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Kronstadt 63

Kronstadt 63

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ronstadt
63
periodico mensileNumero 63Mercoledì 16Novembre 2011ISSN 1972-9669
Ci sonoun italiano,un tedesco eun francese...
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A
ncora dieci anni fasembrava che l'Euro-pa, dopo aver rappre-sentato per mezzo secolo unapreziosa terra di conquistastrategica tra blocchi contrappo-sti, volesse tornare prepotente-mente alla ribalta. Del resto, sefosse unita, l'Unione Europeaoggi sarebbe la prima econo-mia al mondo, ed il terzo paesepiù popoloso dopo Cina edIndia. Una potenza globale atutti gli effetti in grado dicontrobilanciare il potere di Ci-na, India, Brasile e Stati Uniti,in un XXI secolo che vedrà, adetta di molti geopolitologi,una sfida tra poche grosse po-tenze per il controllo delleinfluenze continentali. Esaltatadai governi europei di fineanni '90, allora quasi tutti dicentro-sinistra o comunquefortemente europeisti, sembra-va dovesse diventare uno statofederale da un momentoall'altro; sono gli annidell'ingresso nell'euro, e dellastesura della Costituzione Euro-pea. In seguito, dovendosiconfrontare con un crescenteantieuropeismo (e la conse-guente bocciatura della costitu-zione) il percorso verso l'Unitàsi arrestò, e i governi, che era-no cambiati ed erano oraespressione sopratutto deipartiti di destra, accettarono ilcompromesso di un'Europaunita nella politica monetaria,anche se divisa su quella fisca-le.
L
a violenza stastringendo il mondo, inogni sua declinazione:quella annichilente della natu-ra, ad esempio – certo, proba- bilmente aiutata dainon-interventi umani – che,nell’arco di pochi giorni, hacolpito il nostro Paese, maanche aree distanti come Bogo-tà e Bangkok, mettendo in se-rie difficoltà migliaia dipersone.C’è poi la violenza arraffonadei mass media, che fanno agara a chi propina al pubblicol’immagine più scioccante esplatter: basti pensare alle fotoe ai video degli ultimi istantidi vita di Gheddafi nelle manidei ribelli, immagini che vo-lentieri ci saremmo ri-sparmiati di vedere ma chepuntualmente, per giorni, ci sisono parate davanti, sbucandoda ogni dove. Ancora, la violenza deterrentedei potenti. Un esempio ènella nostra Pavia: la denunciadi 57 studenti e lavoratori, perl’occupazione dell’ex Mondino,costruzione in stato diabbandono che questi depreca- bili criminali volevano tra-sformare in spazio di mutuosoccorso, proponendo soluzio-ni a problematiche come ladifficoltà di accesso cultura ola mancanza di servizi base co-me cibo e alloggio a prezzirealmente abbordabili. A lorova la nostra solidarietà davantia questo misero tentativo di re-primere il dissenso e uccidereil pensiero critico.C’è poi una forma di violenzasubdola perché difficile da clas-sificare come tale: quella subi-ta dal lavoratore precario che,a quarant’anni, perde il postodi lavoro senza poter essere as-sunto altrove, in quanto“troppo vecchio”, o la cre-scente aziendalizzazione discuole ed università, a dannodi studenti, impiegati e, so-prattutto, del pensiero critico elibero. Nessuno si fa male, manon tutti riescono a sopportarecon pazienza aspettando chele cose cambino da sole, edecco che la reazione ad un so-pruso subìto diventa scontro fi-sico, talvolta caotico.Reagire al continuo bersaglia-mento di ingiustizie sociali e,dunque, violenze, non è co-munque cosa semplice, anzi,talvolta è più naturale au-toimmunizzarsi e chiudersi, re-stando fermi. Stiamo attenti anon cascarci..
 Emme
 Violent
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L
o scorso 15 ottobre ilmondo intero si è mobili-tato e l’evento è statotalmente ampio che i dati sullapartecipazione differisconomolto fra loro: tra le 400 e le900 città coinvolte, in un nume-ro di Paesi che varia da 45 a 70.Numeri, in ogni caso, impressio-nanti.Anche l’Italia ha visto leproprie manifestazioni, la piùgrande a Roma, la quale si èdistinta da tutte le altre a causadei violenti scontri che sonoavvenuti tra parte dei manife-stanti e forze dell’ordine.Alcunistudenti pavesi, quel giorno, era-no a Roma e sono riusciti araggiungere piazza San Gio-vanni, centro del conflitto. Unodi loro ci illustrato la propria opi-nione riguardo ai fatti accaduti..
Quali motivi ti hannoindotto a partecipare alla ma-nifestazione di Roma il 15ottobre? Quali ragioni e ideeti hanno spinto a mobilitarti?
 All'interno dell'assemblea “Stu-dent* in crisi”, di cui faccioparte, c'è stata una discussioneintensa e proficua in vista dellamanifestazione del 15 ottobre.La giornata mondiale di mobilita-zione è stata indetta dall'hubmeeting internazionale svoltosia Barcellona a metà settembre,cui abbiamo partecipato insie-me alle acampadas degli indi-gnados spagnoli e alle retistudentesche europee. Il rifiutodelle politiche di austerità e larivendicazione di democrazia di-retta sono state due tra le ca-ratteristiche più qualificantiespresse dal movimento spagno-lo della scorsa primavera ehanno costituto la base per illancio del corteo mondiale del15 ottobre. Anche noi intendia-mo contrastare le politiche chegoverni e banche centralistanno applicando in tutta Euro-pa per fare fronte alla crisi. Ta-gli al welfare, compressione deidiritti, ulteriore precarizzazionedei rapporti lavorativi sono la ri-cetta formulata fino a qui. Evi-dentemente, si vogliono salvarele banche che hanno generatola crisi, non le persone che subi-scono gli effetti della crisi. Intutto il mondo è però iniziato,dal basso, un processo di attiva-zione, di partecipazione, di pre-sa di parola in prima persona,che si scontra con le politichecalate dall'alto dai governi diogni colore politico. Noi abbia-mo voluto costruire questo mo-vimento, farne parte, rifiutandola rappresentanza politica, il de- bito e l'austerità.
I popoli, i burocrati ed ilfuturo dell'Europa Unita
Intervista
uno studente a Roma il 15/10
di Luca Martelengoa cura di Luca Martelengo
continua a pagina cinquecontinua a pagina sei
 
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periodico mensileNumero 63Mercoledì 16Novembre 2011
esteri
 La libertà è una scommessa: la giochi ogni giorno e il piatto è la tua vita.
I
l re Abdullah al Saud hadato il proprio benestare:dalle prossime elezioni, pre-viste per il 2015, in Arabia Saudi-ta, le donne potranno far partedel Consiglio della Shura (orga-no di consultazione senza alcunpotere legislativo) e avranno pie-no diritto di voto. La decisionedel monarca è stata resa ufficia-le lo scorso settembre e ha susci-tato reazioni positive da partedell’Occidente e dell’ONU –Ban Ki-moon ha parlatodell’avvenimento come di “unpasso importante per la presa dicoscienza, da parte delle donnedell'Arabia Saudita, dei loro di-ritti civili e politici”.Non che le donne non fosseromai state parte della vita politi-ca, prima d’ora: oltre al Consi-glio della Shura esiste infatti unConsiglio Nazionale dei Ministri(il re, ovviamente, è il Primo Mi-nistro) e, in un articolo del 14febbraio 2009, il Corriere dellaSera ha parlato della “Primadonna al governo”, Noura alFayez, nominata viceministrodell’Educazione Femminiledallo stesso al Saud. Stretto fragli avvenimenti della Primavera Araba, le pressioni degli StatiUniti per una democratizzazio-ne dell’area Medio Orientale ele recenti rivendicazioni degliintellettuali sauditi di unamaggiore possibilità di partecipa-re alla vita politica del Paese, ilre ha probabilmente optato peruna soluzione appariscente laquale, però, sa molto dispecchietto per le allodole.Com’è abitudine al tempo delweb 2.0, Twitter è stato uno deiprincipali mezzi tramite cui so-no stati diffusi notizie e statid’animo della gente comune. Ahmed (blogger saudita) hascritto “Il Consiglio è tuttora ba-sato su nomina, e le elezioni mu-nicipali non hanno peso, ma lapartecipazione femminile restaun importante passo avanti.”Lou-kay (anch’egli saudita) è diumore un po’ diverso: “Non rie-sco proprio a gioire per un di-ritto rubato e poi restituito sottoforma di dono…”Zeinobia (blogger dall’Egitto),infine, si è posta una domandaimportante: ”Congratulazionialle donne saudite per il dirittodi voto. Ma chi le porterà alleurne?”Già, perché le donne, fraqualche anno, ufficialmente po-tranno votare, ma non basteràcerto questo a migliorare lacondizione femminile. Un pro-verbio saudita recita: “Una ra-gazza non possiede altro che ilsuo velo e la sua tomba”. Unadonna deve chiedere il permes-so ad un uomo di famiglia peruscire di casa, andare in bici-cletta o guidare un’auto (ri-cordate le proteste delle donneche, nel mese di giugno, si sonomesse in macchina da sole ehanno documentato il tutto suYoutube, alla faccia dei ma-schi?), lavorare o beneficiare diuna prestazione medica.Saranno le donne, e solo loro, adecidere se cambiare o meno laloro condizione nel Paese.
 Emme
 Aria nuova a Riyad. O no?
N
oi, reti e persone chehanno partecipato alMeeting 15SHub, riunio-ne svoltasi a Barcellona tra il 15e il 18 settembre, dichiariamoche:- Rifiutiamo il concetto di austeri-tà come chiave per affrontarel’attuale crisi e risolverla, inquanto tale approccio presuppo-ne una gestione autoritaria eantidemocratica dei beni comu-ni.- Denunciamo gli effetti dellepolitiche di austerità che si tradu-cono in un aumento della dise-guaglianza e in un attaccofrontale ai fondamenti del welfa-re e dei diritti conquistati inanni di dure lotte sociali dei mo-vimenti.- Sottolineamo come, allo stessotempo, queste politiche di auste-rità favoriscano interessi econo-mico-finanziari privati, queglistessi interessi che sono alla ba-se del modello di sviluppo checi ha condotto all’attuale crisi.Quella che stiamo osservandonon è solo una crisi economica,ma anche e soprattutto una cri-si politica. E’ l’apice del proces-so di disgregazione del pattosociale europeo e rivela impieto-samente l’assoluta incapacitàdell’attuale sistema politico di ge-stire decentemente il bene comu-ne. A fronte della condizione di pre-carietà materiale ed esistenzialesempre più diffusa, reclamiamoun processo di democratizzazio-ne radicale della gestione econo-mica e politica in Europa, checonsenta la costruzione di unnuovo modello di welfare chepoggi su due pilastri: l’introduzio-ne di un reddito di esistenza,incondizionato, e l’accessoeffettivo e libero ai diritti e ai be-ni comuni (sanità, istruzione, ca-sa, ambiente, conoscenza).Per conseguire questi obiettivi,è essenziale un nuovo modellodi politica fiscale europea e unnuovo approccio alla questionedel debito. Condizione necessa-ria ma non sufficiente perchéciò possa realizzarsi è l’introdu-zione di un nuovo insieme di di-ritti sociali, tra i quali èprioritario il diritto al fallimentoper gli individui.Salviamo le persone, non le banche.Consideriamo inoltre essenzialegarantire l’accesso libero alle re-ti di comunicazione e la neutrali-tà di queste stesse reti, allaconoscenza e all’istruzione e ciopponiamo a qualsiasi processodi privatizzazione e mercificazio-ne del sapere.In un quadro in cui precarizza-zione e disoccupazione continua-no a crescere incontrollate, lacondizione migrante èl’esempio più eclatante delladistruzione dei diritti del lavo-ratore e dello svilimento dellecondizioni di lavoro.Consideriamo ciò che sta acca-dendo nel campo lavoro mi-grante uno scelleratolaboratorio di quel che siintende applicare a tutta la clas-se lavoratrice in un futuro prossi-mo. Rivendichiamo con forza eurgenza la necessità di svincola-re la fruizione da parte dei mi-granti dei diritti sociali, politicie di cittadinanza dal contratto dilavoro. Al tempo stesso, ritenia-mo che l’accesso a tali dirittidebba essere garantito anche i fa-miliari dei migranti che lavora-no in Europa.Siamo tutti migranti, nessun es-sere umano può essere illegale
!
Dobbiamo trasformare gli attua-li modelli di democrazia eriappropriarci della politica, conla partecipazione diretta a tuttigli aspetti della vita sociale, poli-tica ed economica. L’attuale mo-dello di democraziarappresentativa è evidente-mente superato.Non c’è nessuno che ci rappre-senti
!
Per tutti questi motivi, convo-chiamo la cittadinanzaper ilprossimo 15 Ottobre affinchépossa esprimere con forza il ri-fiuto di questa strategia di usci-ta dalla crisi e rivendicare unademocrazia che sia reale.Non abbiamo più nulla da perde-re e tutto da guadagnare
!
 Partecipanti del 15S Hub Meeting – Barcelona:
 ALTER-EU,ACAMPADABCN, ACAMPADA-SOL, ATTAC, BARTLEBY BOLOGNA,COLLETIVO UNIVERSITARIO AUTONO- MO TURIN, DEMOCRACIA REAL YA
 , EDU-FACTORY, INTERNATIONAL STU- DENT MOVEMENT, JUVENTUD SIN FUTU- RO, KNOWLEDGE LIBERATION FRONT, RETE DELLA CONOSCENZA, SOCIALCENTER ROG, STATI GENERALI DELLA PRECARIETÀ, STUDENT*INCRISI, TAKETHE SQUARE, UNIVERSIDAD NÓMADA, X.NET, ATENEU CANDELA, LA CASA INVISIBLE, IWW (Nevidni delavci sveta)
Dichiarazione dell’hub meeting 15s barcelona
Z
uccotti Park, a Ma-nhattan, dallo scorso 17settembre è occupato da-gli esponenti del movimentoOccupy Wall Street, che protesta-no contro le disuguaglianze eco-nomico-sociali, la corruzionedelle classi governanti e i gi-ganti della finanza. Ad oggi èun piccolo paradiso in cui adettare le regole sono le stessepersone accampate giorno enotte nel parco. Il sindaco diNew York Bloomberg, natu-ralmente, sta cercando di dele-gittimare in ogni modo laprotesta, usando perfino le la-mentele sporte dai vicini a cau-sa del troppo rumore. Eppurel’organizzazione dei manife-stanti affinché tutto, all’internodel parco, funzioni al meglio, ècapillare. Alcuni esempi: esisteun gruppo chiamato “Sani-tation” che, organizzando il lavo-ro in turni (alcuni svolgono leproprie mansioni di notte) ripuli-sce il parco, cercano di mante-nerlo nella massima igienepossibile e riciclando quanto vie-ne buttato, per ridurre al mini-mo gli sprechi. E’ statainaugurata, poi, una tenda chia-mata “Safe House”, una sorta di“spazio rosa” aperto in seguito amolestie subite dalle donne cheoccupano il parco. Negli ultimigiorni sono anche stateinstallate delle toilette, appenafuori dal parco, con enormesollievo da parte sia degli occu-panti che degli abitanti della zo-na.L’unico problema, ora, èl’inverno che avanza.Bloomberg spera nella stagionefredda per disfarsi pian pianodei manifestanti, ma questi so-no determinati a restare e porta-re avanti la loro protesta.Occupy everything
!
 Emme
Occupy Wall Street: due mesi di utopia?
 
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periodico mensileNumero 63Mercoledì 16Novembre 2011
carceri
 Liberalizzando la schiavitù, Italia 2011
U
na delle ultime vittimedella pena di morte ne-gli Stati Uniti è Troy Da-vis, afroamericano 42ennecondannato per aver ucciso nel1989 un poliziotto bianco. Alloraaveva 19 anni, quando in unparcheggio di un ristorante a Sa-vannah, Georgia, scoppia una li-te nella quale perde la vitaMark MacPhail, agente di Poli-zia che arrotonda lo stipendio la-vorando da vigilante proprio inquel locale. E' allora che inizial'Odissea giudiziaria che lo haportato alla morte il 23settembre di quest'anno, alleore 23.08, dopo giorni e ore dispasmodica attesa.Dieci anni fa, nel 1991, una giu-ria composta da 7 neri e 5 bianchi lo aveva condannatoalla pena capitale. Forse i proces-si alle streghe durante l'Inquisi-zione ebbero più prove rispettoa quello che subì Troy. Inanzi-tutto è stato dimostrato che quelgiorno non aveva con sè la suapistola, non sono presentitracce genetiche a lui riconduci- bili sul corpo della vittima e infi-ne sette dei nove testimoni chelo accusavano hanno ritrattatole accuse. Tre punti che in unostato democratico avrebberoportato all'assoluzione dell'impu-tato. Evidentemente non si puòparlare di democrazia in riferi-mento agli USA. Non a caso tra ipaesi nei quali è in vigore la pe-na capitale, spiccano per nume-ro di sentenze Cina, Iran e,stranamente, Stati Uniti. Ma co-me? Se in Cina e Iran la pena dimorte può essere "giustificata"dalla presenza di un regimedittatoriale, gli Stati Uniti chescusa hanno?Nel contesto statunitense la pe-na di morte riassume le tre piùpronfonde ferite della società: ilrazzismo, la prassi di infieriresulle classi medio-basse e l'incli-nazione a risolvere i problemicon la violenza.In tutto lo stato secondo fonti go-vernative il 50 % dei crimini ècommesso da neri, ma nono-stante essi siano il 13 % della po-polazione nazionale,costituiscono il 40 % deicondannati a morte.Non è un caso se dal 1973 adoggi negli Usa siano state emes-se 7.254 condanne a morte: diqueste solo 962 sono state esegui-te, mentre 119 detenuti sonostati rilasciati perché innocentiquando erano ormai da anni nei bracci della morte. La maggiorparte dei condannati è infatti incondizioni di povertà o è co-munque impossibilitata a soste-nere le spese processuali.L'innocenza nei bracci dellamorte va a scontrarsi con i pro- blemi economici dell'imputato eil risultato sono i dati allarmantisulla percentuale degli inno-centi tra i condannati e lo stessocaso di Troy DavisInfine osservando nella suacomplessità il fenomeno dellapena di morte, non è trascurabi-le il percorso che porta ilcondannato fino al boia: spessopassano anni, anche decenni,prima dell'esecuzione. Un conti-nuo rimandare e ritrattare i pro-cessi, che lascia costante quellaluce di speranza, annichilita poiin pochi minuti con l'esecuzio-ne.E' un percorso disumano, al li-mite della bestialità. In un pae-se che si autodefiniscedemocratico, che è addiritturaindicato come paese della li- bertà e che tanto si prodiga aesportare la democrazia esisto-no forme di annientamentodella dignità umana. Non è unprecetto morale o la tesi diqualche abolizionista, è un datodi fatto.Nel novembre 2006 uncondannato è morto dopo circa40 minuti (invece dei 7 previsti)tra atroci sofferenze; questo hasollevato ulteriori dubbi eperplessità sull'uso della penacapitale al punto che due statihanno sospeso temporanea-mente la pena di morte in atte-sa di una decisione definitiva.Nel maggio 2007 l'esecuzionenello Stato americano dell’Ohiodi Christopher Newton è durataoltre due ore. Il boia non è riu-scito a trovare la vena per le ca-ratteristiche del corpo delcondannato (molto obeso) ed hanecessitato di oltre 10 tentativi. Al condannato, nel frattempo,era stata anche concessa unapausa per andare al bagno.Se questo è un uomo...
 Matteo Piras
“La responsabilità penale è perso-nale. L'imputato non è considerato colpe-vole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere intrattamenti contrari al senso diumanità e devono tendere alla rie-ducazione del condannato.Non è ammessa la pena di morte”.
Questo è quanto afferma l’artico-lo 27 della nostra Costituzione eil mio dubbio, che penso sporgaspontaneo, è: quanto sono di aiu-to, al giorno d’oggi, le carceriper la rieducazione dei detenuti?Dagli ultimi aggiornamentisulle condizioni “architettoni-che” delle carceri non c’è moltasperanza che l’articolo della Co-stituzione venga rispettato. Anzi.Gli ultimi dati infatti affermanoche una buona percentualedelle carceri italiane andrebbechiusa e che le struttureall’interno di esse sono al limitedella sopravvivenza. Alcuniesempi: le celle dove in teoria sa-rebbero ammessi circa due/tredetenuti, in questo momento nehanno sei, che cercano in ognimodo possibile di sfruttare ilpiccolo spazio a loro disposizio-ne. In che modo? Utilizzandoanche lo stesso bagno come la-vandino o come piccoladispensa.Le aree comuni, se esistono, so-no inagibili o comunque mal te-nute.Le ore di accensione dei termosi-foni? In alcune carceri si arrivaaddirittura a una sola ora di calo-re a causa degli scarsi fondi adisposizione. E specialmenteora, dove la stagione invernaleè alle porte, mi chiedo come sipossa “vivere” in una condizio-ne del genere.Nelle docce, al limite della puli-zia, la muffa regna sovrana.I luoghi degli incontri con iparenti degradante e vergogno-so e prive di un qualche soste-gno psicologico.Questi sono alcuni esempi tra ipiù significativi, ma non gli uni-ci, per descrivere le condizionivergognose delle carceri italiane.Perché se, come testimonia il fa-migerato articolo costituzionale,le carceri hanno il compito di rie-ducare il detenuto, ciò comepuò avvenire? In che modo, segli stessi luoghi in cui vive un de-tenuto sono al limite dell’umani-tario? E in che modo anche alivello psicologico è sopportabi-le vivere in tali condizioni?Per cui una domanda sporgespontanea. Se le carceri hannoil fine di rieducare il detenuto,in una condizione tanto degra-dante, come può avvenire?Inoltre, e questa più che do-manda è una critica, in che mo-do attivo vengono rieducati?Una volta scontata la propria pe-na i detenuti sono in grado diinteragire con la società che licirconda?Per questo ultimo punto un se-gnale positivo, a mio parere,l’ha dato il carcere di Genova do-ve, con l’iniziativa “metti unorto nel carcere”, la direttriceha deciso di organizzare un ortoche dovrà essere curato daglistessi detenuti in modo ancheda insegnare loro un mestiere.Ma ahimè, anche questa iniziati-va non nasce dalle stesse istitu-zioni, le quali dovrebberoproteggere le persone so-cialmente a rischio di esclusio-ne dalla stessa, ma essa è ilfrutto di una passione di duepersone, che hanno deciso diunire le proprie forze e risorseper aiutare i più deboli.Perché a volte ci dobbiamo ri-cordare che anche i detenuti so-no persone, hanno commessoun reato è vero, ma non per que-sto devono vivere in questecondizioni...
 Francesca Rivetti
Occhio per occhio e diventeremo tutti ciechi
Le nostre prigioni

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