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THINK! - G. De Michelis e A. Fuggetta - L’innovazione difficile

THINK! - G. De Michelis e A. Fuggetta - L’innovazione difficile

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In Italia si fa poca innovazione tecnologica, cioè quell’innovazione che trasforma e sfrutta i risultati della
ricerca scientifica e tecnologica per creare nuovi prodotti e/o servizi per il mercato globale. Ciò è vero sia
per quanto concerne lo sfruttamento delle tecnologie in prodotti e servizi anche non tecnologici (si pensi
all’innovazione in settori tradizionali come il tessile o il legno arredo), ma ancor di più quando consideriamo
lo sviluppo di specifici settori industriali ad alta intensità di tecnologia. In questo articolo, in particolare,
faremo prevalente riferimento ad un settore dove il ritardo è molto grave: l’Information and Communication
Technology (ICT). È un settore dove le nostre imprese sono sempre più assenti, se con imprese del settore
ICT intendiamo produttori di tecnologie e non solo fornitori di servizi. È un fatto che nei settori high-tech
(e in particolare nell’ICT) l’Italia sia sempre più spesso considerata una provincia ‘remota’ dell’impero, un
mercato interessante dove vendere prodotti sviluppati altrove. Tuttavia, quello che è ancor più grave è che
non solo siamo lontani dagli USA o dalle tigri asiatiche, ma anche e soprattutto dagli altri paesi Europei. Al
di là di qualche attenuante o sfumatura che possiamo proporre in chiave consolatoria, nei fatti in tema di
innovazione tecnologica e sviluppo del settore dell’ICT siamo in fondo alle classifiche dei principali paesi
industrializzati.
Peraltro, molto spesso si ritiene e sostiene che l’Italia non abbia tutto questo impellente bisogno di investire
in ricerca e innovazione tecnologica (e in particolare in ICT). Secondo alcuni, questa debolezza strutturale
del paese è tutto sommato irrilevante, essendo altra la vocazione industriale delle nostre imprese e, nel
suo complesso, del nostro tessuto economico-produttivo. Per altri siamo di fronte ad un ineludibile e ormai
incolmabile indebolimento - e in alcuni settori scomparsa - del sistema industriale italiano e quindi è inutile
affrettarsi al capezzale di un morente.
In Italia si fa poca innovazione tecnologica, cioè quell’innovazione che trasforma e sfrutta i risultati della
ricerca scientifica e tecnologica per creare nuovi prodotti e/o servizi per il mercato globale. Ciò è vero sia
per quanto concerne lo sfruttamento delle tecnologie in prodotti e servizi anche non tecnologici (si pensi
all’innovazione in settori tradizionali come il tessile o il legno arredo), ma ancor di più quando consideriamo
lo sviluppo di specifici settori industriali ad alta intensità di tecnologia. In questo articolo, in particolare,
faremo prevalente riferimento ad un settore dove il ritardo è molto grave: l’Information and Communication
Technology (ICT). È un settore dove le nostre imprese sono sempre più assenti, se con imprese del settore
ICT intendiamo produttori di tecnologie e non solo fornitori di servizi. È un fatto che nei settori high-tech
(e in particolare nell’ICT) l’Italia sia sempre più spesso considerata una provincia ‘remota’ dell’impero, un
mercato interessante dove vendere prodotti sviluppati altrove. Tuttavia, quello che è ancor più grave è che
non solo siamo lontani dagli USA o dalle tigri asiatiche, ma anche e soprattutto dagli altri paesi Europei. Al
di là di qualche attenuante o sfumatura che possiamo proporre in chiave consolatoria, nei fatti in tema di
innovazione tecnologica e sviluppo del settore dell’ICT siamo in fondo alle classifiche dei principali paesi
industrializzati.
Peraltro, molto spesso si ritiene e sostiene che l’Italia non abbia tutto questo impellente bisogno di investire
in ricerca e innovazione tecnologica (e in particolare in ICT). Secondo alcuni, questa debolezza strutturale
del paese è tutto sommato irrilevante, essendo altra la vocazione industriale delle nostre imprese e, nel
suo complesso, del nostro tessuto economico-produttivo. Per altri siamo di fronte ad un ineludibile e ormai
incolmabile indebolimento - e in alcuni settori scomparsa - del sistema industriale italiano e quindi è inutile
affrettarsi al capezzale di un morente.

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Published by: THINK The Innovation Knowledge Foundation on Apr 23, 2011
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L’innovazione difficile
In Italia si fa poca innovazione tecnologica, cioè quell’innovazione che trasforma e sfrutta i risultati dellaricerca scientifica e tecnologica per creare nuovi prodotti e/o servizi per il mercato globale. Ciò è vero siaper quanto concerne lo sfruttamento delle tecnologie in prodotti e servizi anche non tecnologici (si pensiall’innovazione in settori tradizionali come il tessile o il legno arredo), ma ancor di più quando consideriamolo sviluppo di specifici settori industriali ad alta intensità di tecnologia. In questo articolo, in particolare,faremo prevalente riferimento ad un settore dove il ritardo è molto grave: l’Information and CommunicationTechnology (ICT). È un settore dove le nostre imprese sono sempre più assenti, se con imprese del settoreICT intendiamo produttori di tecnologie e non solo fornitori di servizi. È un fatto che nei settori high-tech(e in particolare nell’ICT) l’Italia sia sempre più spesso considerata una provincia ‘remota’ dell’impero, unmercato interessante dove vendere prodotti sviluppati altrove. Tuttavia, quello che è ancor più grave è chenon solo siamo lontani dagli USA o dalle tigri asiatiche, ma anche e soprattutto dagli altri paesi Europei. Aldi là di qualche attenuante o sfumatura che possiamo proporre in chiave consolatoria, nei fatti in tema diinnovazione tecnologica e sviluppo del settore dell’ICT siamo in fondo alle classifiche dei principali paesiindustrializzati.Peraltro, molto spesso si ritiene e sostiene che l’Italia non abbia tutto questo impellente bisogno di investirein ricerca e innovazione tecnologica (e in particolare in ICT). Secondo alcuni, questa debolezza strutturaledel paese è tutto sommato irrilevante, essendo altra la vocazione industriale delle nostre imprese e, nelsuo complesso, del nostro tessuto economico-produttivo. Per altri siamo di fronte ad un ineludibile e ormaiincolmabile indebolimento - e in alcuni settori scomparsa - del sistema industriale italiano e quindi è inutileaffrettarsi al capezzale di un morente.
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author: Giorgio De Michelis, Alfonso FuggettaIJanuary 2011THINK! REPORT 009/2011
 
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La nostra tesi è che anche in un settore così depressorimane sempre vero che seppur molti treni siano passati,nuovi treni passeranno e non c’è ragione per non cercaredi salirvi. Anzi, è vitale esserci. Non per niente, altri paesilo stanno acendo con successo. Perché noi non dovremmoarlo? E, soprattutto possiamo permetterci di non arlo?A quest’ultima domanda si può rispondere immediatamenteriaermando con orza che un paese evoluto non può nonessere protagonista nei principali settori della ricerca edell’innovazione tecnologica (come è appunto l’ICT). Non sitratta di rivendicare uno sterile, superfciale e anacronisticoorgoglio nazionalistico: la realtà è che chi non producetecnologie non solo è debole in quello specifco settoredel mercato, ma, ancor più grave, difcilmente riesce adominarle ed utilizzarle in modo convincente e pieno per lo sviluppo complessivo del paese, della sua società,del suo mondo imprenditoriale. Un settore industrialedebole dal punto di vista scientifco-tecnologico non èin grado di alimentare e ar crescere quell’ecosistema dicompetenze, culture e realtà imprenditoriali necessarieper travasare e applicare al meglio le tecnologie anche neiprodotti e servizi convenzionali. Non per niente, in Italiaad una progressiva riduzione della presenza delle impresenazionali e multinazionali che si occupano di tecnologia(sempre più spesso ridotte a fliali commerciali di colossiesteri), si accompagna un progressivo indebolimento dellacapacità innovativa del sistema nel suo complesso. Nonper niente, paesi emergenti come la Cina e l’India hannoposto la crescita del comparto tecnologico al centro delleproprie strategie complessive di sviluppo.In generale, non è possibile restare “uori” dal mondo delletecnologie: è obbligatorio “esserci” e “contare”. Ma secosì osse (e così è!), nonostante si parli sempre molto diinnovazione, destano serissima preoccupazione da un latoil crescente indebolimento sul ronte tecnologico del nostrosistema industriale e, dall’altro, l’assenza di seri e concretitentativi di salire sui treni dell’innovazione tecnologica.Nel passato abbiamo assistito alla sostanziale scomparsadi aziende come l’Olivetti o ad occasioni perdute comela mancata usione Telettra-Italtel. Oggi, molti guardanocon preoccupazione al destino di aziende come STM, uncolosso che molti ci invidiano e che spesso viene vistocome una sorta di anomalia e di corpo estraneo rispettoalla tradizione culturale e industriale del paese.Perché tutto questo? Perché non siamo in grado dipromuovere e sostenere la crescita dell’innovazionetecnologica nel nostro paese (specialmente nel settoredell’ICT)?
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2Vogliamo qui lanciare preventivamente alcune provocazioniche orse contrastano con molti luoghi comuni presenti neldibattito in corso su questi temi. In primo luogo, il bassolivello di innovazione non dipende dalla scarsa propensionedei nostri concittadini all’innovazione. L’Italia inattigenera sia imprenditori innovativi che ricercatori di staturainternazionale. Vogliamo anche smentire chi attribuisce laprincipale responsabilità di questa situazione alla scarsitàdelle risorse destinate all’innovazione. È pur vero inattiche le risorse destinate dal nostro paese all’innovazionesono largamente ineriori a quelle della maggioranza deglialtri paesi dell’area OCSE, ma, a nostro avviso, ciò che èancora più grave è che in Italia la scarsità di queste risorsesi accompagna ad una sostanziale inefcacia nella lorogestione. Temi questi su cui si ragiona al buio, visto chenon è dato conoscere la reale entità della spesa pubblica eprivata a sostegno dell’innovazione, la sua distribuzione ela sua efcacia. Certamente, moltissime risorse si perdonotra ondi destinati all’edilizia o alla miriade di pseudo centriche parlano - discutono - di innovazione senza in realtàessere capaci di arla, né in prima persona né insieme alleimprese presenti sul territorio.Anche in assenza di dati, però, se conrontiamo le azionipubbliche e private a sostegno dell’innovazione con lecriticità che la caratterizzano, possiamo renderci contodel perché l’innovazione tecnologica in Italia non riesca adecollare. È quello che vogliamo iniziare a are in questepagine sulla base della nostra esperienza diretta e diquello che osserviamo ogni giorno attorno a noi.
 Aspetti critici dell’innovazione
L’approccio al mercato
La prima e principale difcoltà per un’innovazione è riuscirea generare valore. La remunerazione dell’investimento chel’ha sostenuta e la sostiene, e la continuità del gruppoche la sta sviluppando richiedono che, entro un tempocerto, essa abbia una risposta positiva dal mercato. Tipicoè il caso di quelle innovazioni tecnologiche che nasconodentro un laboratorio di ricerca e generano qualche cosa diinedito, tutto da sviluppare e/o tradurre in prodotti/servizicompetitivi sui mercati esistenti o in nuovi mercati ad altopotenziale. Ma continua ad essere vero anche nel caso in cuiuna innovazione già di per sé stessa delinea un prodotto/servizio ed il suo mercato target. Per are degli esempi,vale sia per l’invenzione del laser sia per quella del oglioelettronico. In entrambi i casi, la via che porta l’innovazioneal successo non è lineare né breve: nel secondo caso, aVisicalc, che era stato concepito essenzialmente comeuno strumento per generare e gestire tabelle, è seguito
 
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Lotus 123 che ne ha sviluppato pienamente il potenzialecome strumento di calcolo tabellare universale ed haconquistato il mercato. Nel primo caso, all’invenzione dellaser sono seguite, dopo un certo numero di anni e conuna crescita lenta all’inizio e quasi tumultuosa poi, lepiù diverse applicazioni di questa tecnologia nel campodella saldatura, del taglio, dell’incisione e della scansione(anche 3D).Va rimarcato che nei due casi citati i soggetti dell’invenzioneiniziale non sono stati quelli che hanno tratto i vantaggimaggiori dal suo successo sul mercato. Questo non vuoldire che non è possibile are un’invenzione e portarlaal successo, ma che il mercato presenta sempre unacomplessità che non ha molto a che are con l’innovazionein quanto tale: il problema è quello di are i conti con ilconservatorismo tipico del consumatore/utente, con icosti di produzione e distribuzione, con il marketing e lacomunicazione del prodotto/servizio, ecc. Molto spesso,inatti, portare un’innovazione nel mercato richiedeun’impresa dalle spalle ben più robuste della start-up chel’ha concepita (si pensi ad esempio al settore armaceuticoed al livello di investimenti necessari per industrializzare unnuovo armaco) e quindi quest’ultima deve essere capacedi valorizzarla ben prima che essa vada sul mercato. Lepossibilità a questo riguardo sono svariate, dalla venditadel brevetto o comunque dell’innovazione ad un livelloprecoce di sviluppo, alla vendita della start-up che l’hacreata, alla creazione di alleanze e partnership con altreimprese, alla ricerca di capitali e management capaci digestire efcacemente industrializzazione, distribuzionee commercializzazione. L’innovatore, generalmente, nonè in grado di muoversi da solo su questo terreno: chilo sostiene con i suoi investimenti, quindi, deve anchemetterlo nelle condizioni di are le scelte giuste su questoterreno, mettendolo in contatto con chi conosce il mercatoa cui si vuole accedere ed i suoi attori, con chi può essereinteressato alla sua innovazione, accreditandolo presso diessi e, infne, sviluppando con lui le strategie e i piani chegarantiscono al meglio il successo della sua iniziativa.In generale, un innovatore creativo e carismatico da solonon riesce a trasormare un’idea brillante in un nuovoprodotto o servizio che possa dare vita ad un businessremunerativo, in cui siano chiari i competitori ed i loropunti di orza e di debolezza, i potenziali acquirenti eil valore che si dà loro, e infne, se è il caso, le alleanzepotenziali o necessarie. Per prendere decisioni su temi diquesto genere, egli (o ella) ha bisogno di conrontarsi conaltri che abbiano competenze ed esperienze diverse dallesue (persone che conoscono la fnanza, la tecnologia, ilmercato internazionale, le tecniche di marketing, ecc.).Se potrà discutere di questi temi con persone competentiche credono in quello che sta acendo (e chi lo sostiene
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con i suoi investimenti è in prima fla su questo terreno),l’innovatore sarà in grado di ormulare la value propositiondella sua innovazione in modo più ricco e articolato, diindividuare il mercato in cui essa può sondare e di capirecome suscitare attorno ad essa l’attenzione e l’interesse diun pubblico sempre più vasto e, quindi, di trovare le ormecon cui dare continuità alla sua iniziativa e di portarla alsuccesso. Chi investe in innovazione deve insomma esserecapace di complementare l’innovatore in questa asedelicata della sua intrapresa, avendo una competenza diprima mano ed una rete di relazioni che gli consentano dimuoversi con sicurezza nel mercato mondiale.
La disponibilità delle risorse
È molto raro che l’innovazione tecnologica non richiedaun investimento di una certa entità: non acciamo quirierimento al costo della ricerca che precede e accompagnalo sviluppo di un’innovazione, ma proprio alle risorsenecessarie a trasormare una risultato della ricerca in unnuovo prodotto/servizio e a promuoverlo sul mercato.L’industria del Made in Italy ha atto fno ad oggi innovazionea 360 gradi utilizzando prevalentemente risorse proprie,ma essa non opera nei settori high-tech: in questo caso,da una parte, lo sviluppo dell’innovazione richiede teamdedicati e la possibilità di esplorare diverse strade nellasperanza di avere successo in una di esse; dall’altra, per approcciare il mercato, bisogna trovare il modo per superarele resistenze dei potenziali utenti/consumatori restii adabbandonare la tecnologia di cui già anno uso anchequando non li soddisa. L’innovatore ha quindi bisognodella disponibilità delle risorse necessarie per lo sviluppodel nuovo prodotto e/o servizio nei tempi previsti, senzaessere orzato a procrastinare la deadline del suo progettoo a contenere i costi a spese della sua qualità o infne adedicare le sue risorse ad altre attività remunerative ascapito dello sviluppo dell’innovazione. Questo richiedeche il team possa crescere e/o trasormarsi in coerenzacon le attività da svolgere ase per ase acquisendo lecompetenze necessarie, che il fnanziamento sia adeguatoa coprire i costi, senza imporre la rinuncia a strumenti,servizi o persone che erano stati previsti nella stesura delpiano.Lo sviluppo dell’innovazione sarà tanto più efcace se chila propone ed il team che ha raccolto attorno a sé potrannoconcentrarsi sul lavoro da are, senza subire contraccolpiche creano ritardi e minano la fducia. La segmentazionedei fnanziamenti tra seed e venture, come pure ladistinzione tra capitali privati e fnanziamenti pubblicihanno la loro ragione d’essere che non può essere negata,ma gli attori che a diverso ruolo decidono di sostenere con
THINK! REPORT 009/2011
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