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LA NUMERAZIONE DELLE ANIME DIPALERMO NEL 1713
di Alberico Lo Faso di Serradifalco
PARTE I
INTRODUZIONECap. I:
Ristretto delle anime della città di Palermo
 Cap. II:
La Chiesa Matrice
 Cap. III:
La Parrocchia di S. Ippolito
Cap. IV:
La Parrocchia di Santa Margarita
 
 
 
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LA NUMERAZIONE DELLE ANIME DI PALERMO NEL 1713
INTRODUZIONE
Vittorio Amedeo II, proclamato a Torino re di Sicilia il 21 settembre del 1713, partì per Palermoquattro giorni dopo accompagnato dalla consorte Anna d’Orlèans, da un numeroso seguito di cuifacevano parte i più illustri nomi della nobiltà subalpina e dai reggimenti savoiardi e piemontesidestinati a presidiare il nuovo regno. Giunto a Palermo il 10 ottobre a bordo della nave ingleseBenin, il sovrano fece il suo ingresso in città il giorno dopo percorrendo il Cassero e, dopo unasosta in Cattedrale, raggiunse il palazzo reale dove ricevette l’omaggio delle magistrature e dellanobiltà..Probabilmente colpito dalla grandezza della città, Torino, la capitale dei suoi stati, non contenevaallora più di 20000 abitanti, chiese quale fosse l’entità della popolazione di Palermo. Gli furonoforniti dati assai diversi e contraddittori, come era già avvenuto quando era ancora in Piemonte,dove ognuno dei suoi informatori gli aveva fornito cifre diverse. Il fatto è spiegabile perché aPalermo, esente dalle tasse per antico privilegio, non venivano eseguiti i riveli, a volte peresigenze particolari si svolgevano delle conte delle anime, ma l’ultima risaliva al 1625 quando ilCardinale Giannettino Doria, Presidente del Regno, volle sapere quanti abitanti erano rimasti incittà dopo la peste, che fra gli altri si era portato via anche il Viceré, Emanuele Filiberto di Savoia.Per venire incontro al desiderio del sovrano fu così deciso di fare una conta delle anime, affidandol’incarico a 10 parroci: della Cattedrale e delle chiese di Santa Margarita, S. Nicolò l’Albergaria,Sant’Antonio, S. Nicolò la Calza, S. Giovanni li Tartari, Santa Croce, S. Ippolito, Santa Maria diMonserrato nel Borgo, S. Giacomo la Marina. Le modalità dovevano essere tali da evitare che sipotesse pensare che il re volesse con tale operazione trarre dati utili per una tassazione, maintendesse solo conoscere quanti fossero gli abitanti della capitale del suo regno, cosa di per sé deltutto legittima.I dieci parroci incaricati, in forza a direttive usarono ciascuno una proprio metodo. Dallapresentazione di un foglietto con i dati numerici riepilogativi dell’area loro assegnata, ad elenchinominativi di quanti abitavano in ciascuna strada, isola, o palazzo con, a volte, elementi relativi airapporti di parentela e all’età dei censiti.I risultati del lavoro furono consegnati fra il novembre del 1713 e il gennaio dell’anno successivoad un funzionario di Corte che provvide ad elaborarli, i quaderni ed i fogli presentati dalle diverseparrocchie furono quindi rilegati in un unico volume poi il tutto finì in archivio e seguì il sovranonel suo rientro a Torino, non essendo un documento ufficiale non aveva titolo ad essereconservato nell’archivio del Protonotaro a Palermo assieme ai riveli.I parroci della Cattedrale, di S. Nicolò l’Albergaria e di San Giacomo La Marina consegnaronociascuno uno specchio riassuntivo nel quale erano riportati solo i dati complessivi relativi alterritorio di competenza, per un totale di 44698 persone, poco meno della metà degli abitanti.Gli altri fornirono dati molto più dettagliati: l’elenco dei residenti per strada, contrada, vanella,casa, o cortiglio, ma gli elementi forniti non erano sempre uguali.In tutto si trovano elencati 43 cortili o cortigli. Tale denominazione, che aveva avuto nellaPalermo dei secoli precedenti largo uso, venne utilizzata essenzialmente nelle Parrocchie di S.Ippolito (25), quartiere essenzialmente popolare, e di S. Giovanni (21), dove invece la popolazioneera mista con una forte componente dei ceti più abbienti ed in particolare della nobiltà, alloraancora feudale. Il termine non venne utilizzato dai rilevatori di S. Maria di Monserrato la cui areadi competenza era relativa al quartiere del molo, fu usato solo una volta da quelli di S. Nicolò laCalza e due da quelli di S. Antonio. Nel primo caso tuttavia non è da escludersi che ve neesistessero in numero superiore in quanto con denominazioni generiche vennero censite aree assai
 
 
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vaste e popolate ove esistevano più complessi abitativi e dove nei secoli passati questa forma diinsediamento era largamente sviluppata.Il termine “cortiglio” non può essere assolutamente considerato spregiativo od indicante abitazionidi livello inferiore, se è vero sino al XV secolo con questa denominazione si indicavano anchevicoli su cui si affacciavano poche case. In genere il suo uso era volto ad indicare gruppi di anche14 case, alcune delle quali abitazioni signorili, che si sviluppavano attorno ad uno spazio chiuso,nel quale si svolgeva l’attività dei loro abitanti e che era sede delle loro manifestazioni familiari.Non appare tuttavia facile immaginare quante case potessero esserci in un “cortiglio” con oltre600 abitanti.I modi impiegati dai rilevatori per indicare il luogo censito furono i più diversi: a volte fuutilizzato il nome del proprietario del terreno, o della casa del personaggio più illustre che viabitava, a volte il nome della chiesa o altra costruzione importante cui era limitrofo.Altro termine spesso utilizzato per indicare il blocco censito è “vanella”, intesa come vicolo.Come nel caso precedente si ritrova essenzialmente nelle parrocchie di S. Ippolito (26) ed inquella di S. Giovanni li Tartari (14), mentre non è usato nella descrizione dei distretti di S. Nicolòla Calsa, di S. Maria di Monserrato e di S. Antonio e solo una volta per quello di Santa Croce edue per S. Margarita. I nomi sono i più vari alcuni dei quali si ritrovano nella attualetoponomastica palermitana.Elemento che sembra il caso di sottolineare è che il termine utilizzato normalmente per indicarequelli che siamo abituati a considerare come palazzi, e che come tali sono riportati in quasi tutti ilibri o guide di Palermo, è “casa”. Come palazzi sono indicati solo quelli del Santo Officio, diAiutamiCristo e del Pretore, laddove anche costruzioni di dimensioni assai notevoli come quelladel principe della Cattolica non ricevono tale appellativoQuello che pare comunque d’interesse, a parte le lacune, è l’elencazione delle strade, vanelle,cortigli, contrade e case di una parte della Palermo dell’inizio Settecento, che può forse essere diqualche utilità agli storici dell’urbanistica palermitana.Purtroppo nell’ambito di tutti i rilevamenti l’elencazione dei singoli complessi abitativi o dellestrade non segue nessuna logica. Spesso sono elencati di seguito, come se fossero contigui, luoghiche sono dalla parte opposta del distretto parrocchiale. Probabilmente i dati furono trascritti amano a mano che venivano forniti dai diversi incaricati operanti in posti diversi dell’area dicompetenza.Dato positivo è che si riesce a determinare, almeno per oltre il 50% della città, la densità dellapopolazione in contrade oggi scomparse, ma che fanno parte della storia di Palermo, come laConceria, la Ferraria, la Bocceria della foglia, dell’area attorno al monastero delle Stimmate,oppure nei palazzi signorili ed in questi ultimi la composizione delle famiglie nobiliari e dellapiccola corte di cui si circondavano.Non sempre comprensibile, pur tenendo presente che la topografia della città è molto cambiata, lasuddivisione delle aree assegnate a ciascuna parrocchia. Esse sono per estensione molto diversefra loro, con confini frastagliati, irregolari, oggi non sempre definibili con precisione. Quanto allaconsistenza numerica, anche qui vi sono vistose differenze: si va dalle oltre 16000 persone dellaparrocchia di San Nicolò l’Albergaria alle 1300 di Santa Maria di Monserrato al Borgo.In alcuni casi i nomi dei censiti sono scritti uno dietro l’altro, rendendo difficoltosa la suddivisionein nuclei familiari, in altri sono nettamente distinti, in altri casi ancora si hanno gruppi costituiti dapiù famiglie, forse abitanti di una stessa casa, senza alcuna separazione, segno forse diun’affollamento o di una promiscuità oggi impensabili.Ai nomi a volte segue l’età, o l’indicazione di padre, marito, moglie, madre, vedova, figlio ofiglia. In alcuni casi, pochissimi per fortuna, sono indicati solo i nomi e non i cognomi, rendendoimpossibile l’identificazione dei soggetti.Le famiglie nobili sono riportate ora col titolo e il predicato, ora col solo cognome, ma nel primocaso, quando è così, solo per il capo della casa, per gli altri rami col cognome, senza l’indicazione

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