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La vera nemica è la Francia-2

La vera nemica è la Francia-2

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12/25/2011

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Francesco Lamendola
Ma è sempre la Franciala vera nemica storica dell’Italia
Almeno questo, speriamo la recente vicenda della guerra libica dovrebbe avere messodefinitivamente in chiaro: che la vera, eterna, irriducibile nemica storica dell’Italia è, ed è semprestata, la “cugina” d’Oltralpe, la Francia.Una vieta tradizione patriottarda, che deriva i suoi miti fondativi dalle due più grandi menzognedella nostra storia nazionale, il Risorgimento e la Resistenza, vorrebbe vedere il nemico storicodell’Italia nella Germania e nella scomparsa Austria-Ungheria.Ebbene, si tratta - appunto - di una mitologia fabbricata “post rem” ad uso e consumo dell’Italiettache non vuole mai guardarsi dentro e fare i conti con se stessa, ma preferisce trasferire all’esterno,verso un improbabile “nemico ereditario”, le sue contraddizioni e le sue insufficienze, a cominciaredallo scarso o nullo spirito di coesione interna.Sarebbe assai meglio se le nostre classi dirigenti e le nostre élite culturali si domandassero perché aGorizia, a Trieste, a Udine e, in parte, a Venezia e Milano, la dominazione asburgica abbia lasciatocosì pochi cattivi ricordi, da essere anzi, sovente, rimpianta e onorevolmente commemorata, non giàda qualche sparuto drappello di skinheads o da qualche lugubre setta di maniaci delle antichedinastie europee, ma da piccole e medie comunità civili, da semplici popolazioni rurali, da modesteamministrazioni comunali.Il Risorgimento è stato una operazione di unità nazionale fatta senza il popolo e, in alcun casi,contro il popolo: questo è il fatto inoppugnabile, a partire dal quale gli storici dovrebbero discuteree che, per onestà intellettuale, non dovrebbero scordare mai.Per fare di «un volgo disperso che nome non ha» uno Stato moderno, una volta scartata l’idea difare appello alle forze popolari, non restava altra via che quella dell’intrigo internazionale: la viatraversa battuta da quel geniale intrigante che fu Camillo Benso, conte di Cavour. Si trattava,machiavellicamente, di adoperare le armi straniere per combattere la nostra guerra: una strategiadiabolicamente sottile, tutta giocata in chiave antipopolare e antisociale, il cui scopo principale eraingrandire il Piemonte e, nello stesso tempo, spegnere i focolai d’incendio rivoluzionario cheminacciavano di divampare da un capo all’altro della Penisola, facendo sì che le fiamme, semmai,lambissero gli Austriaci, il Granduca di Toscana, il Papa e i Borboni, ma non si propagasserominimamente entro i confini della monarchia sabauda.L’operazione fu condotta con magistrale perizia e con incredibile tempismo e diede risultatiinsperati in un tempo brevissimo: in poco più di un decennio, preparazione diplomatica compresa,le classi dirigenti italiane riuscirono a realizzare quello che, alle classi dirigenti germaniche, eranostati necessari non meno di tre secoli. Persino la Francia di Napoleone III si trovò a servire gliambiziosi disegni di Cavour, senza nemmeno capire come e perché; anche se, allorché si rese contodi essere stata raggirata, s’impuntò sulla questione romana e costitper un decenniol’insormontabile ostacolo alla sua risoluzione.Parliamoci chiaro: nel grande gioco della politica internazionale non vi sono mai stati “buoni” e“cattivi” in termini assoluti, ma solo in termini relativi. L’Inghilterra imperiale, favorendo lo sbarcodei Mille di Garibaldi in Sicilia e inondando l’Italia di zelanti pastori protestanti, allo scopo diconvertirla (la manovra che non le era riuscita con la Repubblica di Venezia ai tempi di PaoloSarpi), senza alcuna spesa riuscì a presentarsi come la migliore amica della neonata Italia e come ilmodello da imitare sotto ogni punto di vista: industriale, commerciale, politico, culturale.1
 
Fu in quegli anni, alla fine del XIX secolo, che l’Italia fece sua la Vulgata protestante, di proveniente britannica, secondo cui le nazioni cattoliche, Spagna ed Austria in testa, altro nonavevano fatto, per secoli, che ritardare lo sviluppo civile del continente europeo, sterminare milionidi indios, opprimere ovunque i popoli liberi, come il polacco e l’italiano, per imporre la biecatirannide delle asburgiche teste coronate; mentre l’Inghilterra e, in minor misura, l’Olanda e laFrancia, si erano sempre battute per la libertà dei popoli, per l’emancipazione dei negri, per il liberocommercio, per la circolazione delle idee senza alcuna restrizione, insomma si erano distinte per illoro insigne contributo al progresso morale e civile del mondo intero.Eppure, a parte l‘estrema faziosità di una simile tesi, facilmente smentibile sul piano documentario(per esempio, i popoli amerindiani sottoposti alla Spagna erano in gran parte sopravvissuti, mentrequelli che avevano subito l’impatto della colonizzazione anglosassone erano stati sterminati),avrebbe dovuto risultare chiaro che sia l’Inghilterra, sia la Francia, avevano una loro politicaalquanto interessata nei confronti dell’Italia e che se, in un primo tempo, avevano favoritoquest’ultima a danno dell’Austria (e, in prospettiva della Germania), sul lungo periodo i lorointeressi strategici non potevano che collidere con quelli italiani - come in effetti avvenne, anche sei nodi vennero al pettine solo fra il 1940 e il 1943.Per l’Inghilterra, il Mediterraneo era la principale via di transito (specie dopo l’apertura del Canaledi Suez) verso il suo immenso e ricchissimo impero delle Indie: Gibilterra, Malta, Alessandria eSuez erano le roccaforti dislocate lungo quella rotta; e una politica indipendente dell’Italia potevaessere tollerata solo nella misura in cui non divenisse troppo intraprendente e non pretendesse dirivendicare la supremazia nel Mediterraneo stesso, il che avrebbe inevitabilmente rimesso indiscussione il destino di Gibilterra, Malta, Alessandria e Suez.Tutta la vicenda coloniale dell’Italia in Africa Orientale, fra Dogali e Adua, va letta come unascaltra manovra ispirata dal Foreign Office di Londra, mirante a far sì che il nostro Paese silogorasse in qualche sterile impresa in un angolo morto del continente africano, fungendo semmaida rincalzo alle operazioni britanniche contro i Dervisci del Sudan; angolo morto che sarebbesempre dipeso dal buon volere inglese riguardo alla navigazione attraverso il Canale di Suez.Sarebbe bastato chiudere quella via d’acqua, come avvenne nel 1940, e tutte le conquiste africanedell’Italia sarebbero state alla merdell’Inghilterra, cadendo in suo possesso come un fruttomaturo.Quanto alla Francia, si è già detto che, non appena Napoleone III si rese conto di essere statoraggirato da Cavour (altro che fare della Penisola un protettorato francese!), e se ne rese conto quasisubito, tant’è che si affrettò a vanificare la sanguinosa vittoria di Solferino con l’armistizio diVillafranca, essa divenne la principale nemica del nostro Paese, il cui sviluppo si impegnò adostacolare in tutte le maniere possibili: dalla guerra doganale sui prodotti agricoli alla beffadell’occupazione di Tunisi, solamente pochi giorni prima che il governo italiano proclamasse colà ilsuo protettorato, in cui vivevano e lavoravano migliaia di nostri connazionali.Occorre ricordare che il Negus Menelik non avrebbe mai vinto la battaglia di Adua, nonostante la bestialità del Baratieri, se il suo esercito, cinque volte più numeroso di quello italiano, non fossestato largamente dotato dalla “cugina” Francia di fucili moderni e di cannoni a tiro rapido, laddoveil nostro ineffabile generale pensava di aver a che fare con una accozzaglia di straccioni seminudi,armati solo di scudi e di zagaglie? E che la Francia seguì una tale politica solo e unicamente per tutelare i suoi interessi sulla ferrovia Addis Abeba-Gibuti?Oppure è necessario ricordare la strage di Aigues Mortes, ove decine di nostri connazionali venneromassacrati dai cari “cugini” francesi, per la sola colpa di essere colà emigrati in cerca di lavoro:episodio che un governo più fiero del nostro non avrebbe tollerato, ma cui avrebbe risposto conmisure adeguate, sia diplomatiche sia, se necessario, militari?Eppure, quando la Francia e l’Inghilterra, nel 1914-15, si resero conto di essere giunte a un puntomorto nella lotta contro gli Imperi Centrali, allora si ricordarono della “caraItalia e lacorteggiarono in ogni modo, per indurla a entrare in guerra al loro fianco: la Francia sulla base delmito della fratellanza latina, l’Inghilterra sulla base del mito democratico e antimilitarista (laddove2
 
il militarismo che minacciava l’Europa era, evidentemente, sempre e solo quella austro-tedesco enon già, per esempio, quello zarista).Da ciò il patto di Londra e il penoso voltafaccia italiano del maggio 1915, contro le sue due alleatedella Triplice; da ciò, anche, il non meno penoso trattamento riservato all’Italia al tavolo dellaconferenza di pace, nel 1919, quando, complice l’imbecille presunzione e testardaggine diWoodrow Wilson, sia Lloyd George che Clemenceau ebbero buon gioco nel mettere nel sacco laloro ingenua alleata, gabbandola su tutta la linea, negandole quanto le avevano promesso,defraudandola dei frutti della sua vittoria e negandole perfino qualche modesto ingrandimentocoloniale in Africa, che pure era stato esplicitamente previsto dal Patto di Londra; mentre loro duesi spartivano a piene mani la ricca torta dell’impero coloniale tedesco e anche dei territori arabi giàappartenuti all’Impero ottomano.Quale fu, poi, la politica anglo-francese verso l’Italia fra le due guerre mondiali, è cosa nota; giovasolo ricordare che le due potenze si ricordarono delle legittime aspirazioni dell’Italia solo dopol‘ascesa al potere di Hitler, allorché cercarono di manovrarlo, come già avevano fatto con Salandrae Vittorio Emanuele III nel 1915, contro la Germania. Per un momento, con il fronte di Stresa,sembrò che ci fossero riuscite; ma basche Mussolini, conquistando l’Etiopia, rimettesse indiscussione la supremazia inglese nel Mar Rosso e, indirettamente, nel Mediterraneo, perché le due plutocrazie demagogiche - se vogliamo usare questo termine assai efficace, inventato non dal Ducema da un sociologo del calibro di Vilfredo Pareto - segnassero l’Italia sulla loro lista nera edecidessero che avrebbe dovuto essere abbattuta insieme alla Germania, una volta per tutte, primache potesse divenire troppo forte e mettere per davvero in pericolo la supremazia inglese nelMediterraneo e quella francese in Africa. Non è che la Germania di allora, intendiamoci, fosse più “buona” o più “amica” dell’Italia; ogni potenza, grande e piccola, bada ai suoi interessi; ma è un fatto che la Germania e l’Italia nonavevano e non hanno seri motivi di contrasto, poiché le loro aree d’interesse strategico sonoabbastanza nettamente separate (a parte l’area balcanico-danubiana); mentre le ragioni di contrastostrategico fra l’Italia da una parte, l’Inghilterra e la Francia dall’altra, esistevano eccome, ealtrettanto, in buona parte, sussistono ancora oggi.L’Italia, nel 1940, venne letteralmente tirata per i capelli, dalla politica anglo-francese, adintervenire nella guerra al fianco della Germania: questa è la verità, anche se il discorso, oggi, non piace ai nostri storici di parte, perché, se ammettessero una tale interpretazione, dovrebbero rivedere per forza di cose l’altro grande mito dell’Italia contemporanea, ossia quello della Resistenza. Piaceloro far credere che l’Italia, nel 1943, venne liberata dalla dittatura e avviata sui floridi sentieri dellademocrazia (a suon di bombe indiscriminate sulle popolazioni indifese e di fior fiore di mafiositrasferiti dalle galere statunitensi alle amministrazioni comunali siciliane, dopo l’11 luglio del 1943)e che ciò avvenne nel solco della “naturale” tradizione risorgimentale e garibaldina, ossia in chiavedi guerra di liberazione nazionale contro l’occupazione germanica.Si dimentica di dire che, mentre i soldati italiani, in Sicilia, davanti allo sbarco anglo-americano sela davano a gambe (pur con qualche eroica eccezione), i biechi manutengoli di Hitler continuavanoa battersi, fino alla morte, per difendere le nostre coste e le nostre città; come già si erano battuti aEl Alamein, al fianco dei nostri soldati (quelli, però, valorosissimi), non tanto per la smaniahitleriana di conquistare mezzo mondo, ma semplicemente per salvare noi dal tracollo in AfricaSettentrionale e per tenere lontano dalla nostra Patria l’incubo dei bombardamenti aerei alleati edell’invasione devastatrice.Come poi sia stata trattata l’Italia, alla conferenza di pace del 1947, dall’Inghilterra e dalla Francia,è anch’essa cosa nota: il voltafaccia dell’8 settembre non bastò a evitarci un trattamento durissimo,da nemici. Nemici, però, di cui esse avevano perso ogni stima, perché c’è modo e modo di perdereuna guerra, e noi scegliemmo quello più obbrobrioso: il tradimento perpetrato alle spalle dei nostristessi coraggiosi soldati, aviatori e marinai, che era iniziato fin dall’inizio delle ostilità: ne fa fedequel vergognoso articolo 16 del trattato di Parigi in cui si ordina al governo e alla magistratura3

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