5 Si deve dunque aver presente che vi sono certe realtà le quali, non soggette al nostro arbitrio, noi possiamo solo considerare, non determinare, come quelle della matematica, della fisica, dellateologia; ve ne sono altre che, soggette al nostro arbitrio, possono essere oggetto non solo di esameteoretico ma anche di applicazione pratica; in questo caso non il momento pragmatico è in funzionedi quello teoretico, ma questo di quello, perché in simili realtà il fine ultimo è il concreto operare.6 Poiché il nostro è un tema politico, anzi è la fonte prima di ogni retto ordinamento politico, e ogniatto politico è in nostro arbitrio, è chiaro che il nostro tema non è impostato principalmente per laspeculazione ma per l'operare pratico.7 Inversamente, poiché nella sfera pratica il fine ultimo è il movente fondamentale di ogni atto -èinfatti quello che inizialmente muove l'agente- ne segue che ogni procedimento nelle azioni direttead un fine sia adottato in base al fine stesso: altro sarà il modo di tagliare il legno per costruire unacasa, altro per una nave.8 Quindi, se c'è un termine a cui tende una umanità ordinata a città universale, questo fine sarà il postulato su cui fonderanno una loro sufficiente evidenza tutte le verità che se ne dovrannodeduttivamente dimostrare: è stolto credere che vi sia un fine di questo a di quell'organismo civile eche non vi sia un fine unico posto alla loro totalità.
i-III
1 Resta da vedere in che cosa si identifichi il fine di questo aggregato totalitario dell'umanità: vistociò, più che metà della nostra fatica sarà superata, come dice il Filosofo nella
Nicomachea.
2 E per chiarire i termini del problema si consideri che come vi è un fine per il quale la natura creail dito pollice, uno diverso, per il quale crea l'intera mano, e poi ancora uno diverso da entrambi per cui crea il braccio, e uno diverso da tutti gli altri per cui crea l'intero organismo; analogamente a unfine essa preordina l'individuo, a uno la comunità familiare, a uno il vicinato, a uno la città, a uno ilregno; e finalmente termine di perfezione è quello per il quale Dio eterno dà vita al genere umano inuniversale usando l'arte sua, cioè la natura. E perciò noi guardiamo a questo termine come a un principio che diriga la nostra ricerca.3 A questo scopo si deve partire dalla consapevolezza che Dio e la natura nulla operano senza unfine, ma tutto ciò che è posto in essere è in vista di un'attività: ché non un essere creato è finesupremo nell'intento del Creatore, in quanto crea, ma l'operare che spetta alla creatura: ne segue chenon questo operare ha la ragion d'essere dalla creatura, ma questa da quello.4 Vi è così un operare che è proprio dell'universale degli uomini, e a quello l'umanità nella sua cosìvasta moltitudine è preordinata: un operare a cui non può giungere né un uomo solo né una famigliasola, né un vicinato, né una città sola, né un regno particolare. Quale sia questo operare, sarà chiarose si rivelerà l'estremo attuarsi della potenza dell'umanità nel suo tutto.5 E qui affermo che nessuna capacità di cui partecipino più individui di specie diversa è il gradoestremo della potenza di uno di essi; perché, essendo un siffatto termine ultimo essenziale a definirela specie, ne seguirebbe che una creatura sola si moltiplicherebbe in più specie, il che è impossibile:6 quindi nell'uomo la massima facoltà non consiste nell'essere in sé, preso come elementarità, perché anche inteso così ne partecipano i suoi elementi, né in una essenza composta di parti, perchéquesta si trova anche nei minerali, né in una dotata di vita, perché la si trova tal quale anche nelle piante, né in una essenza capace di percezione, perché ne partecipano anche i bruti, ma è nell'essere
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