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LA FATTURA A MORTE
Si chiamava Andrea Giovanna, era figlia di Gabriele ilcapomastro muratore del castello, ma nella lunga curva delborgo, per tutti era solo la Nanna di Lele.Quando il padre morì dopo una lunga malattia, restò sola almondo senza un soldo di dote, gli unici averi erano due capre eun piccolo campo. Andrea Giovanna, era giovane, bella,sapeva filare, ricamare, lavorava la terra a giornata come unuomo. La sera dopo tante ore di duro lavoro passate con lafalce in pugno, quando tornava a casa con un covone di spighesul capo, era ancora talmente bella che in molti sinascondevano dietro gli alberi per mangiarsela con gli occhi,ma tutto finiva lì, quegli uomini erano come cani che abbaianoalla luna. Al vespro la giovane, mentre il sole prima di spegnersioscillava nella brezza della sera, come tutte le ragazze damarito, andava con la brocca poggiata sull’anca, ad attingereacqua alla sorgente: la veste fresca di bucato, gli occhi lucenticome stelle, le labbra tenere e rosse, la brezza sui capelliondulati raccolti in una superba treccia, ma per lei alla fonte,
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non c’era uno straccio di cristiano che la corteggiasse, nessunocoglieva fiori nel suo giardino solitario, nessuno la chiedeva inmoglie. Colpa della sua poca terra al sole, terra arida checosteggiava la foresta di Montecchio, terra sterile e sassosa, afatica si ricopriva di un sottile manto d’erba appena sufficiente asfamare le capre, cola ragazza, senza nessuno che laproteggesse, pareva destinata a rimanere sola e zitella inperpetuo.Quell’anno non aveva mai piovuto, folate bollenti di sciroccobruciarono alberi e fratte, il prato era ammantato solo di cardispinosi.La giovane donna aveva preso la febbre. Un giorno mentrebadava le capre sotto lo scoppio del sole che le batteva apiombo sul capo, pensava con terrore alla carestia che si stavaavvicinando, indebolita dal male e dalla fame, piangendos’addormenta accanto a un muraglione in rovina dove unalbero di fico stendeva le sue radici tra le fenditure della roccia.Quando il tintinnio dei campanacci delle capre la risveglia sitrova circondata da un gruppo di fanciulle: alte, bellissime, con icapelli come seta lunghi fino a terra, le vesti di un biancoabbagliante. Erano le “selvatiche” sacerdotesse – maghe dei
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