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Vita di Santa Gemma Galgani

Vita di Santa Gemma Galgani

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Abituata alle estasi sublimi della mia santa madre, Maria Maddalena de' Pazzi, quelle di Gemma mi parevano scialbe e scolorite.
Ne sentivo lodare le lettere: aprivo il libro, lo richiudevo:
quel modo di scrivere non mi andava. Aprivo la vita, e mi capitava qualcosa che mi dava disgusto. Insomma la mia contrarietà per Gemma non cedeva.
Mesi or sono, stretta al muro, e, quasi o senza quasi, costretta a metter mano a questa biografia, mi rivolsi a Gemma e le dissi: «Se vuoi quest'ossequio da me, fatti amare».
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Abituata alle estasi sublimi della mia santa madre, Maria Maddalena de' Pazzi, quelle di Gemma mi parevano scialbe e scolorite.
Ne sentivo lodare le lettere: aprivo il libro, lo richiudevo:
quel modo di scrivere non mi andava. Aprivo la vita, e mi capitava qualcosa che mi dava disgusto. Insomma la mia contrarietà per Gemma non cedeva.
Mesi or sono, stretta al muro, e, quasi o senza quasi, costretta a metter mano a questa biografia, mi rivolsi a Gemma e le dissi: «Se vuoi quest'ossequio da me, fatti amare».

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Suor Gesualda Saldi
SANTA GEMMA GALGANI
 
CAPITOLO I
UNA CONFESSIONE
Io conobbi di vista Gemma Galgani; più volte mi trovai accanto a lei nelle lungheattese al confessionale di monsignor Volpi, ma non m'ispirò simpatia.Non la conobbi mai personalmente, né le parlai, perché le nostre famiglie non eranoin relazione. Sapevo che era una povera figlia accolta per carità dalla famigliaGiannini, che aveva ricevuto una grazia dalla beata Margherita Maria.Un' amica mi disse un giorno di lei: «E’un pollino freddo. Se si mette qui, sta qui; sesi mette là, sta là», e ciò non accrebbe le mie simpatie.Un giorno, per caso, la vidi sorridere: l'incanto di quel sorriso mi colpì; l'ho semprenella mente e nel cuore. Ecco tutto ciò che di lei mi rimase, tutto ciò che allora seppidi lei.Chi invece m'ispirava vivissima simpatia erano le due sorelle: Annetta ed EufemiaGiannini. Incontrandoci, pur senza conoscerci, ci facevamo dei saluti amichevoli.Per me, era una gioia quando vedevo spuntar da lontano quel gruppetto, e qualsiasiirritazione, o turbamento interno che provassi, si calmava come per incanto aquell'incontro. Lo attribuivo alla vista di quelle due dolci creature, non alla santa cheera con loro. Capisco ora che quella pace era lei, invece, a infonderla in me.Dopo la morte di Gemma, mi parlarono di lei come di una santa, e la notizia micommosse.Poi le opinioni più varie vennero a frastornarmi; ma il tracollo lo dette una personache avrebbe voluto e dovuto farmela amare. Questa, per un cumulo di circostanze,m'ispirò tanta contrarietà che mi fece provare per Gemma una vera avversione; noncredevo più a nulla di ciò che si diceva di lei,e l'avversione era tale da farmi pensare: «E come faccio, se poi la beatificano?».Tutto, di lei, mi disturbava, e comunicavo anche ad altri la mia incredulità eavversione. E ciò per venticinque anni circa.Da più parti mi si facevano pressioni perché ne scrivessi la vita, ma la mia rispostaera invariabile: «Impossibile, come volare. Come si può scrivere di chi non si ama ea cui non si crede?».Abituata alle estasi sublimi della mia santa madre, Maria Maddalena de' Pazzi,quelle di Gemma mi parevano scialbe e scolorite.Ne sentivo lodare le lettere: aprivo il libro, lo richiudevo:quel modo di scrivere non mi andava. Aprivo la vita, e mi capitava qualcosa che midava disgusto. Insomma la mia contrarietà per Gemma non cedeva.Mesi or sono, stretta al muro, e, quasi o senza quasi, costretta a metter mano a questabiografia, mi rivolsi a Gemma e le dissi: «Se vuoi quest'ossequio da me, fattiamare». Come per incanto, la mia avversione cedette, cambiandosi in amoreardentissimo, e ciò prima ancora di leggerne la vita. Poi mi misi a leggerla, e findalle prime pagine la dolce ed eroica figura di Gemma ne balzò fuori bella,luminosa, santa. Rimasi stupita di una virtù così eroica, così costante, così sublime.Sentii pena di non avere la capacità per trattar Gemma quale contemplativa, con la
 
dottrina dei mistici alla mano, e mi limitai a scrivere queste poche pagine, nelle qualiavrei voluto mettere tutto il mio amore per riparare con esse le mie incredulità econtrarietà passate: sentite in me o comunicate agli altri.Questo mio istantaneo mutamento di cuore mi portò a non più sopportare e neppurea comprendere i contraddittori di Gemma e a desiderare ardentemente che Diocambiasse il loro cuore come cambiò il mio, e concedesse presto la beatificazione diquesta santa creatura.Questa la confessione, questa la relazione di una vera grazia, per comprendere laportata della quale bisognerebbe poter leggere nel mio cuore e averne provato isentimenti.CAPITOLO II
IL PRIMO RACCONTO
A Lucca, oltre cent'anni fa, nella famiglia Galgani si ripeteva una di quelle scenetanto comuni nei tempi di fede.Una giovane madre, preso tra mano un crocifisso e sulle ginocchia la sua piccina,glielo additava dicendo: «Vedi, Gemma, questo caro Gesù è morto in croce pernoi!». Poi, con la sua voce insinuante, con la soave eloquenza del cuore e della fede,con quel dono che ha la madre di adattarsi alla capacità dei suoi piccini, le narrava lastoria della passione. Le diceva come «il caro Gesù», che amava tanto gli uomini,fosse stato battuto, schernito, vilipeso, ridotto tutto una piaga, poi crocifisso, eproprio dai suoi beneficati!Gemma ascoltava... I suoi occhi luminosi si empivano di lacrime, portandosi dalcrocifisso al volto materno, da questo al crocifisso. Posando poi con amore indicibilele labbra innocenti su quelle piaghe, vi stampava i primi baci di riparazione,promettendo d'essere buona, di non far mai soffrire Gesù, di non negargli mai nulla.Quando la madre taceva: «Ancora, mamma, ancora; mi parli ancora di Gesù?»,ripeteva la piccola Gemma, e queste parole «ancora, mamma, ancora», cherivelavano la sua sete di soprannaturale, le erano sempre sul labbro sia che la madreparlasse, o che, stringendosela al cuore, la facesse pregare.Questa frase che, da piccola, Gemma ripeteva alla mamma, la ripeterà poi in seguitoa Gesù fino all'ultimo giorno, nella sua sete di amore e di dolore: «Che la mia vita, oGesù, sia un continuo sacrificio, che tu accresca i miei dolori, che tu accresca le mieumiliazioni... Voglio soffrire con te. No, Gesù, non voglio morire, voglio viveresempre, per patire tanto e per amarti tanto.. .».Gemma non era nata a Lucca, ma a Camigliano, grazioso paesello di quellaprovincia.Era nata il 12 marzo 1878, e la famiglia l'aveva accolta con una festa, con una gioianon provata per la nascita dei tre maschietti che l'avevano preceduta.Ventiquattr'ore dopo, riceveva il battesimo nella chiesa di Camigliano.Riguardo al nome da imporle, vi fu un po' di contrasto fra la mamma e il cognato,capitano-medico. Questi voleva chiamarla Gemma, ma la madre non voleva saperne.

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