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Murakami su D di 'La Repubblica'

Murakami su D di 'La Repubblica'

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12/05/2011

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D
87
COME SONO  DIVENTATO 
 Haruki  Murakami 
SCRITTORICULT/1
«Ho rischiatoe sonosopravvissuto».I genitorilo volevanoimpiegato allaMitsubishi.Lui si è sposatogiovanissimo,ha apertoun bar jazze si è messoa scrivere.Ora, in occasionedel suo nuovoromanzo
1Q84
,si racconta
di Emma BrockesFoto di Marco Garcia
 
D
883 DICEMBRE 2011
I
l nuovo romanzo di HarukiMurakami,
1Q84 
, è lungo mil-le pagine e diviso in tre volumie due tomi (il primo, con i libri1 e 2, appena pubblicato initaliano da Einaudi). All'autoresono occorsi tre anni per scri-verlo, e durante un volo di 11ore da New York a Honolulu èpossibile leggerne quasi metà.Quando glielo comunico, Murakamisembra avvilito - il rapporto tra tempodi stesura e tempo di lettura non èmai troppo confortante, per uno scrit-tore. Nulla però mette alla prova lacapacità che ha un romanzo di ap-passionare come leggerlo stipati infondo alla classe turistica di un volotransoceanico strapieno.Ci troviamo nella suite presidenzialedell’Hyatt di Waikiki, con vista su unaspiaggia da cartolina incorniciata dal-le montagne. Murakami, che a 63anni sembra ancora uno skater ado-lescente, si divide tra la sua casa alleHawaii, quella in Giappone e un terzoluogo che lui chiama semplicemente«laggiù». È dove ogni mattina scom-pare quando scrive i suoi romanzi, unposto popolato da personaggi comequelli che hanno definito lo stile diMurakami: enigmatici, impassibili,pieni di grandi emozioni schiacciatedalla repressione e tratteggiati con undistacco che, cosa insolita per unoscrittore da milioni di copie, hannofatto di lui una figura di culto. Primadi partire per le Hawaii, un amico miconfessava che il suo entusiasmo perMurakami deriva in parte dal deside-rio di essere il genere di persona acui Murakami piace.
«Non mi considero un artista», ripe-te più volte lo scrittore durante ilnostro incontro. «Sono solo uno chesa scrivere, questo sì».
Tanto prag-matico distacco gli deriva dai suoi tra-scorsi, lontani anni luce da quelli deltopo di biblioteca (a vent’anni gestivaun locale jazz), cosa che vale ancheper la sua tabella di marcia da uomod’acciaio. Come recentemente haraccontato nell’autobiografico
L’arte di correre 
, Murakami si sveglia quasitutte le mattine alle 4, scrive fino amezzogiorno, passa il pomeriggio adallenarsi per le maratone e a rovistarenei negozi di dischi usati, per poi an-dare a letto, insieme alla moglie, alle9 di sera. Come regime, è famosoquasi quanto i suoi romanzi, e nelsuo rigore un po’ fanatico ha tuttal’aria di voler correggere il casino chesono stati i suoi vent’anni. Ma è an-che il genere di disciplina necessarioper sfornare mille complesse paginein tre anni. Per Murakami, che ha lacorporatura di un torello, è tutta que-stione di forza. «È una cosa fisica. Seper tre anni continui a scrivere ognigiorno, devi essere forte. Anche men-talmente, certo. Ma innanzitutto fisi-camente. È molto importante. Sia il fi-sico che la mente devono essere for-ti».
La sua abitudine alla ripetizione,che si tratti di un tic stilistico o diun effetto collaterale della traduzio-ne dal giapponese, ha come effettoquello di far sembrare ogni cosa chedice infinitamente profonda.
Hascritto dell’importanza della corsa co-me metafora. Di come il fatto di por-tare a compimento ogni giorno unacerta azione stabilisca unasorta di esempio karmicoper la scrittura. «Esatto»,dice, «Mmmmm». Emetteun lungo suono meditati-vo. «La forza mi serve peraprire la porta». Mima ilgesto. «Ogni giorno vadonel mio studio, mi siedoalla scrivania e accendo ilcomputer. A quel puntodevo aprire la porta. È unaporta grande, pesante.Devi entrare nell’AltraStanza. Metaforicamente,è ovvio. E poi devi tornareda questa parte. Per cui èletteralmente di forza fisi-ca che hai bisogno, peraprire e chiudere la porta.Se io perdo questa forza,non posso più scrivere unaltro romanzo. Posso scri-vere qualche racconto,ma non un romanzo».Compiere quelle azioniogni mattina ha per casoa che fare con il supera-mento di una qualchepaura? «È solo routine»,risponde lui con una so-nora risata. «È un po’ no-ioso. È routine. Ma la rou-tine è molto importante».Perché dentro di noi c’è ilcaos? «Sì. Io entro nel miosubconscio. Devo entrarein quel caos. Ma l’atto dientrare e uscire è una specie di routi-ne. Bisogna essere pratici. Quando iodico “se vuoi scrivere un romanzo,devi essere pratico”, la gente si anno-ia. Rimane delusa». Ride di nuovo.«Si aspettano che dica qualcosa dipiù dinamico, creativo, artistico. Maquello che voglio dire io è: bisognaessere pratici».Una persona che si alza così presto èquasi come se vivesse una doppia vi-ta. Un tema ricorrente, in Murakami,quello della vita divisa in due, o dalmutamento radicale delle circostanzeo dal divario tra esistenza esteriore einteriore di una personalità scissa. Ilsuo nuovo romanzo si apre in modopiuttosto realistico, con l’eroina Ao-mame – in giapponese vuol dire «Fa-gioli verdi» - bloccata su un taxi neltraffico di una tangenziale sopraele-vata di Tokyo.
È il 1984, un piccolo omaggio a Ge-orge Orwell. Per nonfare tardi, Aomamescende dal taxi eprende una scala dimanutenzione di-smessa che porta allivello del suolo
, ritro-vandosi così in unmondo parallelo chefinirà per chiamare
1Q84 
. Come gran par-te dei romanzi di Mu-rakami, anche questounisce una narrazioneavvincente e realisticacon elementi di sur-reale follia – orologiche levitano, cani cheesplodono, un’entitàchiamata «i Little Peo-ple» che affiora dallabocca di una capramorta – fatte appostaper spiazzare il lettoree instillargli il dubbioche non esista un sen-so, dubbio che lo scrit-tore incorpora nel ro-manzo.«La gente si perde inun mare di punti inter-rogativi», dice in
1Q84 
un editor al suo autoredi punta. «Ed è proba-bile che i lettori pren-dano una simile as-senza di spiegazionicome un segno di
L’idea gli èvenutamentre era inauto bloccatodal traffico:cosa sarebbesuccesso seavesse presol’uscita diemergenza?Il corso dellasua vitasarebbecambiato?«Ho avuto lapremonizioneche sarebbestato ungrosso libro,moltoambizioso»
 
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903 DICEMBRE 2011
“sciatteria” da parte delloscrittore». Al che lo scrit-tore di fantasia replica:«Se uno scrittore riesce ascrivere una storia “con-cepita in modo straordi-nariamente interessante”e che “appassiona il letto-re dalla prima all’ultimapagina”, chi mai potreb-be accusarlo di “sciatte-ria”?». A un mese dallapubblicazione in Giappo-ne,
1Q84 
aveva vendutoun milione di copie.
Alcuni elementi del pas-sato di Murakami sonomisteriosi persino perlui. Non sa dire peresempio perché abbiadeciso di fare lo scritto-re.
L’idea gli è venuta co-sì, un bel giorno, mentreguardava una partita dibaseball, e senza che pri-ma avesse mai mostratola minima inclinazione intal senso. Si avviava versoi 30 anni, gestiva ancorail suo locale jazz, che ave-va battezzato Peter Cat,dal nome del suo gatto.Era il 1978. Il suo periododi ribellione si era più omeno concluso. Era cre-sciuto negli anni Sessanta, figlio uni-co di un docente universitario e dellamoglie casalinga, e come tutta la suagenerazione si era rifiutato di imboc-care la strada che gli altri si aspetta-vano da lui. Si sposò fresco di laureae anziché proseguire gli studi chieseun prestito per aprire il locale jazz edare sfogo alla sua passione per lamusica.Anche gli amici che aveva intorno siribellarono. Alcuni si uccisero, cosadi cui Murakami scrive spesso. «Nonci sono più», dice. «Fu un periodoassai caotico, e ancora adesso mimancano. A volte mi sembra cosìstrano essere arrivato a 63 anni. Misento un po’ un sopravvissuto. Ognivolta che penso a loro, ho la sensa-zione fortissima di dover assoluta-mente vivere. Perché non voglio pas-sare anni interi della mia vita... lo sco-po dovrebbe essere semplicementequello, vivere. Essendo sopravvissuto,ho l’obbligo di dare tutto. E così,quando scrivo un romanzo, a volte ri-penso ai defunti. Agliamici».Guardandosi indietro,si rende conto che al-l’epoca viveva nellaprecarietà. Era pieno didebiti, lavorava comeun matto al locale conla moglie e il futuro eraun’incognita. «Nel1968, nel 1969, pote-va succedere qualun-que cosa. Era entusia-smante, ma anche ri-schioso. La posta ingioco era alta. Se vin-cevi, potevi vincere for-te, ma se perdevi eriperduto».Il locale è stato un az-zardo? «Aaaaargh!»esclama Murakami.«L’azzardo è stato spo-sarsi! Avevo 20 o 21anni. Non avevo ideadi come funzionasse ilmondo. Ero stupido.Innocente. È unascommessa anchequella. Con la vita. Main ogni caso sono so-pravvissuto».La moglie Yoko Taka-hashi è anche la suaprima lettrice. Il ro-manzo che nacque da quell’illumina-zione durante la partita di baseball siintitolava
Ascolta la canzone del ven- to 
, e in Giappone vinse un premio de-stinato agli scrittori esordienti. Per uncerto periodo Murakami continuò agestire il bar, scrivendo nei ritagli ditempo. Questo, come racconta, fu difondamentale importanza per miglio-rare: «Avevo il mio locale e soldi asufficienza, non dovevo mantenermicon la scrittura. Anche questo è mol-to importante». Quando il suo roman-zo
Norwegian Wood 
vendette oltre tremilioni di copie solo in Giappone, delbar non ebbe più bisogno, anche seancora adesso ogni tanto ha delle vi-sioni di un’esistenza parallela in cuiha continuato a fare quella vita. Nonè così sicuro che sarebbe stato menofelice.
«Se ho una percezione delle miepossibili vite alternative? Ummm.Sì. E ancora adesso mi sembra tuttocosì strano. A volte mi domandoperché io sia diventato uno scrittore.
È successo qualcosa, e lo sono di-ventato. E adesso sono uno scrittoredi successo. Quando vado negli StatiUniti o in Europa, molte persone miconoscono. È davvero strano. Qual-che anno fa sono andato a Barcello-na e ho firmato dei libri, e si sonopresentate, che so, mille persone.Ragazze che mi baciavano. Sono ri-masto così sorpreso. Che cosa mi èsuccesso?».
Murakami scrive d'istinto, senzaprogrammare. L'idea per l'ultimo ro-manzo gli è venuta mentre era bloc-cato nel traffico di Tokyo.
E se aves-se abbandonato quella strada intasa-ta e fosse sceso dall'uscita di emer-genza? Il corso della sua vita sarebbecambiato? «Quello è stato il punto dipartenza. Ho avuto una specie di pre-monizione: sarebbe stato un grossolibro. Molto ambizioso. Era tutto ciòche sapevo. Avevo scritto il romanzo
Kafka sulla spiaggia 
cinque o sei anniprima ed ero in attesa che il nuovo li-bro arrivasse. È arrivato. Eccolo. Sa-pevo che sarebbe stato un grossoprogetto. Sono sensazioni».Che un romanzo lungo come
1Q84 
possa al tempo stesso sembrare ellit-tico è conseguenza della bravura diMurakami, anche se nel lettore que-sto può lasciare uno strano senso diinsoddisfazione. Capita che certe arti-ficiosità del romanzo vengano giustifi-cate dall'autore come una riflessionesulla natura stessa dell'artificiosità, eil tono impassibile può risultare a trat-ti esasperante. «Da quando Tengoaveva visto due lune in cielo e unacrisalide d'aria materializzarsi sul lettod'ospedale di suo padre, nulla riusci-va più a stupirlo».Come nei romanzi precedenti, alcunedelle scene più tenere sono tangen-ziali rispetto alla trama principale. In
Norwegian Wood 
, per il quale Mura-kami aveva adottato uno stile di scrit-tura il più convenzionale possibilenella speranza che fosse un successocommerciale, erano quelle tra il pro-tagonista e il padre morente della suafidanzata. In
1Q84 
sono le scene fraTengo, di cui Aomame è innamorata,e suo padre, anche lui in punto dimorte, e al quale non è mai riuscito avolere troppo bene.I personaggi di Murakami hannospesso alle spalle infanzie infelici, e asentire lui non è un caso. Non che dapiccolo gli sia successo niente di
Ogni giornosi allena perore correndo,come haraccontatoin un libro.«Per scriveredevi essereforte. Anchementalmente,certo, mainnanzituttofisicamente.È moltoimportante,sia il fisicoche la mentedevonoessere forti»

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