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14 novembre 2010
La saga di Emma
Prologo
 
Quest’avventura inizia nel luogo dove le idee mig 
liori prendono di solito forma. Non si tratta del MITdi Boston, bensì del bagno di casa. Tra le svariate ragioni per cui è meglio tenersene a debita distanza
c’è la sezione riviste, seppure io, appartenendo alla scuola funzionalista, non sia solito farne uso. L’altra
ragione è EMMA, una rivista che per diversi motivi associo al suono dello sciacquone. EMMA è
l’appendice cartacea dei pensieri di
,famosa per essere l’icona del protofemminismo
tedesco e per la sua tendenza a ignorare le sfumature di grigio. Trimestralmente, questa specie di
house organ 
sovradimensionato se ne esce bel bello per titillare il clitoride ideologico delle sue lettrici: le suepagine colorate sono piene per un quarto di articoli tutto sommato interessanti e per un quarto dipubblicità: orologi [?], partiti di destra e sinistra che fanno a gara a vibrare di impegno per la causafemminista, annunci di ritiri spirituali con meditazione e digiuno. I restanti due quarti contengonoresoconti dei talk-show a cui la fondatrice ha partecipato e dove i servi del patriarcato le hannoimpedito di esprimere le proprie opinioni perché hanno paura di lei (eh certo, per quello si chiamano
talk-show)
, o relazioni su conferenze in cui la suddetta non le ha mandate a dire ai servi del patriarcato(che quindi immagino facciano bene ad avere paura). Co
mpleta l’opera la vistosa barra antirisucchiocon incise le solite frasi fatte che si sentono riciclare da quasi mezzo secolo: “tirannia del maschio,” “chilo dice sa di esserlo,” “ordine mondiale fallocratico,” “tocco blu non ricevo più.” E in effetti imm
aginoche i maschi alfa fatichino davvero a controbattere, anche se ora non ricordo bene se sia ansia daprestazione o semplice perplessità.Questa piccola
Pravda 
 
fuchsia, come si sarà intuito, è uno Specchio di Venere che risponde sempre “voi,
mia regina
” e finisce per fare il passo più lungo della gamba; in questo caso, sperperando un bonifico
sul conto di una tizia che discetta di lessico e sintassi per dimostrare che gli uomini sono cattivi. Percarità, è la loro rivista e hanno legalmente acquistato il diritto di dire quello che vogliono. Trattandosiperò di linguistica, quando le streghe tornano e cominciano a cagare fuori dal vaso, altro che tremare,tremare: io sono già lì pronto con il ventilatore a ore dodici.Il sottoscritto (che in quanto uomo è un potenziale oppressore della donna, come sostiene la pacatadirettrice, amante delle mezze misure), ha pensato bene di puntare il dito e di porgere lo spazzolone per
riportare l’ordine attorno alla tazza; è nato così il testo che segue, che ho intitolat
o
 parafrasando il titolo originale
 
,e che riporto ora a puntate, con i link al posto delle note.Con un pizzico di faccia di tolla da scugnizzo napoletano che vende videoregistratori mi sono firmatosemplicemente
Gabriele 
e, presumibilmente grazie al mio travestimento, alla mezza verità è pure seguitauna breve corrispondenza epistolare con la responsabile della sezione
Lettere delle lettrici 
, che ha tenuto aprecisare alla
cara Gabriele 
 
che il testo è un po’ lungo per essere pubblicato, ma che in alternativa potrei
iscrivermi al loro forum e postarlo lì. Intuito femminile, immagino, visto che erano quasi cinque pagine A4. Senza contare che avevo già spiegato che l'articolo è scaricabile da chiunque abbia la pazienza dileggerlo.Il mio scopo non era certo quello di guadagnarmi il paginone centrale di dicembre. Ma per chimi avete preso? Ehi, non sono mica una playmate! Abbasso la mercificazione!
 
I
 – 
Two girls, one coup.
I don't think in any language. I think in images.
  Vladimir Nabokov 
 Vengo subito al punto: nell’ultimo numero di EMMA [4/297, autunno 2010] c’è un articolo che trovo – 
 
sto cercando l’eufemismo adatto – 
opinabile.
Il potere della lingua 
, nella rubrica “riunificazione“ [?] è,
nonostante il titolo pretenzioso, un capolavoro di enumerazione di fattoidi obsoleti.Se si estirpa il fogliame di sofismi triti e ritriti si riesce a soffiare via la polvere che giace da decenni sui
testi usati per la ricerca: scoperte “scientifiche” (le virgolette sono d’obbligo) ci dovrebbero incoraggiarea combattere l’ancora onnipresente maschilismo. Obiettivo lodevole e condivisibile, non fosse
per la
scelta dell’arma. Pare che si dovrebbe confiscare al patriarcato lo strumento più forte per l’oppressione
della donna: la lingua. Porre fine alla fallocrazia lessicale significherebbe contribuire a un cambio diparadigma.Cazzate.Mi sono ritrovato fin troppo spesso a ripetere questa parola nel leggere questo esemplare alfa diantiscientificità. Un ammasso di studi e teorie che da decenni non trovano più spazio in nessun saggiodi linguistica, se non come tetri esemplari da fiera di paese. Nulla di cui meravigliarsi, quando si è caduti vittime di un corso chiamato
 feministische Sprachwissenschaft 
 
[= linguistica; letteralmente “scienza dellalingua”], chiaro segno che gli organizzatori del seminario rivelano una concezione quantomeno
discutibile di
 femminista 
, di
lingua 
e soprattutto di
scienza.
 Ad ogni modo, gli aspetti ideologici non miinteressano; come ogni credenza politica e religiosa, anche il femminismo deve soggiacere a ogni sortadi interpretazione ed è talvolta costretto a rinunciare a una fetta di pensiero critico a vantaggio
dell’autoconservazione.
 Ciò che interessa a me è la lingua e la sua analisi, che dovrebbe possibilmente basarsi sui più recenti
risultati della ricerca. Nell’articolo (e presumibilmente anche nel seminario) si vede gius
to unopportunismo da discount che ha il solo scopo di adeguare i fatti alle ideologie, per motivare poi queste
ultime con un po’ di goffa
Provinzwissenschaft,
come già avvenuto di recente in altri dibattiti politici.  Questa prassi si schianta contro il muro del processo di argomentazione induttiva, che trae le sueconclusioni
dopo
 
aver raccolto ed esaminato i dati, non viceversa. Un’idiozia come la linguistica
femminista evoca al massimo la
Christian Science 
di qualche movimento di svitati della Bible Belt, o la
“biologia marxista” con cui
 voleva salvare l’Unione Sovietica dalla sua controparte
capitalista e dai suoi crociati Darwin e Mendel.Cazzate.
II
 – 
Just the same old Snowy Heights Institute of Technology
 Altrettanto assurdo è il
«ductus negatorio della donna» 
che sarebbe sopravvissuto alla caduta del Muro:come si fa ad affermare nel giro di poche righe che
«le lavoratrici venivano negate già ai tempi della DDR» 
mache allo stesso tempo
«non erano in nulla inferiori ai loro colleghi maschi» 
senza sentirsi nemmeno un pochinoincoerente?
«Stesso lavoro, stessi diritti, stessi doveri, stessa lingua» 
dice il testo. Mmm, a me pare piuttosto la
 
prova che le strutture linguistiche non esercitino alcun influsso sull’accettazione delle donne. Qualcuno
si è perso il seminario
Fondamenti della logica 
, verrebbe da pensare.
L’articolo abbonda di altre afferm
azioni imbarazzanti.
«La lingua crea il mondo» 
, avrebbe detto Wilhelm von Humboldt nel 1825.
«L’ignoto viene concepito solo quando riusciamo a tradurlo in parole. Con la lingua si  generano schemi di pensiero che determinano la mentalità e l’identità di una 
cultura.» 
Ora, a Wilhelm von Humboldtdobbiamo notevoli contributi glottologici, ma 1825 significa anche che i processi cognitivi dietro losviluppo linguistico gli erano semplicemente oscuri. Idem per Ludwig Wittgenstein, visto che la sua
celebre frase “i confini della mia lingua sono i confini del mio mondo” non rappresenta affatto
«un’audace critica linguistica» 
, né tantomeno
«sapeva in che misura avesse ragione» 
, al contrario: grazie alleneuroscienze sappiamo oggi in che misura avesse torto.
L’afferma
zione di Vladimir Nabokov è piuttosto calzante: non pensiamo in tedesco, basco o inuit,bensì in immagini. Più precisamente, in algoritmi. La nostra capacità di tradurre pensieri in catene disuoni è ancorata nei nostri geni ed è proprio questo software cerebrale
 – 
 – 
che ci pone in condizione di imparare, sviluppare e ampliare la nostra e altre lingue. Unanon ancora meglio definita mutazion
e avrebbe avuto luogo 50.000 anni fa nell’ambito del processo
evolutivo, grazie alla quale noi oggi disponiamo di questo linguaggio di programmazione (chiamatoanche mentalese1 ]2 ] ) che attraverso modelli astratti codifica la realtà extralinguistica nella nostra testa. Non
«la lingua» 
, come viene erroneamente sostenuto nell’articolo,
«rende possibile il pensiero» 
; comepotrebbe altrimenti esserci la lingua in primis? Che un concetto esista davvero solo quando lo possiamoformulare in parole è assurdità pura. Primo: abbiamo potuto davvero immaginare archibugi, cellulari efemminismo dopo aver inventato le parole
archibugio
,
cellulare 
e
 femminismo? 
O forse funziona in altromodo, tipo che avevamo bisogno di vocaboli per definire quei cosi?
«Evolutionary psychology is one of four sciences that are bringing human nature back into the picture.»

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