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Fabio Frosini Sulla traducibilità nei Quaderni di Gramsci

Fabio Frosini Sulla traducibilità nei Quaderni di Gramsci

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Published by Fabio Frosini
Fabio Frosini
SULLA «TRADUCIBILITÀ»NEI QUADERNI DI GRAMSCI
Critica Marxista
2003, n. 6, pp. 29-38
Fabio Frosini
SULLA «TRADUCIBILITÀ»NEI QUADERNI DI GRAMSCI
Critica Marxista
2003, n. 6, pp. 29-38

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12/09/2013

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Alla «traducibilità dei linguaggi scientifici e filosofi-ci» è dedicata com’è noto una sezione, la quinta, del
Quaderno 11
, privo di titolo ma a cui Gramsci si rife-risce altrove, nel
Quaderno 10
, come «il quaderno su“Introduzione allo studio della filosofia”» (Q 10 II, 60,1357)
1
. D’altronde un titolo interno a questo quader-no, in testa a carta 11
recto
e quindi abbracciante laquasi totalità di esso, recita «Appunti per una intro-duzione e un avviamento allo studio della filosofia edella storia della cultura». Insomma, il tema della tra-ducibilità dei linguaggi fa parte integrante di un pro-getto di ripensamento della filosofia, o meglio, per ri-prendere l’esatta espressione usata da Gramsci, delbinomio filosofia-cultura, nel senso preciso da lui im-presso a questo binomio alla luce della «eguaglianzao equazione tra “filosofia e politica”, tra pensiero eazione», cioè dell’idea di «una filosofia della praxis»per la quale «tutto è politica, anche la filosofia o le fi-losofie […] e la sola “filosofia” è la storia in atto, cioèè la vita stessa» (Q 7, 35, 886)
2
. La presenza del bi-nomio filosofia-cultura nel quaderno di «introduzionealla filosofia» è d’altronde tanto poco estemporaneo,che segnala addirittura il nocciolo filosofico del marxi-smo, in quanto solo pensando la filosofia sempre con-giuntamente alla «cultura» nella quale è immersa esulla quale agisce riformandola e trasformandola, se
SULLA «TRADUCIBILITÀ»NEI QUADERNI DI GRAMSCI
Fabio Frosini
Il tema della traducibilità dei linguaggi evidenzia un forte legame conlo statuto filosofico del marxismo.La forma radicale della traduzione, quella che rende possibili tutte le altre, èla traduzione di filosofia in politica.La traduzione, se vista dalla parte giusta (quella di Marx), è una «riduzio-ne»; se vista dalla parte sbagliata (quella dell’idealismo), è un «capovolgi-mento».
laboratorio culturale
*
Relazione letta al convegno «Gramsci incontra Benjamin»(Napoli, 20-21 giugno 2003).1) Con tale indicazione, anche direttamente nel testo, si ri-manda ad A. Gramsci,
Quaderni del carcere
, edizione critica a curadi V. Gerratana, Torino, Einaudi, 1975. I numeri che seguono lalettera Q indicano il numero del quaderno, ed eventualmente delparagrafo e della pagina. Con Q, si indica il solo numero di paginadella stessa edizione dei
Quaderni..
2) Di un «legame strettissimo fra prassi e traduzione» in Gram-sci ha parlato recentemente D. Jervolino in un saggio intitolato
Cro-ce, Gentile e Gramsci sulla traduzione
, relazione al convegno su Be-nedetto Croce, Napoli-Messina, novembre 2002 (cfr.
www.gramsci-talia.it/jervo.htm
). Ma in questa direzione si veda anzitutto il sag-gio di M. Lichtner,
Traduzioni e metafore in Gramsci
, in
Criticamarxista
, 1991, n. 1, pp. 116-122. Sottolinea invece il rapporto tra-ducibilità-egemonia A. Tosel,
Filosofia marxista e traducibilità deilinguaggi e delle pratiche
, in
Filosofia e politica. Scritti dedicati aCesare Luporini
, Firenze, La Nuova Italia, 1981,. pp. 235-245.
 
2
ne potrà cogliere appieno la specifica
realtà
, consi-stente in un’incessante opera di trasformazione del«senso comune» sul quale la filosofia si staglia, comeuna figura su di un paesaggio.Già ad uno sguardo poco più che superficiale, iltema della traducibilità dei linguaggi evidenzia dun-que un forte legame con
lo statuto filosofico del marxi-smo
. Questo nesso viene da Gramsci pienamenteesplicitato in un testo del
Quaderno 10
, nel quale fariferimento al titolo della sezione del
Quaderno 11
. Sitratta di Q 10 II, 6.IV, intitolato
Traducibilità del lin-guaggi scientifici e filosofici
:Le note scritte sotto questa rubrica devono es-sere raccolte appunto nella rubrica generale sui rap-porti delle filosofie speculative e la filosofia dellapraxis e della loro riduzione a questa come momentopolitico che la filosofia della praxis spiega «politica-mente». Riduzione a «politica» di tutte le filosofie spe-culative, a momento della vita storico-politica; la fi-losofia della praxis concepisce la realtà dei rapportiumani di conoscenza come elemento di «egemonia»politica (Q, 1245).Si noti che questo testo, articolato in quattropunti, è – da un punto di vista teorico – estremamenteimportante. In esso (complessivamente intitolato
In-troduzione allo studio della filosofia
) al punto I (
Il ter-mine di «catarsi»
) Gramsci fa un primo bilancio delleproprie riflessioni su questo concetto aristotelico cheegli riprende dall’elaborazione estetica di Croce, e af-ferma che il termine può esser fatto proprio dalla fi-losofia della praxis per indicare «il passaggio dal mo-mento meramente economico (o egoistico-passionale)al momento etico-politico» cioè
egemonico
, spingen-dosi addirittura ad affermare che «la fissazione delmomento “catartico” diventa così […] il punto di par-tenza per
tutta la filosofia della praxis
» (Q, 1244; cor-sivo mio). In questo modo, secondo Gramsci, «il pro-cesso catartico coincide con la catena di sintesi chesono risultato dello svolgimento dialettico» (
ibid.
), diquello svolgimento dialettico fissato nei terminiestremi delle sue oscillazioni ideali dai due criterienunciati da Marx nella
Prefazione
del 1859 a
Per lacritica dell’economia politica
. Qui Gramsci li riassu-me in questo modo:Ricordare i due punti tra cui oscilla questo pro-cesso: – che nessuna società si pone compiti per la cuisoluzione non esistano già o siano in via di appari-zione le condizioni necessarie e sufficienti – e che nes-suna società perisce prima di aver espresso tutto ilsuo contenuto potenziale (
ibid.
).Lo spazio della catarsi, cioè lo spazio dell’ege-monia, dell’iniziativa storica, è per Gramsci delimi-tato dai due versanti – del
nuovo
che nasce e del
vec-chio
che perisce – da condizioni solo
negative
: il ma-terialismo storico fissa per Gramsci solamente le con-dizioni alle quali assolutamente qualcosa
non
potràsorgere o
non
potrà dissolversi, e non si distende nelpiano affermativo della
previsione
. Ne segue che lacentralità della «catarsi» nella filosofia della praxissta proprio nel suo essere
parte integrante del mate-rialismo storico
. La catarsi è la forma specifica che as-sume nel materialismo storico il campo della libertàumana: ne segue che le uniche asserzioni predittivepossibili saranno quelle formulate appunto in termi-ni di catarsi, cioè in termini non previsionali, ma di
possibilità
aperte e alternative. In questo modo ri-sultano definitivamente banditi il fatalismo e il de-terminismo in qualsiasi forma
3
.Lo stesso riferimento ai due criteri della
Prefa-zione
del 1859 era già presente in un testo anteriore,Q 7, 20, trascritto insieme ad altri in Q 11, 22. In essoGramsci notava che nel
Saggio popolare
la
Teoria delmaterialismo
storico di Bucharin «non è trattato ilpunto fondamentale: come dalle strutture nasce ilmovimento storico? Eppure questo è il punto crucia-le di tutta la quistione del materialismo storico» (Q 7,
Fabio Frosini
3) Quindi, più che di catarsi come «mediazione» (come fa A. To-sel in
Philosophie de la praxis et dialectique
, in
La pensée
, 1984, n.237, p. 105), parlerei di catarsi come «previsione», nel senso criti-co, specificamente gramsciano che N. Badaloni assegna a questotermine nel suo
Antonio Gramsci. La filosofia della prassi comeprevisione
, in
Storia del marxismo
, a cura di E. H. Hobsbawm, vol.III.2, Torino, Einaudi, 1981. Per questa stessa ragione non sono amio avviso da accogliere le critiche che Tosel muove alla nozionedi catarsi nel suo
Filosofia marxista e traducibilità dei linguaggi edelle pratiche
, cit., pp. 242 sgg.; critiche peraltro implicitamenteriviste da Tosel nel suo
Marx en italiques
, Mauvezin, T.E.R., 1991,pp. 147-149.
 
3
laboratorio culturale
20, 869). E proseguiva richiamando i due già ricorda-ti criteri fondamentali della
Prefazione
, per conclu-dere:
Solo su questo terreno può essere eliminato ogni mec-canicismo e ogni traccia di «miracolo» superstizioso.Anche in questo terreno deve essere posto il proble-ma del formarsi degli aggruppamenti sociali e deipartiti politici e, in ultima analisi, quello della fun-zione delle grandi personalità nella storia. (
ibid.
)
«Questo terreno» è dunque ciò che in Q 10 II, 6 (maanche in altri testi di Q 10, I) Gramsci chiamerà ap-punto
catarsi
, e che permette insomma di
pensare lapolitica
, e al suo interno il ruolo «delle grandi perso-nalità nella storia», da sempre appannaggio della fi-losofia della storia
idealistica
(si ricordi Napoleone«spirito del mondo a cavallo»)
4
.È nel quadro di questa riflessione che va lettala successiva parte del testo Q 10 II, 6: «II.
Concezio-ne soggettiva della realtà e filosofia della praxis
», cheha in «III.
Realtà del mondo esterno
» un suo corolla-rio. La filosofia della praxis, infatti, viene presentatacome capace – grazie al concetto di catarsi – di «tra-durre» in termini realistici la filosofia idealistica, cioèdi mettere in evidenza e valorizzare ciò che nell’idea-lismo è
storicità
, cioè
politica
, pur nella forma di «ro-manzo filosofico» (Q 8, 217, 1079).La «traduzione» di cui al punto «IV.
Traducibi-lità dei linguaggi scientifici
» è dunque strettamentelegata da una parte al problema della
prassi
, della po-litica, dell’enigma rappresentato dal «movimento sto-rico» sulla base della struttura; dall’altra al tema delconfronto tra la filosofia della praxis e l’idealismo. Inquesta duplice articolazione, e nel modo di impostar-la, direi che Gramsci segue una movenza teorica per-fettamente analoga a quella praticata da Marx nelle
Tesi su Feuerbach
, là dove dice, nella
Tesi 1
: «Accad-de quindi che il lato attivo – in contrasto col materia-lismo – fu sviluppato dall’idealismo – ma solo astrat-tamente, poiché l’idealismo, naturalmente, ignoral’attività reale, sensibile, come tale» (trad. di Gram-sci)
5
. Quando infatti Gramsci scrive che «la filosofiadella praxis concepisce la realtà dei rapporti umanidi conoscenza come elemento di “egemonia” politica»(Q, 1245), cos’altro fa, se non richiamare l’attenzionesul valore specifico da assegnare al «lato attivo» di cuiparla Marx, a condizione, tuttavia, che esso venga«tradotto» in linguaggio
terreno
, cioè individuato nel-la sua specifica
realtà
, come
produzione di egemonia
?Esattamente come Marx non avrebbe potuto ap-propriarsi il «lato attivo» rappresentato dal concettoidealistico di
Thätigkeit
se non avesse già possedutol’idea di una attività
sensibile
(che in quanto tale è ir-riducibile all’universo dell’idealismo), allo stessomodo la filosofia della praxis non si può appropriareil concetto idealistico di
catarsi
senza essere già inpossesso dell’idea di
unità di teoria e pratica
, che negaprecisamente ciò che di
idealistico
è contenuto nelconcetto di catarsi. Infatti, proprio come in quel con-cetto, usato da Marx, di «attività sensibile» è conte-nuta tutta la presa di distanza dall’idealismo pre-sente nella nozione di «presupposto reale» messa apunto nell’
Ideologia tedesca
, alla stessa maniera,nell’idea di «eguaglianza o equazione tra “filosofia epolitica”, tra pensiero e azione» (Q 7, 35, 886) elabo-rata nei
Quaderni
, troviamo la messa in discussioneradicale dell’unità astratta del Principio, che è allabase dell’idealismo di Croce e di Gentile. Per costoro– qui perfettamente concordi – l’unità è il principio, èla
forma
, e solo in quanto tale può essere anche il ri-sultato, la storia, la materia. Viceversa, per Gramscil’unità può essere solo il risultato, e quindi può esse-re solo un’unità materiale, cioè transitoria e contin-gente, mentre il ruolo della forma è, come si è visto,non negato ma ripensato come funzione della poten-zialità, della realizzazione – da nulla garantita (cioè
4) Sul rapporto tra
materialismo storico
e
scienza politica
nei
Quaderni del carcere
cfr. L. Paggi,
Da Lenin a Marx
, in id.,
Le stra-tegie del potere in Gramsci. Tra fascismo e socialismo in un solopaese 1923-1926
, Roma, Editori Riuniti, 1984, pp. 461-466. Si ri-cordi che, nella nota lettera a W. Borgius del 25 gennaio 1894, F.Engels menzionava proprio il problema dell’apparizione dei «cosi-detti grandi uomini» nella storia allo scopo di svuotare di senso ilnesso casualità/necessità e ridurre la prima ad apparenza della se-conda (K. Marx-F. Engels,
Werke
, Bd. 39, Berlin, Dietz, 1968, pp.205-207, qui 206 sgg.), e dunque in direzione differente da quellalungo la quale si muove qui Gramsci. La lettera a Borgius vienericordata in Q 4, 38, 462 a proposito della nozione di «ultima istan-za», dunque in senso antieconomicistico.5) Cfr. Q, 2355.

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