Welcome to Scribd, the world's digital library. Read, publish, and share books and documents. See more
Download
Standard view
Full view
of .
Save to My Library
Look up keyword
Like this
5Activity
0 of .
Results for:
No results containing your search query
P. 1
Libia guerra emergenza immaginario Damiano de Facci

Libia guerra emergenza immaginario Damiano de Facci

Ratings: (0)|Views: 2,756 |Likes:
Published by Miguel Martinez
Damiano de Facci analizza l'immaginario della "emergenza umanitaria" nella guerra mediatico-militare contro la Libia 2011
Damiano de Facci analizza l'immaginario della "emergenza umanitaria" nella guerra mediatico-militare contro la Libia 2011

More info:

Categories:Types, Research, History
Published by: Miguel Martinez on May 09, 2011
Copyright:Attribution Non-commercial

Availability:

Read on Scribd mobile: iPhone, iPad and Android.
download as PDF, TXT or read online from Scribd
See more
See less

05/22/2011

pdf

text

original

 
L' “emergenza umanitaria”: una costruzione?
 Il caso della Libia, gli “interventisti globali”, la guerra
, di Damiano De Facci, 14 marzo 2011Le vicende odierne rimandano la memoria a più antiche tragedie. I complessi intrecci diresponsabilità, di convergenza e di casualità generano molteplici percezioni delle realtà che viviamoe, molto spesso, si finisce per personalizzare i conflitti e cadere nei meccanismi della fiduciaillimitata e dei sospetti – o addirittura delle certezze di colpevolezza – infiniti. Sotto questo aspetto,diventano per noi interessanti le analisi di Carlo Ginzburg sulla vicenda delle persecuzioni dilebbrosi, ebrei e musulmani nella Francia del '300.<< Segregazione dei lebbrosi e cacciata degli ebrei, avevano chiesto i siniscalchi diCarcassonne e delle città circostanti nel messaggio inviato a Filippo V tra la fine del 1320 eil principio del 1321. Poco più di due anni dopo entrambi i risultati erano stati raggiunti,grazie all'intervento del re, del papa, di Filippo di Valois (futuro re di Francia), di JacquesFournier (futuro pontefice), di Jean Larchevêque signore di Parthenay, di inquisitori, giudici,notai, autorità politiche locali – e naturalmente delle folle anonime che massacravanolebbrosi e ebrei, “senza aspettare”, come scriveva il cronista, “né prevosto né balivo”.Ognuno aveva fatto la propria parte: chi aveva fabbricato le prove false del complotto e chile aveva diffuse; chi aveva aizzato e chi era stato aizzato; chi aveva giudicato, chi avevatorturato, chi aveva ucciso (secondo i rituali previsti dalla legge o al di fuori di essi). […]Parlando di complotto non si vuole semplificare indebitamente un intreccio causalecomplesso. Può darsi benissimo che le prime accuse siano nate spontaneamente, dal basso.Ma da un lato, la rapidità con cui la repressione si diffuse, in un'età dove le notizieviaggiavano a piedi, a dorso di mulo, tutt'al più a cavallo; dall'altro la ramificazionegeografica dal presumibile epicentro Carcassonne, rivelano l'intervento di azioni deliberate ecoordinate, volte a orientare in una direzione predeterminata una serie di tensioni in atto.Complotto significa questo, e soltanto questo. Supporre l'esistenza di un'unica centralecoordinatrice, composta da una o più persone, sarebbe evidentemente assurdo, e comunquesmentito dall'emergere tardivo e contrastato dell'accusa contro gli ebrei. Altrettanto assurdosarebbe supporre che tutti gli attori della vicenda (escluse le vittime) agissero in malafede. Inrealtà la malafede è in questo contesto, irrilevante – oltre che inverificabile. L'uso dellatortura nei processi per strappare una versione già confezionata, o la fabbricazione di falsi per scopi pii o meno pii sono (allora come oggi) operazioni che è possibile compiere anchein perfetta buona fede, nella convinzione di certificare una verità di cui malauguratamentemancano le prove. […]Descrivere tutta la vicenda come un'oscura convulsione della mentalità collettiva chetravolse tutti gli strati della società, è una mistificazione. Dietro l'apparente unanimità deicomportamenti s'intravede un campo di forze, di diversa intensità, ora convergenti ora inconflitto. […]Qui per la prima volta le tremende potenzialità di purificazione sociale racchiuse nelloschema del complotto (ogni complotto fantasmatico tende a generarne uno reale di segnocontrario) si dispiegarono pienamente. >> (C. Ginzburg,
Storia notturna
, parte prima)Ciò a cui alludo servendomi della lunga citazione di Ginzburg non è la realtà attuale della situazionelibica. Non è la guerra civile che oppone il colonnello Gheddafi ai ribelli; e prescinde dal giudizioche si può avere sugli ultimi avvenimenti nel mondo arabo avvenimenti probabilmenteradicalmente differenti per cause, intrecci strategici e finalità. Si tratta invece di una realtà a noi piùvicina, l' “emergenza umanitaria” della Libia, una realtà diversa dalla situazione libica – anche senon per questo “meno” reale; una realtà fatta di rappresentazioni e discorsi, di richiami all'“urgenza”, i cui contatti con la situazione libica possono avere degli effetti decisivi sulla situazionestessa e la cui analisi potrebbe aiutarci a cogliere elementi importanti di tale situazione e del nostrosguardo sul “mondo”. La rappresentazione dell' “emergenza umanitaria” è una realtà che ha degli
 
spazi di formazione e dei luoghi di costruzione, secondo intenzioni e strategie eterogenee e potenzialmente contraddittorie. Premetto che dal mio punto di vista il problema non è che siabbiano delle – inevitabilmente parziali – rappresentazioni della realtà, ma la non comprensione dei“meccanismi” che tali rappresentazioni possono andare ad innescare; la volontà di non vedere le possibilità e le prospettive insite in una certa maniera di descrivere la realtà (descriviamoutilizzando quali categorie? quali criteri? quali scale di misura?) e di rapportarsi a questadescrizione (descriviamo per chi? per che finalità? con quale pretesa di validità?)Procederò cercando di abbozzare uno schema per un'analisi che mi sembra cruciale nei giorni chestiamo vivendo, tanto più nel momento in cui la NATO comincia a “studiare” l'opzione militare. Non vorrei che tra qualche tempo si ricominciasse a ripetere il ritornello della “guerra per il petrolio” e dei potenti che “sono tutti uguali”; magari dopo aver creduto alla buona fede di “potentidemocratici”: oggi, come nel '91 in Iraq e nel '99 in Jugoslavia, la “società civile internazionale” è parte essenziale delle strategie che potrebbero portare ad una guerra. E anche quella italiana apparearruolata, come già nel 1911.Partiamo quindi da un dato di fatto: la possibile guerra contro la Libia si configura in questomomento principalmente come reale guerra “mediatica” e “lobbistica”, poiché pare che nessunoabbia la voglia né le forze morali e materiali di effettuare delle operazioni sul campo. Si trattainnanzitutto di una
 guerra mediatica
nel senso che i giornali, le televisioni e la rete hanno un ruolo primario nel lanciare l' “emergenza umanitaria”, imporre lo “stato di crisi”, diffondere la percezionedel pericolo (a tratti della certezza) di un eccidio (“crimini contro l'umanità”) e insinuare l'idea, proporre, reclamare un intervento “umanitario” (armato). Si tratta poi di una
 guerra lobbistica
nelsenso molto semplice per cui a fianco, a sostegno e tramite quei media, “dietro” le dichiarazionivariabili e incoerenti di responsabili politici – e oltre le convinzioni personali di chi si espone – vistanno diversi “gruppi di pressione” che tentano di direzionare rappresentazioni, propensioni eintenzioni secondo le loro stesse percezioni e finalità. La direzione che tentano di dare allerappresentazioni, così come gli “interessi” – a livelli e su scale diversi – e la natura stessa di taligruppi sono certamente eterogenei l'uno dall'altro: dalle associazioni umanitarie alle organizzazioninon governative, dai gruppi editoriali fino alle grandi imprese con interessi nell'area; passando,ovviamente, per gruppi politici e servizi segreti. Piuttosto che con le decisioni unilaterali di governi,si ha a che fare con un intreccio di sensibilità e interessi sostanzialmente diversi e contraddittori,che potrebbero tuttavia trovare punti di convergenza e andare incontro ad effetti paradossali; emotivazioni diverse potrebbero avere lo stesso risultato (secondo il motto interventista: “dobbiamo pur fare qualcosa”).La guerra, in effetti, non è un affare di pura ideologia, che si intenda quest'ultima in termini di“rappresentazione o dottrina che accieca” oppure nel senso di “copertura di interessi economici”.Siamo qui al “grado zero” della democrazia e dei diritti umani: là cioè dove si formano non deisemplici ideali, ma dei concetti operativi che agiscono sulla realtà. Democrazia e diritti umani – come le loro violazioni – sono rappresentazioni di movimenti storici, concetti che accompagnano,direzionano, corroborano e rafforzano determinati eventi e cambiamenti sociali, nonostante tendanoa diventare descrizioni normative a cui tutta la realtà deve conformarsi. Tali rappresentazioninascono e crescono con i diversi segmenti e strati di società nei quali fungono da concetti operativie performativi per le strategie messe in atto. Il discorso umanitario sorge da tutta una serie disensibilità e pressioni provenienti “dal basso” e direzionate da centri in grado di trasformare preoccupazioni diffuse in problemi urgenti e proposte di intervento.Tale discorso è un
meccanismo potenzialmente incontrollabile
, poiché unisce l'urgenza temporale eil pericolo estremo: in maniera funzionale e
senza bisogno di prove,
emerge e si impone unarappresentazione della realtà che rimpiazza la complessità della situazione con gli ideali umanitari el'attitudine strategica con l'
attivismo dello spirito
. È qua che le diverse motivazioni e le pratichestrategiche non riconoscono più loro stesse come tali e non producono più delle rappresentazioniautonome, assorbite in un'impresa da loro stesse creata ma che difficilmente sarà in loro potere. La
 percezione dell'imminenza del pericolo
(l' “emergenza”) facilita il distacco degli “ideali” dalle
 
molteplici strategie in gioco che li formano e li costituiscono sostanzialmente: emerge cosìl'impressione della “potenza dell'ideale”, che resiste agli eventi e che – come se si considerasse ilsuo essere “pensiero” senza una massa né un peso – sembra poter essere “spostato” senza alcunadifficoltà in ogni situazione ed essere “innalzato” a finalità suprema. Si dimentica dunque la suafunzione storica, la sua unione strategica con le forze “materiali” e “morali” che interagiscono inuna determinata situazione storica. Tuttavia, il tempo della politica (e della guerra) che, avendo ache fare con relazioni sociali e flussi di risorse, è inevitabilmente più lungo di quello della morale diemergenza, demistifica questo utilizzo dell' “ideale”: la
 gestione della
 
doppia temporalità
, loscandirsi di momenti di pressione e momenti di stallo, sono espressione di “azioni deliberate ecoordinate, volte a orientare in una direzione predeterminata una serie di tensioni in atto”.Questa separazione tra “ideali” e strategie in gioco fraintende la realtà politica mistificando la particolarità delle forze sociali, perdendo la possibilità di capire la “trama” delle diverse strategie, laquale però si mostra prepotentemente nella doppia temporalità, nei tentennamenti e nellecontraddizioni le quali non sono espressione del prevalere del calcolo sulla morali, madell'affermazione stessa di una moralità ideale dominante. L' “ideale”, in questo senso, è unarappresentazione che non si prende come tale e che diventa uno strumento di guerra ancora piùforte.<< In una prospettiva realistica non è rilevante valutare la sincerità delle convinzioniideologiche di singoli decisori politici o militari, che può essere tranquillamente accordata. Il problema è un altro: cogliere la funzione persuasiva che una motivazione etica della guerra psvolgere nell'ambito stesso del conflitto. Ebbene, da questo punto di vista laqualificazione della guerra come “intervento umanitario” è un tipico strumento diautolegittimazione della guerra da parte di chi la sta conducendo. Come tale è parte dellaguerra stessa: è, in senso stretto, uno strumento di strategia militare diretto ad ottenere lavittoria sul nemico. >> (D. Zolo,
Chi dice umanità
, secondo capitolo)Società civile globale” . Il “soggetto sociale” per eccellenza dell'idealismo umanitario è compostoda una serie di attori interessati e preoccupati da qualsiasi “campo” geografico e sociale – sebbene,molto spesso, non ne abbiano alcuna conoscenza diretta. Non volendo cadere nel fare una caricaturadi tale “soggetto”, mi limiterò a qualche breve osservazione. Si parla da più di vent'anni di una“società civile internazionale”, intendendo con quest'espressione un superamento delle politiche“nazionali” degli stati e dei governi: si allude a due movimenti, da un alto la contrapposizione distato e società civile, espressione di una presunta “democratizzazione” e affermazione dei liberiindividui e dall'altro lato un oltrepassamento dei ristretti interessi nazionali verso le preoccupazionidella società mondiale. Ci si dimentica così del movimento più importante, cioè la moltiplicazionedi concorrenze e conflitti sempre più complessi tra attori e “segmenti di società” portatori delle piùdiverse strategie; in questi conflitti rientrano di fatto i rapporti di forza internazionali. Nella “societàcivile globale”, nelle sue pratiche e nelle sue rappresentazioni, non v'è alcun tipo di superamentodegli interessi strategici verso l'affermazione di preoccupazioni e ideali universali e talesuperamento sarebbe in ogni caso privo di senso – poiché invece in essa si affermano “soggettisociali” in lotta fra loro, che con gli “individui” intrattengono ambigui rapporti di cooptazione-appropriazione. Non si tratta dunque di una società omogenea di individui o organizzazioni, ma del(ri)sorgere dei
rapporti di forza su scale diverse
.Parlando delle rivolte arabe e di come esse sono state accolte dall' “opinione pubblica”, David Rieff (I nternazionale, numero 885, 18 febbraio 2011) descrive questa “società civile internazionale”(leggi: europea e americana) attraverso le categorie di “ciberutopismo” e di “tifosi”. Accecati dalruolo svolto dai
 social network 
in tali situazioni – sopravvalutato rispetto alle reali condizionieconomiche e sociali – e dalla mentalità del tifoso che deve vivere gli avvenimenti nei quali non ècoinvolto scegliendo una parte con cui stare e sostituendo il ragionamento con la “febbre”dell'appartenenza. Questi atteggiamenti non permettono la percezione della distanza dell'evento edella differenza della situazione, né una valutazione adeguata delle reali relazioni e strategie in

Activity (5)

You've already reviewed this. Edit your review.
1 hundred reads
1 thousand reads
Gabriella Martis liked this

You're Reading a Free Preview

Download
/*********** DO NOT ALTER ANYTHING BELOW THIS LINE ! ************/ var s_code=s.t();if(s_code)document.write(s_code)//-->