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La Figura e l'Opera Di Gigio Artemio Giancarli

La Figura e l'Opera Di Gigio Artemio Giancarli

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Published by Enzo Sardellaro
Il saggio studia la figura e l'opera di Gigio Artemio Giancarli, detto "Gigio Artemio", drammaturgo e pittore rodigino del '500.
Il saggio studia la figura e l'opera di Gigio Artemio Giancarli, detto "Gigio Artemio", drammaturgo e pittore rodigino del '500.

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ASPETTI BIOGRAFICI
1.1 GLI INIZI
Propongo, a distanza di quasi trent’anni, un saggio che abbozzai verso la metà degli anni ’70.Quando cominciai a interessarmi del Giancarli, non v’erano studi recenti su di lui, e l’unico lavorocomplessivo era ancora quello del tedesco A.L. Stiefel, disperso, tra l’altro, in una rivistaspecializzata e difficilmente consultabile. V'erano altresì soltanto voci enciclopediche, nel"Dizionario biografico degli Italiani" e nell' "Enciclopedia dello spettacolo", curate da G. A.Cibotto. Né, a quei tempi, esistevano edizioni moderne delle sue commedie, a parte l'edizione dellasola "Cingana", curata da G.A.Cibotto nel 1960. Ragioni filologiche mi convinsero comunquelavorare sulle edizioni del ‘500, presenti all’Accademia dei Concordi. Studi a livello universitarioapparvero solo alla metà degli anni ’80. La ricostruzione della personalità del Giancarli è stataabbozzata sull'analisi e sui riscontri interni delle fonti letterarie coeve, nonché delle due commedierimasteci, "La Capraria" e "La Cingana". Di recente so che l'indagine è stata allargata alle fontid'archivio. Presento il saggio così come fu pensato allora, con alcune aggiunte posteriori.Enzo Sardellaro
 
I problemi biografici che pone la figura di Gigio Artemio Giancarli sono di notevoleportata e di tutt'altro che agevole soluzione in quanto le fonti coeve, specie sul versantestorico-artistico e iconografico, sono pressoché mute. Ciò è tanto più grave perché, a benguardare, egli professava l'arte del pittore. Qualcosina in più abbiamo invece sotto ilprofilo letterario, ed è di qui che siamo partiti, conseguendo, alla fine, risultati nondisprezzabili e, si spera, convincenti.A riprova della singolare difficoltà della ricerca, basti pensare che qualche problema èinsorto persino riguardo al nome, che tuttora tende a oscillare tra Gigio e Giorgio, in unasorta di perpetua "contaminatio" che non si è mai esaurita, e che nessuno , tra quanti sisono occupati a vario titolo del Giancarli, s'è preoccupato né d'affrontare né tantomeno dirisolvere.
 
Così, per esempio, Gigio è "Giorgio" pari pari per il Sala; (1) diventa un improbabile"Giorgio Antonio" per il Teza, (2) ( questo per gli studiosi protonovecenteschi ); i moderniesegeti (G. Davico Bonino ) lo trasformano in un elegante Gian Artemio Carli, dove, sivede bene, il cognome è stato secato a metà per interporvi "Artemio".(3) Il quale, come èfacile intendere, è "nome d'arte", e il Teza ne ipotizza l'origine in un critico Artemo, chescrisse un "Dei Pittori"o in un pittore di nome Artemon, ricordato nelle "Istorie" diPlinio.(4) Ma vedremo più avanti quali implicazioni storico-mitologiche potrebbero celarsisotto questo nome d'arte.
 
 
Basta! Se la vita del povero Gigio è stata travagliata quanto la sua carta d'identità, carità dipatria vuole che ne facciamo ammenda una volta per tutte.
 
Tutte le testimonianze coeve in nostro possesso dichiarano, al di là di ogni equivoco, cheGigio, evidente vezzeggiativo di Luigi, era l'unico nome con cui egli firmava le sue opere,e anche l'unico con cui era noto agli amici.
 
Ma la "via crucis" di Gigio lungo la strada della storia è stata costellata di ben altri rovi espine. A intorbidare ancor più le acque contribuì a suo tempo un erudito molto famosodalle nostre parti: il Bronziero, il quale lo confuse con un di lui parente, Giovan BattistaGiancarli, giurisperito e assessore rodigino.(5)
 
Val qui forse la pena di fare la cronistoria di quel disgraziato "error" del Bronzierosoprattutto perché esso gettò nella più cupa disperazione il maggiore studioso delGiancarli, il tedesco A.L. Stiefel. Il quale, riportando le parole del Bronziero, ne costellò lacitazione con una sequenza preoccupata di punti interrogativi: "...Gioan Batista (?)Giancarli Assessore (?) stampò la
Capraria
e la
Cingana
 _e fu intorno al 1551 (?)…". (6)
 
E' per noi pacifica convinzione che la fonte galeotta del Bronziero fosse stata unmanoscritto del vescovo Baldassarre Bonifacio, il quale, a parte l'inchiostro sbiadito ( ma diciò lo possiamo assolvere ) è chiarissimo riguardo a Gigio:
 
" ...Viget quoque memoria Gygis Arthemij Jancaroli Rhodigini, excellenti ingenio viri, etin comica poesi percelebris,
huius Joanniss Baptistae consanguinei
...Gygis Arthemijduae...personant in theatris comoediae...altera
Capraria
nuncupata...altera cui
Cingana
 nomen fecit...( Vivida è ancor la memoria Di Gigio Artemio Giancarli rodigino, uomod'eccellente ingegno e assai famoso nell'arte comica, consanguineo di questo GiovanBattista. Due commedie di Gigio echeggiano ancora nei teatri, una chiamata
Capraria
,l'altra cui pose nome di
Cingana
). (7)
 
Più chiaro di così...
 
Però, e qui sta il "busillis", un poco prima di menzionare Gigio, Baldassarre Bonifacio si erasoffermato su un altro membro illustre della famiglia Giancarli, l'assessore e giurisperitoGiovan Battista Giancarli, il quale "...post diutina studia bina iurisprudentia, binadiademata consecutus...
assessorium munus
audacter arripiens, perpetuo cursu per omnesReipublicae Venetae urbes summa cum integritate et sapientia Praetorius iudex assidit..."(Dopo lunghi studi, conseguì la dignità in ambedue i diritti, e, ottenendo brillantemente lacarica d'assessore, con una carriera ininterrotta, fu giudice pretorio, con somma integrità esapienza, per tutte le città della Repubblica Veneta).(8)Va da sé che l'indaffarato Bronziero aveva scorso molto "velociter" il manoscritto delvescovo Baldassarre, cadendo in una sequenza impressionante di equivoci.
 
Infatti, quella famosa data, 1551, che aveva fatto ammattire Stiefel, non ha senso alcuno seriferita a Gigio o alla sua opera, mentre l'acquista se rapportata a Giovan Battista Giancarli,il quale, nell' "Anno Domini" 1551, "...Annam filiam Vincentij Zeni patricij veneti secundis
 
nuptiis coniunxit...": in altre parole l'illustre legista s'era risposato proprio nel 1551 conAnna, figlia dell'altrettanto illustre patrizio veneto Vincenzo Zeno.
 
La data, chiarissima, la si può leggere sul margine sinistro del manoscritto, in relazionealle "secundis nuptiis"già citate (c. 86).
 
Se oggi possiamo spendere due parole sullo "status" sociale di Gigio, lo dobbiamo in granparte al non mai abbastanza lodato vescovo Baldassarre Bonifacio. Non dobbiamo peròcompiere l'errore di farci fuorviare dal fatto che il di lui consanguineo, a noi già noto,Giovan Battista, fosse uomo di elevata condizione sociale. Il nostro vescovo ci informainfatti che Giovan Battista aveva sudato le classiche sette camicie per farsi un po' di stradanel mondo. Era costui
 Antonii Mariae filium
, il quale Antonio vien classificato "interminutos cives", che è come dire di estrazione pressoché popolare. Tuttavia, il rampanteGiovan Battista, "fluctibus emergens", emergendo cioè da un'umile condizione, grazie aipropri studi riuscì a diventare un eminente cittadino. Ma forse la cosa gli riuscì più facileperché Giovan Battista seppe calibrare un paio di matrimoni che dovettero in qualchemodo facilitargli la carriera: uno con "Lauram..., viri perillustris filiam" (Laura, figlia di unuomo illustrissimo) (1547) e un altro (già menzionato) con "Annam...filiam Vincentii Zenipatricij veneti" (1551), ottenendo così, a detta di Baldassarre, anche la carica di"maleficiorum iudex": ossia, come spiega F.A. Bocchi, "assessore per le cause criminali,detto giudice al maleficio".(9) Proseguendo, l'informatissimo prelato aggiunge anchequalche altro particolare interessante: afferma cioè che se il nostro uomo emerse permeriti puramente personali ( "huius gratia meruit hic vir"), lo conosce però ancheconsanguineo di una illustre famiglia del patriziato veneto, detta "Zancarola" ("...et abillustri patriciaque veneta... familia Zancarola"), il cui "cognomen" era "Jancarolus oZancarolus, eo tantum discrimen", con questa sola differenza, a seconda, cioè, se nepronunciasse il nome secondo l'uso latino ("latine") o italiano ("italice").
 
Siamo andati un po' a verificare le asserzioni del vescovo, e abbiamo appurato infatti chela suddetta famiglia Zancarola era sì illustre per antichità, ma anche alquanto male inarnese sotto il profilo patrimoniale. I Zancarolo appartenevano ai cosiddetti "nobilipoveri", che a Venezia costituivano una vera pletora e che la Serenissima manteneva inqualche modo. Orbene, come dicevamo, lo Stato veneziano si faceva carico dei propri"nobili mendicanti" e, con nostra soddisfazione, abbiamo constatato che tra i " pleriquenobiles nostri pauperes" è menzionato un Giovanni Zancarolo.(10)
 
"...L'impero veneziano, scrive D.E.Queller, offriva molteplici occasioni di impiego per inobili poveri. Tra le altre, le castellanie e i posti di comando venivano utilizzati in tempodi pace per distribuire incarichi..." Una grazia dei 1311 concedeva la castellania di CastroNuovo di Creta a Giovanni Zancarolo, che, catturato nella guerra di Ferrara, avevatrascorso undici mesi in prigione...".(11)
 
Altri due
benemeriti
componenti la famiglia Zancarola vengono ricordati intorno al 1508nei diari del Sanudo, ma per ragioni un po' meno "patriottiche" di quelle concernenti illoro glorioso avo: in seguito, cioè, a un caso poco chiaro di brogli elettorali, in cui vennerocoinvolte anche alcune fra le più potenti famiglie del patriziato veneto.

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