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Leon Battista Alberti Aveva Scritto

Leon Battista Alberti Aveva Scritto

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08/01/2010

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original

 
 Enzo Sardellaro
In questo saggio si approfondisce l’uso delle tecniche retoriche in Luigi Groto, il Cieco d’Adria, in funzione deirapporti con i potenti del suo tempo, a partire da Carlo V, re di Spagna.
In this text deepens the use of technical rhetoric in Luigi Groto, the blind d'adria, in the light of therelationships with powerful of his time, from Carlo V, King of Spain.
Prof. Enzo Sardellaro – docente di lettere italiane negli istituti superioriVia T. Aguiari 7/A - Adria – Rovigo
Retorica e potere nella lirica di Luigi Groto ( il cieco d’Adria)
Leon Battista Alberti aveva scritto, tra il 1450 e il 1452, i
Ludi Matematici 
(
Ludi 
 
rerum 
 
mathematicarum 
),
1)
per Meliaduso d'Este, fratello di Leonello, al quale aveva dedicato il
De 
 
Architectura 
. Ciò che è interessante nei
Ludi Matematici 
, e che si confacevaperfettamente alle esigenze del piccolo Stato estense che con Borso aveva dato il via auna serie imponente di bonifiche, è la presentazione di uno strumento, l'
Equilibra 
,
2)
chetra le altre cose permetteva di livellare un terreno e di controllare il flusso delle acque. Lacosa, per la sua importanza, non poteva non interessare il Ducato di Ferrara, che nelbreve volgere di qualche anno si sarebbe avviato a diventare quello che, con espressioneveramente felice, Carlo Poni definì un vero e proprio "Principato idraulico".
3)
E i temi"idraulici", com’è noto, erano molto vicini agli impegni scientifici del Groto, e in tal senso misi permetta la preterizione sulla sua ormai leggendaria orazione sul taglio di Porto Viro.
4)
 Più interessante rilevare che egli si occupava anche di agricoltura, accanto all’amicoBonardo nella Villa di Fratta. Un altro "eretico" nostrano, il rodigino Giovan Maria Avanzi(1549-1622), per vari versi anch’egli in contatto con la Corte di Ferrara e con il Grotostesso, svolgeva a Corte «argomentazioni sulla cultura del grano e del fagiolo...»
5)
 
 
individuando spunti ed echi interessanti delle discussioni ferraresi sull’argomento nelloscandaglio della biblioteca del Groto. Le dotte dissertazioni ferraresi sul "fagiolo" nonerano di poco momento, in quanto andavano a toccare uno dei punti più qualificanti delleproblematiche relative al rinnovamento del regime alimentare in età moderna. Il fagiolo,infatti, d’importazione americana, andava a sostituire sia la più antica fava sia il "vilisphaselus" di virgiliana e folenghiana memoria, che costituirono la «base d[ell’]alimentazione vegetale per secoli…: di origine asiatico-africana, venivano già coltivati daigreci e dai romani…»
6)
.Siamo già nel cuore del problema: la Corte estense rappresentò nella mente del Groto unpunto fermo, la tensione di tutta una vita. Certo, essa si rivelò una mèta sempre sfuggente,mai completamente posseduta, o posseduta solo in parte. Però l’agire del Groto, tutto ilsuo essere era proiettato verso la Corte, di cui sondava gli interessi e le inclinazioni,appunto per meglio riuscire a introdursi nei gangli di quella che egli considerava il puntod’arrivo di tutta la sua attività di poeta e di drammaturgo.
7)
E mentre la Corte di Ferrarariverberava sulla scena della storia i suoi ultimi luccicanti bagliori ( la devoluzione delDucato estense al papa avvene nel 1598, ad appena tredici anni dalla morte del Ciecod’Adria), il Groto malinconicamente, ma consapevolmente, operava i suoi reiterati tentativi,destinati però sempre a repentine disillusioni. Ma cosa cercavano le Corti padane ai tempidel Groto? Quali "cortigiani" erano particolarmente appetiti? L’uomo che affiancava ilSignore, in un momento di transizione verso il "moderno", era tutto sommato ancoral’intellettuale umanista, provvisto di saperi esoterici, ma, soprattutto, accanto a lui, e confunzioni importantissime, "l’ingeniere". Occorre sempre anteporre ai letterati gli «arteficidelle cose mecaniche (sic) e particolarmente gli ingenieri».
8)
Le città padane, ma inspecial modo Venezia e Ferrara, stanno avviando a maturazione quella che Olivieri hadefinito una nuova "antropologia".
9)
E dentro questa parola ci sono molte cose, ma su dueessenzialmente occorre riflettere: sull’indirizzo tecnico-pratico cui sembrano avviate leCorti e sul ridimensionamento dell’uomo di lettere. Quanto al primo aspetto, Mantova,Ferrara e Venezia sono le punte di diamante: l’uso spregiudicato degli "ingenieri" e deitecnici più qualificati, anche se sospetti d’eresia,
10)
fanno di queste città i luoghi privilegiatidella modernità. A Venezia lavora Tartaglia;
11)
da Ferrara passa Da Paratico, ingegneremilitare, ma anche, vale la pena di sottolinearlo, studioso di agricoltura, conterraneo diTartaglia, e ottimo collaboratore di un Alfonso II, che è un tecnico di prim’ordine e granconoscitore dei segreti dell’artiglieria e degli apparati militari estensi, che già da tempoerano tra i più moderni d’Europa.
12)
Ferrara è inoltre impegnata sul versante dellebonifiche: di qui le discussioni sulle acque e sull’ agricoltura, un’attività che dev’esseresempre presente a un Principe che conosce sino in fondo l’importanza strategica di farfronte ai periodi di crisi potendo contare sull’approvvigionamento sicuro delle derratealimentari. L’estensione delle terre, il loro controllo politico e il miglioramento delle reseagricole diventano il fulcro del pensiero riformatore del Duca. L’editoria veneziana, a suavolta, sosteneva a denti stretti la libertà di pubblicare tutto ciò che il mercato scientifico,specialmente matematico e militare, produceva.
14)
La strada dell’intellettuale umanistaverso la Corte, in un clima siffatto, è molto più incerta che nel passato, perché essa orarichiede, soprattutto, saperi scientifici e tecnico-pratici. Ma il Groto possedeva qualcosa inpiù rispetto alla pletora dei letterati-poeti: teneva sul suo tavolo Aristotele e Archimede,
15)
einsieme con loro altri filosofi antichi dai quali traeva il materiale sapienzal che faceva di luiun mago e un sapiente. "Sofos", il sapiente, è anche il mago: i due termini si confondononel Rinascimento. Toscanelli, oltre al calcolo e alla matematica, curava l’astrologia: questonon è strano, è normale in un intellettuale votato alle scienze, prima della Rivoluzionegalileiana.
16)
Il Groto, a sua volta, non è un letterato "astratto", è un umanista che coltival’orticello della scienza, che si interessa, già l’abbiamo rilevato, insieme con l’Avanzi, della
 
coltura del "fagiolo", che era una conquista "americana" di data recente. Abbandonarel’antico e vetusto "vilis phaselus" del Folengo, il più diffuso in Italia, significava fare unulteriore passo avanti verso una modernizzazione dell’agricoltura. Groto e Avanzi lavoranoin questo senso. Il Groto sembra arrivare tardi sulla scena della Corte: ancoracompartecipe di un’antropologia del primo Rinascimento, egli si presenta con saperi"universali" che paiono cozzare contro la realtà. Intellettuale periferico, nato verso la metàdel Cinquecento, egli patisce in pieno la crisi del letterato tardo-rinascimentale.L’intellettuale umanista non è più il consigliere del Principe, ma colui che deve soloobbedire,o, ancor peggio, una sorta di "giullare cortigiano".
17)
Il Groto sembra arrivaretardi, e in più con una formazione culturale protocinquecentesca, alla maniera dei Ficino,dei Pico, dei Melantone e di quanti altri che, insieme con le "Humanae Litterae",coltivavano saperi esoterici, misti di astrologia, cabala e magia.
18)
Tutti saperi ormai inodore di eresia, nel momento in cui la Chiesa riprendeva in mano la situazione, bloccandol’antica tensione degli umanisti agli sconfinamenti verso quei campi, specie teologici, cheavevano fatto deflagrare la bomba della Riforma protestante, che aveva attecchito, informe diverse, persino tra il popolo "idiota".
19)
Erano quei campi che essa ormai nonavrebbe mai più permesso a nessuno di arare. Gli Statuti lincei, ancorché tardi, riflettonopalesemente il nuovo clima che sin dai tempi del Groto si stava venendo a instaurare, eparlano da soli: «Nelle controversie politiche e teologiche non si ponga mai e poi mai lapenna, come mai si deve, per esempio, mietere le messi che appartengono ad altri; e seproprio qualcuno, per comando di un qualche Prìncipe o per qualunque altra causastrettamente necessario, debba per forza discutere o scrivere intorno a questi argomenti,richieda dapprima il consenso del Prìncipe linceo, e ricordi in tale edizione o disputa di nonqualificarsi mai come linceo…».
20)
 
Invece era esattamente in forme del tutto tradizionali che il Groto, umanista e poeta,pretendeva di servire la Corte 
: egli era il poeta, il mago , il sapiente e il profeta in grado dioffrire servigi "antiqui", di collaborare insieme con il Principe a una costruzione politicadella realtà. Anche se ormai i tempi parrebbero irreversibilmente mutati, e il Groto
sembrerebbe 
, pirandellianamente, un uomo "fuori di chiave", sfasato rispetto alla realtàcontemporanea, che si avviava a un ridimensionamento totale dell’uomo di lettere, eanche se egli intuiva probabilmente il logoramento progressivo dell’istituto classico delpoeta-vate e del mito platonico dell’ispirazione divina del poeta, in grado di creare "exnovo", grazie ai suoi poteri, realtà futuribili, tuttavia nelle Corti c’erano ancora spazi per lafigura del "profeta".
21)
Il Groto insinuò costantemente un rapporto stretto tra sé e Omero,tra sé e il vate cieco Tiresia (non ricoperse forse, a pochi mesi dalla morte, il ruolo diTiresia nell’inaugurazione del Teatro Olimpico di Vicenza?).
22)
Tanta insistenza del Grotosul ruolo profetico del poeta va presa in seria considerazione, perché è probabilmente quiche il Cieco d’Adria "vide", con gli occhi del veggente, il "varco" attraverso il quale passarealla Corte di Ferrara. E’ ancora Olivieri che individua nell’antropologia di città "moderne" efortemente interdipendenti l’una dall’altra come Venezia e la Ferrara estense il ruoloancora vivo e vitale del "profeta", dell’uomo consigliere del Principe. Se il letterato avevaperduto, al profeta restavano aperte ancora molte vie di successo. Quel che ci si puòchiedere è perché il ruolo profetico, un ruolo tutto sommato "antico", reggeva ancora benenelle Corti. La ragione l’ha individuata molti anni fa Arnaldo Momigliano, quandoacutamente rilevava che la profezia costituiva la "terza via" dell’interpretazione della storia,e soprattutto dell’acquisizione del consenso, ed era proprio perciò una strada, questa,"protetta" dal potere, perché la profezia garantiva, attraverso il vaticinio, la giustezza del"fare politico" del Principe, e la sua ovvia consonanza con gli arcani disegni di Dio.
23)
Leosservazioni del Momigliano si riferiscono al mondo greco-romano; però è degno di nota ilfatto che il "profetismo" conoscesse una stagione fiorente e rigogliosa nel primo

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