredell’immaginario industrializzato. E’ immaginario che si struttura spesso at-torno a immagini senza storia, senza origine, senza identità radicata. Immagi-nario che si realizza in diretta, come nastro che si svolge sotto forma di imma-gini pre-prodotte per farsi immaginario. Uno tra gli esempi più evidenti è rap- presentato dalla diretta televisiva del funerale di Lady D. Oppure immaginarioin differita e riverberato all’infinito su scala mondiale.Il vissuto viene così separato dalla sua rappresentazione per opera diun’industria dell’immaginario che dilata la rappresentazione dei vissutiall’inverosimile. L’immaginario non rappresenta “semplicemente” i vissuti.Lo fa in modo complesso. Cioè li pre-senta, li pre-figura, li precede: è la pre-cessione dell’immaginario. E, nell’operazione mediale, è precessione dei vis-suti attraverso l’immagine di questi.“Sembrava di essere in un videogame della playstation” dichiara al TG2 untestimone commentando la penetrazione del Boeing in una delle Twin To-wers. Come dire: immagini già viste, già esplorate, già esperite, cioè a livellodi immaginario già presenti nel vissuto soggettivo… ma anche pre-viste.
 Die Hard 
e
 L’inferno di cristallo
sono alcuni dei film che hanno sedimentatonell’immaginario quel crollo in un’operazione di precessione della realtà deivissuti tramite immagini-mondo prodotte dall’industria dell’immaginario. “…
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Sulla virtualità come arte della permutazione e ricombinazione incarnata da merci, corpi erelazioni sociali mi si permetta di rimandare al mio lavoro G. Boccia Artieri,
 Lo sguardovirtuale. Itinerari socio-comunicativi nella deriva tecnologica
, Angeli, Milano 1998.

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