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Jesús Huerta de Soto, Cap. VII, «La rinascita della Scuola Austriaca»

Jesús Huerta de Soto, Cap. VII, «La rinascita della Scuola Austriaca»

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 85
 
C
APITOLO
VII
 L
 A RINASCITA DELLA
S
CUOLA
 A
USTRIACA
 
7.1. La crisi del paradigma neoclassico
Nel periodo compreso tra la fine della Seconda guerra mondiale ed il 1975
 
sirealizzò nella scienza economica il trionfo della “sintesi neoclassico-keynesiana” e delformalismo matematico dell’analisi dell’equilibrio. In effetti, durante questo periodotale genere di approccio analitico si converte nel principale strumento della disciplinaeconomica, sebbene si debba constatare che fra gli economisti esistono due grandicorrenti, le quali fanno un diverso uso della nozione di equilibrio.La prima di esse è rappresentata da Paul Anthony Samuelson il quale, inseguito alla pubblicazione di
Fondamenti dell’analisi economica
(S
AMUELSON
, 1947),diviene con Hicks un pioniere dell’elaborazione della sintesi neoclassico-keynesiana.Samuelson abbraccia esplicitamente la teoria di Lange e Lerner sulla possibilità delsocialismo di mercato (S
AMUELSON
, 1947: 217 e 232) e, accettando la loro posizione,elude la sfida posta dal teorema di Mises sull’impossibilità del socialismo. Samuelsonsi pone come obiettivo esplicito la ricostruzione della scienza economica utilizzando illinguaggio matematico, cosa che lo porta ad effettuare molteplici supposizionisemplificatrici, che escludono dai suoi modelli la maggior parte della ricchezza ecomplessità dei processi reali di mercato. In questo modo, lentamente, lo strumentodell’analisi (formalismo matematico) si confonde con il fine e la chiarezza sintatticaviene ottenuta a discapito del contenuto semantico delle differenti analisi economiche,giungendo perfino all’estremo di negare status scientifico alle teorie più realiste oall’economia letteraria (B
OETTKE
, 1997: 11-64).I teorici di questo primo gruppo, fra i quali Kenneth Arrow, Gerard Debreu,Frank Hahn e, più di recente, Joseph Stiglitz, accettano il modello di equilibriocompetitivo in termini normativi come l’ideale al quale deve approssimarsil’economia, in maniera tale che, ogni qual volta si verifichi un’incongruenza tra larealtà e l’equilibrio in concorrenza perfetta, essi pensano di aver individuato un“fallimento del mercato”, che giustificherebbe
 prima facie
l’intervento dello Stato al finedi spingere la realtà verso l’ideale rappresentato dal modello di equilibrio generale.Di fronte a questo gruppo, si pone, sempre all’interno della corrente dominante,un secondo gruppo di economisti formato dai teorici dell’equilibrio che sostengonoperò l’economia di mercato. Questo insieme di economisti si concentra principalmenteattorno alla Scuola di Chicago ed ha fra i suoi principali rappresentanti autori qualiFriedman, George Stigler, Robert Lucas e Gary Becker, secondo i quali il punto di vistaeconomico sarebbe costituito, esclusivamente, dal modello di equilibrio, dal principiodella massimizzazione e dal presupposto di costanza.
 
 86
Gli economisti di questo secondo gruppo, pur essendo teorici dell’equilibrio,difendono l’economia di mercato di fronte alla teoria dei “fallimenti del mercato”sostenuta dal primo gruppo. Essi affermano che il modello di equilibrio descrive larealtà in modo molto approssimativo, come quando spiegano, seguendo la Scuoladella
Public Choice
, che in ogni caso gli errori presenti nel settore pubblico sarebberosuperiori a quelli identificabili nel settore privato.I teorici della Scuola di Chicago credono così di restare immuni dall’attacco deiteorici dei “fallimenti del mercato” e sono convinti di poter dimostrare, attraverso lapropria analisi, che non è necessario l’intervento dello Stato nell’economia. Secondoloro, se la realtà fosse simile all’equilibrio competitivo, il mercato reale sarebbeefficiente nel senso paretiano e non sarebbe necessario alcun intervento; specialmentese, come invece avviene, l’azione combinata di politici, elettori e burocrati non fosseesente da gravi errori.Secondo la concezione dinamica del mercato elaborata dalla Scuola Austriacasono criticabili entrambe le posizioni.In relazione ai modelli elaborati dai teorici della Scuola di Chicago, gli Austriacimettono in evidenza che nel loro caso l’intero lavoro è svolto da alcune supposizionidi partenza: equilibrio, massimizzazione e costanza. Gli Austriaci osservano che primadi poter concludere che la realtà è molto vicina al modello di equilibrio, i teorici dellaScuola di Chicago dovrebbero elaborare una teoria sul processo reale di mercato ingrado di spiegare (ammesso che ciò accada effettivamente nella realtà) come e perchéesso tenda all’equilibrio. Pensando che la teoria dell’equilibrio spieghi molto da vicinola realtà, i teorici di Chicago peccano così di utopismo e lasciano molti lati scoperti allacritica ideologica dei loro oppositori appartenenti al primo gruppo, in qualche modoun po’ più realisti.Anche i teorici Neoclassici dei “fallimenti del mercato” commettono, dal puntodi vista della Scuola Austriaca, gravi errori. In effetti, costoro non considerano glieffetti dinamici di coordinazione che, stimolati dalla funzione imprenditoriale, sonopresenti in ogni mercato reale. Pensano perciò che sia in qualche modo possibileavvicinarsi all’ideale dell’equilibrio generale attraverso l’intervento dello Stato, comese coloro che dirigono la pianificazione disponessero di informazioni che, in realtà,non potranno mai possedere. Secondo gli Austriaci, i teorici dei “fallimenti delmercato” non sono degli utopisti bensì, esattamente all’opposto, degli inguaribilipessimisti che considerano il mondo molto peggiore di quanto in realtà non sia. Infatti,concentrandosi sull’analisi dell’equilibrio e facendone il punto di riferimento, essi nonconsiderano il reale processo di coordinazione esistente nel mercato, e non si rendononeppure conto che il disequilibrio tanto criticato, più che un’imperfezione od erroredel mercato, rappresenta la caratteristica più naturale del mondo reale e, in ogni caso,che il processo reale di mercato è preferibile ad ogni altra alternativa umanamenteraggiungibile.Prescindendo per il momento dall’analisi della
Public Choice
, i principaliproblemi teorici identificati dagli economisti austriaci in queste tesi sono:
a
) il nontener conto che le misure di intervento, preconizzate per avvicinare il mondo reale almodello di equilibrio, possano interessare molto negativamente, come di fatto avviene,
 
 87
il processo imprenditoriale di coordinamento che si ha nel mondo reale,
b
) ilpresupporre che il responsabile dell’intervento pubblico possa giungere a disporre diun’informazione di gran lunga superiore rispetto a quella che teoricamente è possibileottenere.I teorici della Scuola Austriaca si propongono perciò di superare entrambe leimpostazioni dell’equilibrio (quella della Scuola di Chicago, così come quella deisostenitori degli “fallimenti del mercato”), riportando l’attenzione della ricercascientifica sul processo dinamico di coordinazione imprenditoriale che,eventualmente, potrebbe condurre ad un equilibrio, non raggiungibile nella vita reale.In questo modo il centro focale della ricerca passerebbe dal modello dell’equilibrioall’analisi dinamica costituita dallo studio dei processi di mercato, evitando così legravi carenze presenti in entrambe le correnti della scuola Neoclassica.Due esempi, uno nell’ambito di quella che i Neoclassici chiamerebbero“microeconomia” e l’altro nel contesto della “macroeconomia”, possono aiutare achiarire la proposta degli economisti Austriaci.Il primo esempio si riferisce al moderno sviluppo della teoria dell’informazioneche, nella versione della Scuola di Chicago, parte dal lavoro iniziale di Stigler su
L’economia dell’informazione
(S
TIGLER
, 1961). Stigler ed i sostenitori concepisconol’informazione in modo oggettivo, vale a dire come una merce che si compra e sivende nel mercato in termini di costi e benefici. Pur riconoscendo che esistel’ignoranza, tuttavia essi ritengono che la quantità di quest’ultima che è presente nelmondo reale rappresenti il suo livello ‘ottimo’ e, pertanto, che la ricerca di nuovainformazione, considerata oggettivamente, si ferma solamente quando il suo costomarginale supera il suo ingresso marginale.I teorici dei “fallimenti del mercato”, capeggiati da S. Grossman e Stiglitz,sviluppano un’analisi economica sull’informazione ben diversa. Per essi, il mondoreale si trova in un equilibrio inefficiente all’interno del quale evidenziano il seguente‘errore’: siccome gli agenti economici pensano che i prezzi trasmettano informazionein modo efficiente, si produce un effetto detto dell’”utente gratuito” o, se si preferisce,del
 free rider 
, grazie al quale gli agenti economici non si preoccupano di acquisirepersonalmente l’informazione addizionale di cui hanno bisogno poiché questa ècostosa. La conclusione è per questi teorici ovvia: il mercato tende a produrre unvolume di informazione insufficiente, che giustificherebbe il controllo dello Stato, apatto che i suoi benefici superino i costi di controllo derivati da tale intervento(G
ROSSMAN
e S
TIGLITZ
, 1980).Come si è avuto modo di mostrare, secondo la Scuola Austriaca il problemaprincipale di entrambe le impostazioni nasce dal considerare l’informazione un datooggettivo, come se essa fosse ‘data’ in un qualche luogo determinato (sebbene spessonon si sappia dove). Gli Austriaci, a differenza di entrambe le correnti della ScuolaNeoclassica, considerano che l’informazione o la conoscenza sia sempre un qualcosa disoggettivo, la quale non può essere ‘data’, ma deve venire costantemente creata ogenerata dagli imprenditori nel momento in cui si rendono conto di una opportunitàdi guadagno, vale a dire dell’esistenza, nella costellazione costantemente cangiante deiprezzi di mercato, di disequilibri o scoordinamenti che sono passati inosservati. Ciò fa

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