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Kronstadt 64

Kronstadt 64

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ronstadt
64
periodico mensileNumero 64Giovedì 15Dicembre 2011ISSN 1972-9669
P
rima di affrontare e dareopportuna contezza al te-ma principale di questoarticolo ci piacerebbe premette-re un paio di cenni etimologicisulla parola crisi e sul suo signifi-cato.Crisi deriva dal verbo greco kri-nò, ossia separare, (latino e ita-liano "de-cidere", tedescoEnt-schieden). La crisi quindi co-me momento decisivo di cesu-ra, di separazione, il necessariopassaggio da un "essere" a un"essere in altro modo", la crisi co-me un momento di dialettica econfronto, un occasione per l'ela- borazione di soluzioni nuove.Ebbene, non si ha da revocarein dubbio come - soprattutto incampo economico-finanziario -le crisi siano dei momenti disvolta e di evoluzione del siste-ma: si pensi alla crisi bancariadel 1873, che fu la prima occasio-ne per la sperimentazionedell'intervento statale in econo-mia, oppure alla crisi del 1929,dalla quale trasse origine il co-siddetto "new deal" rooseveltia-no, oppure ancora alle crisienergetiche degli anni 70 dallequali si originò una politica eu-ropea e americana volta ad unaacuita sensibilità verso il ri-sparmio energetico ed unamaggiore indipendenza neiconfronti dei paesi OPEC.In conclusione quindi, e un po'prosaicamente, potremmo timi-damente affermare "non tutto ilmale vien per nuocere".Ora, non v'è chi non veda comeuna nuova tempesta economicastia trascindando l'economiaglobale, europea e soprattuttola greca e l'italiana verso lidisconosciuti; le schiere di pessi-misti sono assai nutrite, tant'èche v'è chi più che una crisiprofetizza una vera e propriacatastrofe, l'ultimo atto di una burrascosa tragedia.
La difficile situazione dell'aborto:tra necessit
à
e libert
à
.
I
n Italia è presente unatendenza sempre maggioreall'obiezione di coscienzada parte dei medici nel caso diuna interruzione volontaria digravidanza. I motivi sono pre-sto detti: retaggi religiosi, pres-sioni sociali e professionalinonché, in ultima analisi econseguentemente a quantogià detto, emarginazione lavo-rativa (medici costretti a fare so-lo aborti) e psicologica.E come non potrebbe essere co-sì se la professione medica e lestrutture ospedaliere in genera-le hanno una forte tradizione(infiltrazione?) cattolica? Anche se di idee diverse si vie-ne spinti a diventare obiettore.È intollerabile che lo Stato nongarantisca fattivamente un di-ritto che ha concesso (quellodella gestione del propriocorpo). Ricordiamo però,anche se il singolo medicoNON è perseguibile per la pro-pria scelta, lo è la strutturaospedaliera che non fornisce ilservizio.Detto questo, se è lo Stato asancire un diritto è sempre loStato a doverlo garantire fattiva-mente, per questo le dichiara-zioni di Rodotà (abolirel'obiezione di coscienza) sonoestremamente pericolose.
Democrazia si. Democrazia no.
La svolta tunisina
I
l personaggio: RachidGannouchiRachid Ghannouchi è il leaderdel nuovo partito vincitore in Tu-nisia “An-Nahda”(Ennahdha), legalizzato sola-mente il primo marzo 2011.Nato nel 1941 a Belhama, in Tu-nisia, Ghannouchi è di origine berbera. Nel suo percorso di stu-di vi è l’Università al-Zaytuna diTunisi (uno dei maggiori centriislamici sunniti) dove si è lau-reato in teologia. Alla fine deglianni Settanta fondò il Movi-mento della tendenza islamica.Nel 1984 fu condannato amorte. Ma fu salvato grazie auna serie di riforme.Nel 1991 il Movimento fu di-chiarato dal presidente Ben Alìfuori legge con l’accusa di averfomentato il rovesciamento vio-lento delle istituzioni. Gannou-chi fu quindi costretto a partireper il Regno Unito,combattendo da lontano ma inmaniera attiva contro il regimerepressivo di Ben Alì.
La storia
è
adesso:
i paesi che sono usciti dalla crisi, una lezione da imparare
L
a crisi economica chestiamo vivendo oggi inItalia ha caratteristichedifferenti da quella che ha colpi-to l'intera economia globalenel 2008, anche se sicura-mente a quest'ultima è - alme-no parzialmente - collegata.Ma mentre la crisi di tre annifa è stata una crisi della produ-zione, come dimostrano i datidegli studi statistico della WTOche dimostrano come inquell'anno la produzione ditutti i Paesi ebbe una netta fles-sione, oggi invece la crisi èprincipalmente legata alla cre-scita incontrollata del debitopubblico.
E io pago!
Diritti,nonconcessioni
E
’ ormai da mesi chequalcosa di diverso sisente nell’aria. Si stadiffondendo lentamente, machi ne viene toccato diffi-cilmente riesce a far finta dinulla o a tornare indietro. Sipotrebbe chiamarla “coscienzadi classe”: la consapevolezzache gli scontri con tutti i sacri-fici e le difficoltà che la socie-tà ci impone – non di rado sitratta di non poter mettereinsieme il pranzo con la cena– non riguardano solo noi co-me individui, ma anche moltealtre persone, non solo nel no-stro Paese ma in ogni partedel mondo.In Italia è da poco cambiato ilgoverno e finalmente il popo-lo si è risvegliato dal torporedell’epoca Berlusconi: nontanto perché la cultura chel’ex-premier ci ha lasciato ineredità sia improvvisamenteestinta, quanto per la rivelazio-ne che non fosse lui “Il Male”.Non è passato neanche un me-se dalla nomina di Monti,infatti, che già ci pende sullatesta una serie di provvedi-menti tutt’altro che “equi”.Mentre i gruppi più disagiatidovranno fronteggiare almenocinque anni di lavoro in più ri-spetto al previsto, una pensio-ne non rivalutata in base allacrescita del costo della vita ola nuova imposta sulla casa –di per sé anche ammissibilema, rispetto a quando si paga-va l’ICI, il valore catastaledelle abitazioni verrà au-mentato, senza contare che, co-me orma in molti lamentano, i beni ecclesiali non verrannotassati – i privilegi dei ricchinon saranno toccati: il loro piùgrande sacrificio sarà, proba- bilmente, pagare annualmentequalche centinaio di euro suiloro mastodontici yacht o i lo-ro aerei privati. Nessunatraccia di qualsivoglia forma dipatrimoniale, né di espedientiseri per combattere l’evasionefiscale, che da sola ammonta a120-130 miliardi di euro.E’ piuttosto chiaro che, se nonci riprenderemo da soli i dirittiper i quali tanti sono morti nelsecolo scorso, nessuno ce li re-stituirà o, al più, li farà passa-re per gentili concessioni.La chiave sta nella socialità enella solidarietà fra gli indivi-dui, per creare una coscienzageneralizzata che venga da noistessi nel confronto con glialtri.
 Emme
di Katya Shudi Daniele Biancodi JCOdi Cabiria 
continua a pagina cinquecontinua a pagina seicontinua a pagina seicontinua a pagina tre
«E vedidi farteli bastare!»
 
2
periodico mensileNumero 64Giovedì 15Dicembre 2011
locale
Non c'è lotta senza sacrificio e non vi è libertà senza lotta.
L
e tasse universitarie so-no un bel problema: ne-gli ultimi tempi, inparticolare, sono diventate fintroppo alte rispetto ai serviziche l’ateneo pavese ci offre, incambio.L’anno scorso se ne sonoaccorti alcuni studenti che,supportati dal Coordinamentoper il diritto allo studio, hannofatto ricorso al Tar d Milano. Se-condo una legge del 1997,infatti, il totale delle tasse stu-dentesche non deve superareil 20% del Fondo di finanzia-mento ordinario (Ffo), ovveroi fondi che arrivano all’universi-tà direttamente dallo Stato. APavia, lo scorso anno, le tassehanno coperto una percentua-le del Ffo che si aggiravaintorno al 21,3%, andandodunque oltre la soglia legale.Nessuna meraviglia che l’Uni-versità tenti di racimolare do-ve può, visti i tagli aifinanziamenti statali decretatidalle contestate riforme deglianni scorsi. Ma certo le tassenon si possono alzare in modoarbitrario. Per questo motivo ilTar ha sentenziato che l’Uni-versità di Pavia dovrà risarcirei propri studenti per un totaledi circa 1.7 milioni di euro,oltre naturalmente asobbarcarsi le spese legali, dicinquemila euro.Quanto avvenuto è senz’altronotevole. Nonostante l’Universi-tà abbia deciso di ricorrere alConsiglio di Stato per di-fendersi, la sentenza del Tar po-trebbe scatenare una sorta dieffetto domino e “mettere indifficoltà” altri atenei italiani:sono infatti 33 su 61 quelli chesuperano la soglia del 20%, pri-ma fra tutti l’Università di Urbi-no (con il 36,57%), seguita daBergamo (36,52%) e Venezia(35,05%) [1].Per quanto il contesto in cui citroviamo potrebbe spingere adaffermare il contrario (a li-vello universitario, basti pensa-re alle recenti polemiche natein seguito alle immotivate ne-gazioni di spazi regolarmenterichiesti dai gruppi studente-schi; più in generale, a quantosolitamente la Giustizia abbiasempre un occhio di riguardoper il più potente piuttostoche per chi effettivamente hala ragione dalla propria),anche la via istituzionale,quando ben sfruttata, porta a buoni risultati.
 Emme
[1] L’elenco completo dei 33atenei all’indirizzohttp://bit.ly/soG13p.
1.7 milioni di rimborso agli studenti di Pavia
Quella volta che la via istituzionale port
ò
un risultato concreto
A
utonomia Mutualismo Autoformazione. Que-sto era lo slogan princi-pale con il quale un gruppo distudenti pavesi, mobilitatisi giànell’opporsi alla riforma Gelmi-ni, insieme ad alcuni giovani la-voratori precari e disoccupatiaveva occupato, tra gennaio efebbraio 2011, uno stabileabbandonato dell’Università.Questo edificio, situato nelcentro cittadino di Pavia (in viaPalestro per la precisione), diproprietà del demanio in conces-sione perenne all'Università –ex Clinica Casimiro Mondinoper la cura di malattie neurologi-che, lasciato in stato di decadi-mento per mancanza di fondiper la ristrutturazione – erastato scelto dal movimento pave-se contro la riforma Gelmini(appena approvata) per creareuno studentato autogestito. Unprogetto avanguardistico, uniconel suo genere, almeno in Ita-lia. Si trattava di creare uno Spa-zio di Mutuo Soccorso (SMS)per la produzione di servizi es-senziali (ma sempre più carentiin un'università con vincoli di bi-lancio sempre più stringenti)quali un dormitorio a costi popo-lari, una mensa, un servizio diaule studio ed un copy point.Lo spazio aveva oltretutto l'ambi-zione di creare al propriointerno sportelli di assistenza le-gale per lavoratori precari e pergli affitti, assistenza burocraticaai migranti, ma anche lezioni eseminari auto organizzati perpromuovere il sapere critico edattività culturali quali cinefo-rum e sale espositive. Un veroe proprio collegio universitarioautogestito in risposta alla demo-lizione dell'università pubblica.Fondamentale in tutto ciò ilconcetto di mutualismo: comeall'epoca delle prime battagliedel movimento operaio,quando il lavoratore industrialeera reso schiavo da una situa-zione di totale precarietà, senzacontratto, senza sicurezza socia-le o previdenziale, senza la sicu-rezza della paga. All'epoca, alfine sia di creare reti mutualisti-che di protezione, sia per soste-nere gli operai e le lorofamiglie nei periodi di sciope-ro, erano nate le società di mu-tuo soccorso, nelle quali ilavoratori producevano servizisociali per altri lavoratori nellestesse condizioni. Oggi la situa-zione che si trovano a doveraffrontare i giovani lavoratori èmolto simile; le reti di protezio-ne conquistate da un secolo dilotte come un contratto atempo indeterminato, il welfa-re pubblico, la pensione, vengo-no progressivamente amancare, fino a scomparire deltutto. Non stupisce dunquel'esigenza di guardare a quellaesperienza: un luogo di produ-zione di servizi mutualistici percontrastare la crisi dell'universi-tà e dell'economia.Gli studenti hanno dovetteroperò confrontarsi con un'uni-versità sorda alle loro istanze:nonostante subito si aprì ilconfronto con il rettore ed ivertici dell'Università, questi fu-rono chiari sulla propria indi-sponibilità a trattare, tantomeno con degli occupanti abu-sivi. Intanto però il progettoera partito, in due settimanemolti locali erano stati puliti ederano già state predispostedelle stanze per dormire e perla mensa. Al rettore era statainoltre presentata una bozza diprogetto su cosa voleva esserefatto ed in quali locali. Ciò nonfu evidentemente sufficienteper evitare lo sgombero, anchese questa miopia da partedell'accademia spinse due stu-denti a salire sul tetto. Pressatodalla situazione e dall'esposizio-ne mediatica dei due ragazzi sultetto, il rettore promise la pre-sentazione al Consiglio di Ammi-nistrazione del progetto deglistudenti, senza tuttavia farsenepromotore. Ma anche stavolta,nonostante l'impegno degli stu-denti nel redigere il progetto finnei minimi dettagli, si arrivò –con molta amarezza, con pocasorpresa – ad un nulla di fatto,con il CdA che bloccava la propo-sta.Passati i mesi, la protesta deglistudenti, come al solito in prima-vera, si è sgonfiata. Ed eccoche, dopo una estate nella qua-le la speculazione finanziariamaterializza il rischio defaultper l'Italia, oltre a ben quattro fi-nanziarie consecutive lacrime esangue approvate dal parla-mento italiano, all'inizio dell'au-tunno arrivano a 57 studenti eprecari altrettante denunced'ufficio, correlate ai fatti delMondino. Un caso che siano arri-vate proprio in autunno, il perio-do in cui di solito lacontestazione è più forte? Oforse le autorità hanno volutoin questo modo zavorrare conuna denuncia l'inizio di un perio-do che si preannunciava caldo?Noi non lo possiamo dire. Dicerto, la denuncia sembra di-ventata ora uno spauracchioche l'Università non disdegnadi usare, vista la minaccia tiratafuori dai vertici accademici a no-vembre, in seguito alla discesadi una cinquantina di studentinell'aula magna sotterranea,con la volontà di utilizzarla co-me snodo logistico per sensibi-lizzare la popolazionestudentesca sui temi della crisi,del debito e dell'austerity. Chesia questo il nuovo modo dirapportarsi dell'Università (edelle autorità in generale) congli studenti in mobilitazione,adatto ai tempi di Crisi? Primala denuncia, poi si contratta?Noi ci auguriamo fermamentedi no.
 Luther Blissett 
Segnaliamo che saranno orga-nizzate alcune iniziative di auto-finanziamento per le speselegali, alle quali invitiamo apartecipare.Per info sul'SMS e sulle iniziati-ve di autofinanziamento:www.movimentopavia.org ,cuapavia.noblogs.orgFacebook: Studenti Incrisi Pa-via, Kronstadt Rivista
Mondino
,oltre il danno anche la beffa
 
periodico mensileNumero 64Giovedì 15Dicembre 2011
esteri
Tutti nudi contro Putin
T
utto è cominciato con lePrimavere Arabe,quando i popoli africanie medio-orientali hannocambiato gli orizzonti geopoliti-ci dell'Africa e del Medio-Oriente. Da allora in tutti glistati vi sono tantissime personeche lottano per un cambia-mento che oggi sembra possibi-le. Quel vento del Maghreb cheha portato i tunisini a scenderein piazza, che ha consacratoPiazza Tahrir come emblemadella rivoluzione, è riuscito aspronare tutti i popoli delmondo in una lotta per la giusti-zia sociale e per la democrazia.Non avrà disegnato i confini diuno stato, non avrà vinto l'isola-mento internazionale né la diffi-denza, ma la piccola nazionepalestinese ha fatto un grandepasso avanti, essendo riconosciu-ta come membro a pieno titolodell'Unesco, l'Agenzia delle Na-zioni Unite per l'educazione, lascienza e la cultura. Lo ha decre-tato l'Assemblea generaledell'Unesco, in una votazioneche ha visto 107 voti favorevoli,14 contrari e 52 astenuti, tra iquali l'Italia. Sul fronte del no visono Stati Uniti, Germania e Ca-nada, mentre sostengono la cau-sa la Repubblica PopolareCinese, India e la coraggiosaFrancia che rema contro le ideeespresse dai paesi dell'UE. Unavotazione che va contro tutti isondaggi e i pronostici, ma che,pur nella sua radicalità, non co-stituisce nemmeno un preludioper la costituzione di uno statopalestinese. Se infatti Abu Ma-zen ha vinto questa sfida, è solograzie ad una encomiabile presadi posizione dell'Unesco, che asuo discapito ha deciso di anda-re contro i dogmi imposti dei go-verni occidentali. Leconseguenze del suo gesto sonostate salatissime: gli Stati Uniti bloccano i finanziamenti all'Une-sco che corrispondevano a circaun quinto del bilancio totale edanche Israele blocca i finanzia-menti e definisce la decisionedell'agenzia “una tragedia”. Lareazione dello Stato Ebraico èper molti versi incomprensibile,o meglio, non può essere condi-visa. Come può essere una trage-dia il riconoscimento dellacultura e dell'arte di un popolo?E' vero, tra Israele e Palestina èin corso un conflitto che vaavanti da decenni, ma almenoper quanto riguarda la salva-guardia dell'arte, non si do-vrebbe fare fronte comune?L'unico possibile problema nelquale gli Israeliani possonoconcretamente incorrere è la ne-gazione dell'accesso ai siti pro-tetti dell'Unesco, maconsiderando che lo scopo diquesta agenzia è appunto rende-re la cultura un bene comune eproteggere il patrimonio artisti-co delle nazioni che ne fannoparte, chi scrive si auspica chel'esercito israeliano durante lesue missioni eviti sempre e co-munque di danneggiare i siti daessa protetti. Quella dell'Unescoè una scelta ardita: scegliere didare la precedenza alla cultura,un valore attualmente svuotatodel suo imponente significato,piuttosto che alla politica, all'eco-nomia, ai problemi internaziona-li tra i paesi. Quello che sionistie filopalestinesi dell'interomondo dovrebbero comprende-re è che la cultura è un bene uni-versale, un valore che non puòtener conto dei confini deglistati e anzi deve unirli sotto la bandiera dell'arte, della scienzae della storia. In una situazionecome quella attuale, con imercati e le borse che crollano,caratterizzata dalla crisi sistemi-ca dell'economia finanziaria capi-talista che aveva fattodell'aumento dei consumi il suomotore, è a maggior ragioneimportante rendersi conto chesi deve adeguatamente valorizza-re la cultura e tutti quei valoriche arricchiscono l'animo uma-no. Ciò che mi ha sempre affasci-nato della cultura è appunto ilsuo carattere intrinsecamentespirituale: tutti possiamo accre-scere la nostra cultura e rega-larla ad altre persone, e, mentrenel caso in cui doniamo unqualcosa di materiale necessaria-mente ce ne priviamo, la cultu-ra, anche se condivisa, cirimane in tutta la suagrandezza.
 Matteo Piras
Il piccolo passo del popolo palestinese
Il suo esilio terminerà sola-mente nel 2011 quando con laprimavera araba il regime diBen Alì viene destituito.Tunisia dicembre 2010: ha iniziola “rivoluzione dei gelsomini”.Per cosa lotta il popolo tunisino?Per tutto. Per combattere la onni-presente corruzione, per guada-gnare la libertà di stampa e diespressione del pensiero, perl’aumento della disponibilità deigeneri di prima necessità, percontrastare il forte clientelismoche il regime di Ben Alì ha ende-micamente impresso nel tessutosociale e istituzionale del Paese.Il popolo tunisino è arrivato aun punto di rottura.Tutto ha inizio con un il gestoeclatante di un uomo, Mo-hammed Bouazizi, il giovanevenditore ambulante che per pro-testa si dà fuoco. Lui e la suamorte diventeranno il simbolodella lotta tunisina contro il regi-me corrotto.Ma chi era Bouazizi? Era un gio-vane uomo laureato in letteratu-ra araba contemporanea,disoccupato che per vivere face-va il venditore ambulante. Quelgiorno un agente di polizia gliconfiscò tutte le sue merci,perchè non aveva i permessiamministrativi necessari (forseperchè non aveva corrotto chi didovere). La sua reazione, dettatadalla più cieca disperazione, pas-sò alla storia. In quei giorni,incentivati dalle lotte e dai pri-mi segnali di rivolta che già di-vampavano anche negli altristati arabi, i tunisini iniziaronodei durissimi scioperi per prote-stare contro il regime.Le proteste inizialmenteavvengono in modo pacifico fi-no a quando Ben Ali, il “Presi-dente” in carica, non da il viaalle forze armate di reprimerecon la violenza tutte le manifesta-zioni.E si arriva a marzo del 2011quando Ben Alì fugge. LaFrancia non lo accetta e l’Italianon consente al suo aereo diatterrare in luogo italiano, si rifu-gia a Jedda Arabia Saudita. Conil vuoto di potere RachidGhounnuchi può ritornare nelsuo Paese, inizia la propagandapolitica per le nuove elezioni.La data verrà fissata nell'ottobre2011.È l’inizio di una nuova era: la Tu-nisia che si accinge a votare libe-ramente.La domanda da porsi è: è statauna vera rivoluzione? Mercoledì23 ottobre 2011. Il popolo tunisi-no si accinge a votare per la pri-ma volta in modo regolare senza brogli né dittature.Ciò che per noi è la normalitàper la maggioranza della popola-zione tunisina non lo era.Il popolo è chiamato a votareper i 116 partiti e gli oltre 10000candidati che andranno aredigere il testo della nuova Co-stituzione.La vittoria.Le elezioni le vince An-Nahda,il partito di ispirazione islamica. Al-Nahda è un partito che ha co-struito la sua base di consensomettendo in atto politiche di wel-fare alternativo a quello di unostato troppo deficitario in questocampo: nei territori rurali dellaTunisia, caratterizzati da unaendemica e diffusa povertà, hadistribuito sacchi di beni ali-mentari, ha pagato a chi non po-teva permetterselo, matrimoni,libri scolastici, e per gli studentipiù indigenti persino materialedi cancelleria come penne, mati-te e quaderni.La strategia di al-Nahda in que-sto è assolutamente comparabi-le a quella di tutti i partiti afondamento islamico del mondoarabo. Lo stesso hanno fatto iFratelli Musulmani inEgitto, un movimento al quale Al-Nahda si è palesemente ispi-rato sin dal momento della suanascita, ma riprendendo anchealcune delle teorie di Hezbollahin Libano e di Hamas a Gaza.La sfida che al-Nahda dovràaffrontare è il saper gestire neimigliore dei modi e di completa-re il processo di transizione de-mocratica che in Tunisia comein Egitto è in atto ormai da unanno, sapendo di avere puntatiaddosso gli sguardi curiosi degliosservatori internazionali.Le rivoluzioni arabe sono espe-rienze al contempo vicine maanche distanti. La Tunisia ,comeil resto dei paesi di cultura ara- ba, è uno stato che può dare eche dà all’occidente.Un Paese così ricco di dinami-smo culturale e di vivacitàintellettuale. Ricordo quando,nell’estate del 2009, andai in Tu-nisia per una vacanza-studio efeci una “capatina” a Cartagine,che, per chi non lo sapesse, erala residenza super-blindata del“grande dittatore” Ben Alì.Ebbene, ancora oggi mi ricordoche la guida, in un pessimofrancese, mi disse che era vie-tato fare foto perché vi era il ri-schio degli attentati. Vietatopersino fotografare un museoall’aperto pieno di resti archeolo-gici dell'antichità romana ecartaginese.Laddove un tempo vi era la fio-rente cultura del mondo classi-co, ora regnava la dittatura.“Ma che mondo è la Tunisia?”Era ciò che spesso mi chiedevoguardandomi intorno.Ma, una volta tornata al Suq diTunisi, ho visto un'altra facciadella realtà del Paese: un popolodinamico, attivo, giovane e peril quale l'elemento femminileha una enorme e indiscussaimportanza.La Tunisia è così. Un Paese do-ve in ogni angolo senti e vivi lacultura. Dove i giovani sono pie-ni di vita e credono ancora chesi possano cambiare le cose.La Tunisia: la nuova speranza.Un paese in costruzione.
Cabiria 
Democrazia si. Democrazia no. La svolta tunisina
3
continua dalla prima 

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