quanto i principii dell'era nuova superano i sofismi giuridici dell'etàpassata. Le conquiste testé fatte dal diritto internazionale nei gabinetti,nei protocolli, nella diplomazia furono da, molti anni in traveduticiMancini, il quale pose a fondamento di quelle la
nazionalità
e seppetrarre da essa lo scioglimento d'ogni più intricato problema dello
juregentium.
Nel periodo non molto felice della luogotenenza napoletana, ilMancini fu messo a capo del dicastero degli affari ecclesiastici, emostrò, a dir vero, molta abilità; ma lasciò poca traccia di sé.Il maggior trionfo del Mancini in Parlamento fu per l'
abolizionedella pena di morte.
Là si rivelò più che mai uomo di cuore; e uomo dicuore si mostrò nella solenne adunanza tenuta dai membri dellaCommissione milanese, presieduta dal conte Renato Borromeo,allorché egli, non ricco e carico di famiglia, propose di fondare unpremio di 500 franchi a chi sapesse scrivere una Memoria diosservazioni pratiche e statistiche in favore di quel grande principio, e volle sostener egli stesso la spesa del premio.Spesso parlò il Mancini in Parlamento: Sui
beni de' preti;dell'istruzione pubblica;
sulla
Polonin;
sull'
emigrazione italiana;
sull'
arresto Delafield;
sulla
tassa per la ricchezza mobile;
sulla
leva;
sulle
manimorte;
sulle
industrie private;
sulla
cessione di Nizza;
sul
codice per l'Emilia;
sul
prestito,
ecc, ecc. Ma il più splendido edefficace suo discorso fu
contro la pena di morte.
Di lui, inquell'occasione così dice il corrispondente della
Perseveranza:
«La tornata di quest'oggi l'ha occupata il Mancini tutta. Aveva naturalmentetante cose a dire sopra una questione in cui se n'è dette tante, e le ha dette tutte.Discorrere così a lungo non si può, senza che in alcuni nasca il desiderio, che talcosa o tal altra fosse messa da parte; e che si fosse fatta maggiore sceltad'argomenti e di esempi. E certo né all'oratore, né al soggetto nuoce il riassumere eil concentrare. Ma il Mancini è uomo dotto, che ha letto molto e ricorda molto, ed èingegno analitico. Perciò va di reminiscenza in reminiscenza, e di raziocinio inraziocinio. Non ostante questa magagna della prolissità e dei difetti dai qualideriva, l'importanza del soggetto e la copia delle ragioni hanno fatto che il discorsodel Mancini sia stato ascoltato sino alla fine ed applaudito anche quando fu finito.Ha fatta molta impressione sopratutto quella parte del suo discorso, dove hamostrato come in Toscana, non ostante la varietà della legislazione sulla pena dimorte, che v'è stata due volte abolita e due ripristinata, il numero dei delitticapitali v'è rimasto sempre il medesimo. Che, certo, è una gran prova per abolirla;giacché la pena di morte non può difendersi, se non si dimostra, con grandeevidenza, che molti delitti non possono impedirsi che colla sola sua minaccia.Mancini ha anche dimostrata falsa una cotale statistica di delitti in Toscana,compilata molto confusamente, e comunicata dal governo nostro all'inglese, chegliela aveva chiesta, per mezzo del suo ministro qui, per uso d'una commissioneparlamentare».
Mancini citò in quella sua arringa:
«...i grandi scrittori che discussero su questa tesi
la pena di morte
ricordaspecialmente il venerando Carmignani, il quale, dopo avere per molti anni