spazi di formazione e dei luoghi di costruzione, secondo intenzioni e strategie eterogenee e potenzialmente contraddittorie. Premetto che dal mio punto di vista il problema non è che siabbiano delle – inevitabilmente parziali – rappresentazioni della realtà, ma la non comprensione dei“meccanismi” che tali rappresentazioni possono andare ad innescare; la volontà di non vedere le possibilità e le prospettive insite in una certa maniera di descrivere la realtà (descriviamoutilizzando quali categorie? quali criteri? quali scale di misura?) e di rapportarsi a questadescrizione (descriviamo per chi? per che finalità? con quale pretesa di validità?)Procederò cercando di abbozzare uno schema per un'analisi che mi sembra cruciale nei giorni chestiamo vivendo, tanto più nel momento in cui la NATO comincia a “studiare” l'opzione militare. Non vorrei che tra qualche tempo si ricominciasse a ripetere il ritornello della “guerra per il petrolio” e dei potenti che “sono tutti uguali”; magari dopo aver creduto alla buona fede di “potentidemocratici”: oggi, come nel '91 in Iraq e nel '99 in Jugoslavia, la “società civile internazionale” è parte essenziale delle strategie che potrebbero portare ad una guerra. E anche quella italiana apparearruolata, come già nel 1911.Partiamo quindi da un dato di fatto: la possibile guerra contro la Libia si configura in questomomento principalmente come reale guerra “mediatica” e “lobbistica”, poiché pare che nessunoabbia la voglia né le forze morali e materiali di effettuare delle operazioni sul campo. Si trattainnanzitutto di una
guerra mediatica
nel senso che i giornali, le televisioni e la rete hanno un ruolo primario nel lanciare l' “emergenza umanitaria”, imporre lo “stato di crisi”, diffondere la percezionedel pericolo (a tratti della certezza) di un eccidio (“crimini contro l'umanità”) e insinuare l'idea, proporre, reclamare un intervento “umanitario” (armato). Si tratta poi di una
guerra lobbistica
nelsenso molto semplice per cui a fianco, a sostegno e tramite quei media, “dietro” le dichiarazionivariabili e incoerenti di responsabili politici – e oltre le convinzioni personali di chi si espone – vistanno diversi “gruppi di pressione” che tentano di direzionare rappresentazioni, propensioni eintenzioni secondo le loro stesse percezioni e finalità. La direzione che tentano di dare allerappresentazioni, così come gli “interessi” – a livelli e su scale diversi – e la natura stessa di taligruppi sono certamente eterogenei l'uno dall'altro: dalle associazioni umanitarie alle organizzazioninon governative, dai gruppi editoriali fino alle grandi imprese con interessi nell'area; passando,ovviamente, per gruppi politici e servizi segreti. Piuttosto che con le decisioni unilaterali di governi,si ha a che fare con un intreccio di sensibilità e interessi sostanzialmente diversi e contraddittori,che potrebbero tuttavia trovare punti di convergenza e andare incontro ad effetti paradossali; emotivazioni diverse potrebbero avere lo stesso risultato (secondo il motto interventista: “dobbiamo pur fare qualcosa”).La guerra, in effetti, non è un affare di pura ideologia, che si intenda quest'ultima in termini di“rappresentazione o dottrina che accieca” oppure nel senso di “copertura di interessi economici”.Siamo qui al “grado zero” della democrazia e dei diritti umani: là cioè dove si formano non deisemplici ideali, ma dei concetti operativi che agiscono sulla realtà. Democrazia e diritti umani – come le loro violazioni – sono rappresentazioni di movimenti storici, concetti che accompagnano,direzionano, corroborano e rafforzano determinati eventi e cambiamenti sociali, nonostante tendanoa diventare descrizioni normative a cui tutta la realtà deve conformarsi. Tali rappresentazioninascono e crescono con i diversi segmenti e strati di società nei quali fungono da concetti operativie performativi per le strategie messe in atto. Il discorso umanitario sorge da tutta una serie disensibilità e pressioni provenienti “dal basso” e direzionate da centri in grado di trasformare preoccupazioni diffuse in problemi urgenti e proposte di intervento.Tale discorso è un
meccanismo potenzialmente incontrollabile
, poiché unisce l'urgenza temporale eil pericolo estremo: in maniera funzionale e
senza bisogno di prove,
emerge e si impone unarappresentazione della realtà che rimpiazza la complessità della situazione con gli ideali umanitari el'attitudine strategica con l'
attivismo dello spirito
. È qua che le diverse motivazioni e le pratichestrategiche non riconoscono più loro stesse come tali e non producono più delle rappresentazioniautonome, assorbite in un'impresa da loro stesse creata ma che difficilmente sarà in loro potere. La
percezione dell'imminenza del pericolo
(l' “emergenza”) facilita il distacco degli “ideali” dalle