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Il Libro Nero dell'Alta Velocità-cap7

Il Libro Nero dell'Alta Velocità-cap7

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LA TANGENTOPOLI DELLO STATOPOST-KEYNESIANO
 Dai ladri ai mariuoli del modello Tav
Èstato pubblicato nel febbraio del 1950. L’autrice era mortasette anni prima e si chiamava Simone Weil. Il titolo non potevaessere più esplicito: “Manifesto per la soppressione dei partiti politici”.
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Uno dei maggiori intellettuali del ventesimo secolo,André Breton, così ne commentava il contenuto: «Contro l’eser-cizio della servilità e le forme aggressive a cui essa dà origine,è giunta l’ora che si contino coloro che stimano, con SimonWeil, che la soppressione dei partiti costituirebbe un bene quasiallo stato puro. Inutile dire che questa soppressione (è il motivo per cui preferisco l’espressione messa al bando) non potrà, penauno snaturamento assoluto, risultare da un atto di forza: non puòche concepirsi al termine di un’impresa, abbastanza lunga, didisincanto collettivo».Simone Weil sosteneva la tesi che i partiti sono struttural-mente ladri di verità e di giustizia. Il suo ragionamento avevatratti di nobiltà e aveva poco a che fare con le miserie della cro-naca quotidiana dei partiti di oggi. La sua riflessione era dedi-cata prevalentemente al meccanismo di oppressione spiritualee mentale che il partito esercita sull’individuo. La portava peròa trarre conclusioni che andavano ben oltre la dimensione del-l’individuo ed a proporre una visione dei beni collettivi straor-dinariamente profetica: «I partiti sono un meravigliosomeccanismo in virtù del quale, in tutta l’estensione di un Paese,non uno spirito dedica la sua attenzione allo sforzo di discer-nere, negli affari pubblici, il bene, la giustizia, la verità. Ne ri-
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Simon Weil,
Manifesto per la soppressione dei partiti politici
, CastelvecchiEditore, 2008.
 
lo strumento, indefinito, che l’articolo 49 della Costituzionemette a disposizione dei cittadini “per concorrere con metododemocratico a determinare la politica nazionale”.Un profeta disarmato, dal suo stesso partito, già trenta annifa aveva lucidamente descritto questo furto: «I partiti di oggisono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mi-stificata conoscenza della vita e dei problemi della società edella gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimentie passione civile, zero».Il profeta era Enrico Berlinguer, che ci consegnò una nitidafotografia dei ladri in una celebre intervista rilasciata il 28 lu-glio 1981 ad Eugenio Scalfari. Il tema trattato in quell’intervi-sta fu archiviato come la “questione morale”. Ripescata di tantoin tanto è stata progressivamente distorta e semplicisticamenteassociata al tema della corruzione. Ma quella posta e lucida-mente decritta in quella intervista era una questione ben piùimportante: «I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue isti-tuzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali,gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli isti-tuti culturali, gli ospedali, le università, la Rai Tv, alcuni grandigiornali (...). Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vor-rebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte leoperazioni che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigentisono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente infunzione dell’interesse del partito o della corrente e del clancui si deve la carica.» Questa è l’occupazione che oggi pos-siamo concretamente misurare. Quella posta era più propria-mente la “questione democratica”, che il modello TAV oggi ciripropone in termini ben più gravi di quelli che potevano essereletti trenta anni fa.Le vicende che la cronaca quotidiana oggi ci racconta, la casao la banca del politico di turno, la escort o i lavori per il boiardodi Stato, ci parla non più di ladri ma di semplici marioli che po- polano partiti di plastica intenti ad occupare strutture e società pubbliche, lucrando favori o anche solo semplici privilegi. I par-
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sulta che – eccezione fatta per un piccolo numero di coinci-denze fortuite – vengono decise e intraprese soltanto misurecontrarie al bene pubblico, alla giustizia e alla verità. Se si af-fidasse al diavolo l’organizzazione della vita pubblica, non sa- prebbe immaginare nulla di più ingegnoso. Se la realtà è stataun po’ meno cupa, questo è accaduto perché i partiti non ave-vano ancora divorato ogni cosa. Ma è stata realmente un po’meno cupa? Non era cupa esattamente quanto il quadro qui de-lineato? La Storia non l’ha mostrato?».Certo, i partiti non sono stati solo questo; in alcuni casi sonostati anche meccanismi straordinari di acculturazione o di li- berazione ma, sui tempi lunghi della storia, Simone Weil forseaveva ragione. Oggi comunque possiamo dirlo: i partiti sonodiventati meccanismi di occupazione delle istituzioni e dellesocietà pubbliche, nelle quali divorano risorse e beni pubblici.Sono loro i ladri di tutto, ad Alta velocità di nome e di fatto nelcaso qui descritto, perché proprio questa Grande Opera è larappresentazione più calzante dei modi e degli strumenti con iquali le oligarchie dei partiti di oggi, con le loro corti di pro-duttori postfordisti e di boiardi postkeynesiani, ci rubano tutto.Ci hanno rubato anche la storia vera di questa costosissimainfrastruttura, seppellendo la bugia clamorosa che era alla basedella sua architettura finanziaria, insieme alle colpe di chi l’hadefinita, gestita, coperta o ignorata per molti anni. La bugia però si è diffusa insieme all’architettura che la occultava conla locuzione magica del project financing, diventando un mo-dello, il “modello TAV”, replicato con una progressione geo-metrica. L’eredità della bugia seppellita è nota e già pesa nellecasse pubbliche. Solo il tempo ci dirà quando le casse pubbli-che non potranno più sopportare il peso delle eredità delle mi-gliaia di bugie nascoste nei modelli replicati.I ladri ad Alta velocità non commettono reati, non sono per-seguibili per i furti che quotidianamente ci sottraggono ingentirisorse pubbliche ma anche verità, informazione, democrazia.Ci hanno rubato anche la politica, ci hanno scippato i partiti,
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autonomo, o atipico, o interinale, o in grigio, o in nero.Un tratto fondamentale dei moderni modelli di organizzazionedell’impresa è l’enorme distanza che si frappone fra il capitaleed il lavoro vivo nelle forme declinate durante l’era del capita-lismo regolato e condizionato dalla divisione in blocchi primadel crollo del muro di Berlino. Ma questa distanza è resa possi- bile soprattutto da un altro carattere fondamentale di questo pro-cesso di scomposizione: la “fuga dalle regole”. È la legalità,storicamente determinata da quel modello (nei contratti collettividi lavoro) e dal welfare (nelle leggi e strutture di sostegno) che proprio quel modello consentiva ed alimentava, che viene pro-gressivamente demolita, prima con prassi atipiche, poi connuove norme che le legalizzano. È la straordinaria frantumazionedell’impresa fondata sul lavoro dipendente a tempo indetermi-nato, sul quale si fondava la raccolta di risorse certe e controlla- bili, che ha contribuito a determinare la crisi dello Stato sociale,ridimensionando le risorse garantite dal salario indiretto.Anche nelle cosiddette politiche neoliberiste, i cambiamentisono caratterizzati dalla “fuga dalle regole” che si erano stori-camente determinate con le politiche keynesiane strettamenteconnesse con il capitalismo fordista. Pure in questo caso la le-galità, storicamente data, viene progressivamente demolita con prassi atipiche e norme che ne conseguono per la loro legaliz-zazione. Il tradizionale appalto pubblico, ad esempio, viene progressivamente soppiantato da altri istituti contrattuali ati- pici, quali il project-financing o il general-contractor, utilizzatie sperimentati per realizzare grandi opere, e poi replicati e dif-fusi a livello locale per la realizzazione o la gestione di opereo servizi pubblici tout court.Alla possibilità offerta alle grandi imprese di acquisire sulmercato domestico commesse senza competizione, che aveva,con Tangentopoli, già prodotto un totale disinteresse verso l’in-novazione tecnologica e l’investimento in ricerca e sviluppo,si aggiunge lo svuotamento, la parcellizzazione, la frantuma-zione e la dispersione dei saperi. L’ormai evidente trasforma-
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titi modello TAV sono diventati strutture private, gestite da pri-vati, a tutela dell’interesso privato, popolate da occupanti ed oc-cupati disseminati nelle strutture pubbliche e parapubbliche.La questione democratica risiede soprattutto nella catturadelle istituzioni e delle risorse pubbliche da parte di una parti-tocrazia veicolata da partiti virtuali, senza alcun vincolo nor-mativo. Anche questo era stato detto: «La loro stessa strutturaorganizzativa si è ormai conformata su questo modello, e nonsono più organizzatori del popolo, formazioni che promuovonola maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazionidi correnti, di camarille, ciascuna con un boss e dei sotto-boss.La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e luoghi». Laquestione morale è la tangentopoli senza tangenti, è il furto le-galizzato dei beni pubblici, è il modello TAV.
 La Tangentopoli postfordista e postkeynesiana
Alla diffusione del modello TAV non sono estranei i processidi ristrutturazione che hanno investito gli apparati produttivinell’era della cosiddetta globalizzazione. La rappresentazione più efficace che ne è stata fornita è la trasformazione dellastruttura “piramidale” della impresa fordista in una organizza-zione che assomiglia sempre di più ad una enorme “ragnatela”di attività e cicli di lavorazione dispersi nello spazio e legatifra di loro da una miriade di appalti e subappalti.La grande impresa fordista, gerarchica e rigida, implosiva eradicata nel territorio, è diventata una grande impresa “vir-tuale”, piatta e flessibile, dispersa e senza radici, un’enormeragnatela composta da tante ragnatele sempre più piccole. Alvertice c’è il ragno più grande, che sceglie di volta in volta iragni ai quali appaltare lavori e servizi, i quali a loro volta sonolasciati liberi di subappaltare le stesse attività a ragni sempre più piccoli, e così via fino al singolo artigiano, o al lavoratore
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