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È molto probabile che la scure della Ministero dell’Istruzione si abbat-terà prossimamente sui Conservatori, e noi appoggeremo finalmenteun’iniziativa governativa: ad oggi, l’arretratezza del sistema di istruzionemusicale statale è imbarazzante, un disagio che riguarda sia il profiloorganizzativo e strutturale, sia la preparazione di certi docenti, assunti conil tipico contratto indeterminato italiano «non so come ho fatto ad entra-re, ma in ogni caso ci rimango».Il discorso è molto lungo e articolato e lo svolgerò a più riprese su que-ste colonne, cominciando da un’analisi del sistema attuale comparato aimigliori sistemi europei e statunitensi. Dopo decenni, con il tentativoancora in atto di introdurre la laurea in musica - non musicologia, chec’era già, ma quella di musicista vero e proprio, il vecchio strimpellatoreper capirci - trasformando i Conservatori in Università, si è compiuto unpasso in avanti nel tentativo di elevare la considerazione verso questacategoria, per antonomasia ricca di venditori di fumo. Chiaramente lo siè fatto all’italiana, guai a verificare se gli stessi docenti di Conservatorioche prima insegnavano nei corsi di diploma avessero preparazione e tito-li adeguati a diventare docenti di rango universitario.Quindi, tutti nel calderone. Non cambia la sostanza, perché i docenti sonogli stessi, nel bene e nel male soprattutto; cambia solo la dicitura sul pezzodi carta: non più diploma di musica, ma «laurea». Ed ecco subito che tutti ivecchi diplomati (me compreso) potrebbero trasformare il proprio diplomain una laurea: come? Frequentando altri due anni, certamente con gli stessidocenti con cui si erano diplomati dopo 10 anni di studio. Cosa mai avrà dainsegnare quel docente ad un allievo cui ha impartito lezioni per dieci anniper trasformarlo ora da diplomato in un laureato? E soprattutto, perché nongliel’ha insegnato prima durante quei dieci anni? Non aveva tempo?La verità, che piaccia a destra o a sinistra, è che in Italia al momento nonesiste un omologo privato del Conservatorio che possa fare sana concor-renza e contribuire a superare le tipiche inerzie che frenano lo sviluppo diqualsiasi ente che si trovi, come i Conservatori, ad operare in regime dimonopolio; in sostanza, l’unico titolato a rilasciare un titolo avente valorelegale non ha alcun interesse a verificare che il proprio sistema di forma-zione funzioni. E alla fine sforna tanti titolati e pochi(ssimi) professionisti.Il Saint Louis, ad esempio, che è frequentata da oltre 1.500 allievi, è unascuola che non rilascia al momento titoli equipollenti, ma che curiosamenteforma e sforna musicisti di livello; una scuola di musica moderna che staseguendo per prima un percorso di riconoscimento universitario e ciò infasti-disce molte illustri personalità del settore. Anche se ritengo che la soluzionepiù rapida ed efficace, peraltro già adottata da molti Paesi europei, sia quelladi togliere valore legale a qualunque titolo universitario. In tal modo, l’allie-vo potrà scegliere l’ateneo o la scuola dove formarsi in base alle concrete pos-sibilità didattiche che questa offre, al numero di professionisti che sforna ognianno, ai docenti qualificati che vi lavorano e non in base alla carta filigrana-ta del diploma rilasciato. E molta gente che oggi vive sulle nostre spalle dovràcercarsi un lavoro, finalmente.
 
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WEALLLOVEENNIO
di RobertaMastruzzi
Emme comeMorricone,Ennio, senza bisogno di presentazioni. Si dicesia burbero e scostante. Pensi sia impossibileavvicinarlo e che ti darà risposte secche e svo-gliate. Mentre stai lì che fai i tuoi calcoli men-tali (se uno ha scritto più di 500 colonne sono-re, avrà risposto a un migliaio di interviste,ognuna delle quali conteneva una decina didomande, cioè diecimila risposte, vuoi vedereche si sarà stancato di rispondere proprio quan-do tocca a me?), Ennio-il-Genio viene in tuosoccorso e accetta l’intervista. E scopri che nonè così schivo come vuol far sembrare e che,come tutti gli Scorpioni, sotto un’apparenteriservatezza cova il fuoco della passione.Quella per la musica prima di tutto, e poi l’amo-re per il cinema, l’arte, la moglie Maria, (...)
UNA CANTATINA TRAROSSINI E MARTINEZ
di Romina Ciuffa
Non ci sarà giornoche passerà senza cheio, in cuor mio, nonringrazi il maestroMiguel Martinez peravermi fatto ascoltare- parlo a nome di tuttal’umanità e non mipreoccupo delle con-seguenze - questa
Cantatina 22 luglio1832
in cui ritrovoAmore e Imene, e ilprimo lo guardo infaccia mentre vedo questo spagnolo, che è ormaiun romano, parlare del manoscritto dei contiCatanzano che è nelle sue mani; la seconda restaun’estasiante rottura da quello che era ieri (vive-vo anche senza Rossini) e quello che è oggi (esat-tamente come perdere la verginità). Oggi, infatti,io - che sono l’umanità - ho Rossini nel cuore elui, Martinez, lo ha nelle mani. (...)
STEFANOMASTRUZZIEDITORE
   P  e  r   i  o   d   i  c  o   d   i   i  n   f  o  r  m  a  z   i  o  n  e ,  a   t   t  u  a   l   i   t   à  e  c  u   l   t  u  r  a  m  u  s   i  c  a   l  e  a  c  u  r  a   d  e   l   S  a   i  n   t   L  o  u   i  s   C  o   l   l  e  g  e  o   f   M  u  s   i  c
CONTINUA NELLA PAGINA SOUNDTRACKING
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CONTINUA NELLA PAGINA CLASSICA-MENTE
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ROMINACIUFFA
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WHAT BACHARACHNEEDS
di Valentina Giosa
Compositore di brani indimenticabili come
Trains And Boats And Planes
,
Walk On By
,
 I’ll Never Fall In Love Again
,
 Are You There With Another Girl
,
What The World Needs Now Is Love
,
 I Say ALittlePrayer 
,
 RaindropsKeep Falling On My Head 
e centina-ia di altre perlemusicali, BurtBacharach nonsmette mai di emo-zionarci senza mairipetersi regalando-ci colonne sonoretraboccanti di pas-sione. Nonostante isuoi oltre cinquan-t’anni di carriera(in cui ha collezio-nato 3 Oscar e 6Grammy), (...)
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pop&rock
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pop&rock
 
a cura di ROSSELLA GAUDENZI
Music In
Autunno 2008
CHATNOIR
Luca, Michele,Giuliano: chiamali gatti neri.Che attraverseranno la strada
LIZAMINNELLI
Voglio sve-gliarmi nella città che non dormemai. Oggi mi sveglio a Roma
BURTBACARACH
«Non voglio undisco ricco di pezzi facili da mandare inradio»: ed esce
 At This Time
.
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Il
ricordo dolce che si è fissato in manieraindelebile nella mente di Giuliano fa veni-re la pelle d’oca anche a me - ed abbiamo appe-na commentato un sole settembrino incredibil-mente caldo, goduto dalla terrazza di un hotelnel centro di Roma: nel momento in cui glichiedo di «regalarmi una fotografia», un’istan-tanea, un ricordo del suo gruppo, gli
Chat Noir 
,Giuliano Ferrari, batterista del trio, rievoca ilmomento dell’arrivo del pacco del disco
 Découpage
, prodotto dalla Universal.In un momento di frenesia, di forte lavoro, dinervosismi, i tre musicisti si trovano a scartareil «loro disco» e tutto si scioglie magicamente,in una cena a base di vini e formaggi e comesottofondo, ripetutamente, la loro creazione.Non senza difficoltà, storcendo un po’labocca, così riesce a definire i tre musicisti: Lucaè la mente, Michele l’anima, Giuliano il cuore.Per quanto la creatività sia ben distribuita traloro e renda giustizia definire collettive le lorocomposizioni.
L’avventura degli
Chat Noir
è quella di tremusicisti colti, sobri e raffinati nati nel 1979:Michele Cavallari, Luca Fogagnolo eGiuliano Ferrari, rispettivamente pianista,contrabbassista e batterista di un trio jazznato nel 2002 che con questa formazione pro-segue, intraprende le sue scalate, fa le suescommesse.
 Direi che siamo Chat Noir quasi dal primomomento. L’antefatto è che Luca e Michele,amici dai tempi del liceo, musicisti e appassiona-ti di jazz, in duo si dedicano agli studi del pianoe del contrabbasso. Presto nasce l’esigenza dellabatteria e mi unisco a loro: è un sodalizio di ami-cizia innanzitutto, di condivisione di passionisenza particolari aspettative.Si inizia pian piano a comporre; con lo studioassiduo degli standards si diviene più solidi,tanto da potersi avvicinare alle composizionimoderne. E si osa. Ci siamo inoltrati in generidiversi, senza perdere mai la bussola. Il nome nasce per un’illuminazione casuale,dopo pochi tentativi di ricerca. Ad agosto del2002 esce il coinvolgente disco del suonatore diliuto tunisino Anour Brahem, accompagnato da piano e fisarmonica, dal titolo
 Le Pas du Chat Noir
. Quel disco lo abbiamo consumato; inoltrela suggestione ulteriore proviene dall’ormai famosa locandina del café francese di Toulouse Lautrec. Siamo gli Chat Noir.
Si ironizza sul numero di vite dei gatti,chiedo quante vite il trio abbia perso o gua-dagnato; Giuliano ribatte che si potrebbeprocedere a ritroso, partendo da zero edarrivando a sette. Un percorso fatto di tantecomponenti, positive e negative: fatica molta,ostinazione moltissima.
 Mi sento di dare questo consiglio: i dischivanno spediti a decine, centinaia di copie. Sucento spedizioni, si riceveranno a dir tanto diecirisposte, e su dieci nove sono perdite di tempo. Ne resta una buona. È così facendo che si posso-no ricevere critiche costruttive, e in questo modosiamo arrivati all’etichetta Splasc(h) Recordsche ha prodotto il primo disco,
 Adoration
(2006). Si riparte, stavolta con un biglietto davisita in tasca, con una consapevolezza di sé maggiore, con determinate recensioni all’attivoe l’attenzione di determinati giornalisti su di te.C’è il salto di qualità nel momento in cui laUniversal Music si accorge di te e produrrà
 Découpage
(2007) e
 Difficult To See You
(usci-to il 22 settembre e presentato il 29 settembreall’Auditorium Parco della Musica).
Accadeva dell’altro nel frattempo, perchéla vostra storia è fatta anche di cinema…
 Il disco è stato spedito anche ad alcuni registi,tra cui Cristina Comencini, che girava all’epoca
 La Bestianel Cuore
; le è piaciuto, ha scelto eutilizzato
 Noir 451
tratto da Adoration che èentrato a far parte della colonna sonora. Il film è stato candidato agli Oscar, quindi per noi c’è stato un ritorno importante. Per il filmsuccessivo,
 Bianco e Nero
 , abbiamo compostotre inediti:
Conversation inBlue
 ,
Talkin’Slowly
 ,
You can Teach.
Poi c’è stata la collaborazione con FrancescaComencini per un meraviglioso documentariosul lavoro in fabbrica, fatto con immagini direpertorio strepitose dagli anni ‘50 ad oggi. Lanostra cover di
Via del Campo
è stata molto con-vincente.
Come definiresti, oggi, il vostro stile?
Potremmo sì definirci un trio jazz, ma nonclassico, soprattutto dal punto di vista dellastruttura dei brani. Sono composizioni dallastruttura della canzone rock, con il tema svilup- pato in più parti, echi derivanti dalla nostra pas-sione per la scuola del Nord Europa, norvegese;in più ci siamo alimentati di Beatles e Pink Floyd. Quindi laddove è necessaria una ritmica più rockeggiante, ammettiamo senza difficoltà diesserci allontanati dal jazz. In noi c’è il Miles Davis dei dischi degli anni ‘60, di quegli esempidi ricerca di un nuovo linguaggio jazzistico. Instudio di registrazione si procede alla manieratradizionale, registrando insieme gli strumenti principali. In più c’è la post-produzione: Lucausa il theremin - strumento analogico - più effet-ti sul contrabbasso, Michele il lap con cui produ-ce effetti che creano atmosfera ed interagisconocon il sound e in più fa un uso del pianoforte fil-trato (delay e distorsori). Io utilizzo percussionielettroniche che rendono particolari suoni, cometappeto sonoro o piccoli interventi elettronici.
La vostra musica sembra la risultante dicomponenti artistiche diverse: quali sono levostre ispirazioni?
Viviamo di stimoli non solo musicali; moltoscaturisce dai film e numerose sono le influenzenarrative. Ad esempio
Trilogy
 , brano inserito in
 Découpage
 , è nato dalla Trilogia di New York diPaul Auster, al quale lo abbiamo peraltro spedi-to…
 Elefante
 , analizzando sempre lo stessodisco, è nato innanzitutto dalla
«
sensazione» procurata dall’immagine di un elefante in unnegozio di cocci.Passando a
 Difficult to See You
il brano
 Rovine Circolari
si rifà all’omonimo racconto di Borges;
To Build a Fire
ad un racconto inusua-le, surreale ed inquietante di Jack London.
La nostra chiacchierata volge al termine erimane in me la fissazione di ricapitolare: tredischi, più tre collaborazioni cinematografiche,più una presentazione da capogiro con il mar-chio Auditorium Parco della Musica. Non pote-vo scegliere momento migliore per questa inter-vista. Gli
Chat Noir 
hanno davvero guadagnatosette vite.
Rossella Gaudenzi
LE SETTE VITEDEGLI CHAT NOIR
Fa venire la pelle d’oca anche a me.Che sia solo l’idea di fermare una delle loro vite mentre le altre sei impazzano
rue Diva.
Aben riflettere, difficilmente si troverebbeuna migliore definizione per Liza Minnelli. Diva vera,e tra le poche in circolazione oggigiorno. Solo per ilfatto di incarnare la New York che fu, sognante esensuale, fatta di lustrini e paillettes, di tendoni da palco-scenico, rossetto rosso e giarrettiere. Diva vera peressere nata e cresciuta tra star, da buona figlia d’arte:l’indimenticabile Judy Garland - incantevoleDorothy del mago di Oz - era una mamma celebread Hollywood, cantante di successo, tanto quantoil padre, lo stimato regista cinematograficoVincente Minnelli. I primi passi si muovononon sulla strada ma sul palcoscenico: confon-dere vita e finzione è inevitabile. Danza,recitazione e canto sono vita reale quantola scuola ed i giochi con gli altri bambi-ni. Quasi sembra segnato il destinodella piccola Liza che darà il meglio disé in scena, nello specifico nel musi-cal, ma una volta deposti i costumidovrà fare i conti con rapporti personalicomplessi, storie sentimentali turbolente.Non a caso, il titolo di uno dei suoi maggio-ri successi è
 Life is a cabaret 
. All’età di 16anni prende parte a New York allo spettacolo disuccesso
 Best Foot Forward 
: è la gavetta necessariaal grande salto che avverrà nel 1964, con l’esibizioneaccanto alla madre al concerto del London Palladium.Vince nel ‘65 un Tony Award, nel 1967 debutta al cinema e nel ‘69 viene già nominata all’Oscar.La consacrazione è legata al musical
Cabaret 
(1972) e questa volta l’Oscar la premia meritatamente.Di nuovo alla ribalta nel ‘76 nel musical
 New York, New York 
di Martin Scorsese, nel quale interpre-ta una cantante di jazz innamorata perdutamente di uno scorbutico Robert De Niro che veste i pannidel musicista. Tutto ciò inframmezzato da duetti con Frank Sinatra, che la portano in giro per ilmondo. E accompagnato da alcool, droghe, amori, divorzi. Dopo quindici anni di assenza la Divatorna in Italia. Tra ottobre e novembre toccherà con il suo tour Roma, Torino, Firenze, Bari, Milano.
Auditorium Parco della Musica di Roma, 29 ottobre.
Rossella Gaudenzi
(...) 
con l’uscita di
 At this Time
, è riuscito atirar fuori forse uno dei suoi migliori lavori con-fermandoci ancora una volta che «laclasse non è acqua». Nato a KansasCity nel 1928, Bacharach negli anni50 e 60 è stato pianista, arrangiatoree leader della band che accompagna-va in tour
Marlene Dietrich
. Nel1959, ancora semi-sconosciuto comeautore di canzoni, ha conseguito ilsuccesso con
 Heavenly
e
Faithfully
, eseguite daJohnny Mathis, che hannovinto entrambe il discod’oro.È iniziata così la suafortunata collaborazionecon Hal David con cui hascritto gran parte del suointramontabile repertorioche unisce il gusto raffina-to per la melodia e la sem-plicità diretta e immediatadel pop ad influenze jazz edechi soul chiaramente indivi-duabili nelle vocalist cheBacharach ha scelto con iltempo per i suoi brani,prima fra tutte la straordi-naria Dionne Warwick(ben 21 pezzi sono statiscritti soltanto per lei). Hacollaborato inoltre conBeatles, Elvis Costello, TomJones, Aretha Franklin, B.J.Thomas, Dusty Springfield,Drifters e innumerevoli sonogli artisti che ancora oggieseguono e riarrangiano isuoi brani.«
Questo disco inaugura per me un nuovo genere
»,spiega l’artista durante lapromozione di
 At this Time
.«
 Rob Stringer (proprietariodi SonyBMG e il primo alegarlo alla casa discografi-ca) mi ha chiesto di realizza-re un album cercando diespormi a qualche rischio in più. Mi ha detto ‘Non voglioun disco ricco di pezzi facili da mandare inradio. Anche se scrivi canzoni splendide finiraicomunque per restare deluso perché la gentedirà che non sono belle come quelle del pas-sato’. Perciò mi sono impegnato in un pro-getto completamente nuovo
».Realizzato grazie alla collaborazione conautorevoli artisti quali il re dell’hip-hop Dr.Dre, Denaun Porter e Prinz Board dei BlackEyed Peas, il disco include vere e propriemini-opere della durata di 7 minuti conarrangiamenti ricercati e messaggipolitici piuttosto espliciti. RufusWainwright e Elvis Costello gliospiti d’onore che prendono parterispettivamente ai brani
Go Ask Shakespeare
e
Who Are ThesePeople?
.Nato dopo anni di silenzio,
 At This Time
è il suo primo albumdal contenuto dichiaratamentepolitico. «
Odio quello che stasuccedendo nel mondo
», con-fessa Bacharach.«
Voglio provare a racconta-re quello che penso. Dobbiamo porre fine alla vio-lenza perché ne stiamo per-dendo il controllo. Ho duebambini piccoli e uno di 19anni, mi chiedo che ne saràdel loro futuro
».In un mondo dominato dal-l’onnipotenza dell’apparenza,è senza dubbio rassicurante vedereche esistono ancora artisti che uti-lizzano la musica come puro mes-saggio e non come semplice esibi-zione o virtuose dimostrazioni dibravura, ma d’altronde musicistitalentuosi e «
ricchi
» come lui forsece ne sono un po’pochi in circola-zione.E nelle sue parole sembra quasidi riascoltare le note di
What theworld needs now is love.
28/10
ORE
21 A
UDITORIUMDELLA
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ONCILIAZIONE
Via dellaConciliazione, 4 - Roma
 WHAT BACHARACH NEEDS
 Incarna la New York che fu, sognante e sensuale, fatta dilustrini e paillettes, tendoni da palcoscenico, rossettorosso e giarrettiere. We wanna be a part of it. Dell’unica, vera figlia del mago di Oz.
VERA DIVA VERA LIZA
 
CONTINUA DALLA PRIMA PAGINA
di Valentina Giosa
 
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FRANK GAMBALE
Ogni quanti giorni cambi corde? Usila corda di sol di dimensione pari al mi cantino visto che iltuo bending lo effettui quasi sempre sul si? E poi e poi?
JIMI HENDRIX FESTIVAL
Un selvaggio della chitarra, il primoad usare distorsioni in forma di fuzz, a sfruttare il pedale wah wah ea conferire dignità melodica al feedback, oggi compirebbe 66 anni
Music In
Autunno 2008
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Tm Stevens, Vinnie Moore, Uli Jon Roth,Popa Chubby: sono tutti insiemea festeggiare il 66esimo compleannodi un Foxy-man
er festeggiare una delle leggende della storia della musica che il27 novembre avrebbe compiuto 66 anni, tutti a Stazione Birraper la IVedizione del
Festival Jimi Hendrix
! Il 27 e il 28novembre, dopo selezioni musicali e videolive dedicati al musicista diSeattle, «James Marshall»Hendrix, saliranno sul palco alcuni fra imigliori chitarristi hendrixiani. Prima
Tm Stevens
, bassista e cantante(la cui voce viene spesso paragonata a James Brown) che vanta colla-borazioni con Steve Vai, Cindy Lauper, Little Steven, Tina Turner eBilly Joel, Pretenders, Joe Cocker ma anche Miles Davis, Mahavishue John McLaughlin durante i suoi esordi jazz. È qui con un soundheavy metal funk contaminato da elementi percussivi, afro e reggae.Quindi,
Vinnie Moore
: uno dei pochi chitarristi ad adottare il cosiddet-to stile «neoclassico» traendo ispirazione da
Yngwie Malmsteen,
senzalimitarsi però ad emularlo ma introducendo nel genere uno stile deltutto personale che lo rende uno dei più grandi
shredder 
(guitar hero«veloci») di tutti i tempi. Poi Ulrich Roth, in arte
Uli Jon Roth
, da molticonsiderato l’erede più diretto di Hendrix: famoso per il suo passatoinsieme agli
Scorpions
(il live
Tokyo Tapes
ha venduto un milione dicopie), che ha abbandonato nel 1978 per fondare gli
Electric Sun
.Un’intera serata, quella di mercoledì, è invece dedicata a uno deimusicisti più rappresentativi e carismatici del blues mondiale, capacedi innovarne il linguaggio e di contaminarlo con i generi più moderni:
Popa Chubby
.Il rock sanguigno, la voce sporca e grintosa e una FenderStratocaster affilata e swingante hanno fatto di Popa Chubby un puntodi riferimento fra i chitarristi di ultima generazione. La sua alchimiamusicale si è evoluta durante i suoi primi cinque album raggiungendola sua massima potenzialità con
 Brooklyn Basement Blues
, che abbrac-cia blues, soul, rhythm’n blues, rock, jazz, funk e rap e riflette l’atmo-sfera multietnica del blues tipica di New York. Ha detto: «
 Il blues a New York è una cruda musica urbana che ti colpisce direttamente in faccia. È la personificazione dell’onestà e della realtà, che non mentee non ha pretese
».
 Valentina Giosa
Frank Gambale -
guitar hero
trasversale e musicista talentuoso - è stato scritto tutto e ilcontrario di tutto; molti i detrattori di una tecnica esacerbata a tutto danno della musica emolti (forse i più) coloro che seguono la carriera di questo fantasista delle sei corde. Certoè che un suo concerto non può passare inosservato e sotto silenzio, e per questo nella sua recente dataromana all’Auditorium Parco della Musica ci si è trovati di fronte a un protagonista importante dellamusica contemporanea, in grado di suonare rock, jazz, fusion o classica (sì, classica...) con la stessaintensità e con un
mood 
di volta in volta adeguato allo spirito del genere di riferimento.Né d’altro canto Chick Corea, tanto per dire una delle centinaia di collaborazioni prestigiose diFrank Gambale, l’avrebbe voluto al fianco nella sua Elektrik Band per tanti anni se non vi avessericonosciuto un talento davvero fuori dall’ordinario. In più, credo, la sorpresa di ascoltarlo con unaformazione tutta acustica (Otmaro Ruiz al piano, Alain Caron alla chitarra acustica) con la quale hapresentato il suo ultimo lavoro
 Natural High
, una delle piccole perle discografiche dell’anno allespalle e del quale si è parlato troppo poco.L’album e il tour di promozione comprendono una elegante rivisitazione di standard riarrangiatie pertanto ironicamente ri-titolati da
 Have you met Tom Jones
a
You are all the things
; in particola-re quest’ultima rilettura è una delle più convincenti che da tempo si ascoltassero, dall’inversionedel tema ad un’improvvisazione lucida, ispirata e armonicamente originalissima. Il tutto supporta-to dalla tecnica che, al di là di tutto, Gambale sfoggia sul suo strumento che tiranneggia in modoilluminato e che recentemente sempre di più riesce a piegare ad esigenze espressive convincenti.Lontano da un virtuosismo che alle volte - è vero - è risultato fine a se stesso e privo di comunica-tività, Gambale è oggi un chitarrista, compositore ed arrangiatore maturo.Per l’angolo dell’aneddotica, in un recente seminario svolto a Perugia mi trovavo in mezzo a tantialtri più o meno giovani aspiranti chitarristi, tutti protesi a rubare briciole di mestiere a Gambale,persona nota per il tratto umile, mite e sorprendentemente garbata nei modi. E lì, dopo i primi minu-ti di imbarazzo che sempre prelude a questo genere di seminari, si è trovato subissato dalle doman-de più bizzarre: ogni quanti giorni cambi corde? Usi la corda di sol di dimensione pari al mi canti-no visto che il tuo bending lo effettui quasi sempre sul si (
sic
)? E poi ancora pickup, effetti, modu-latori, pedali, rack, pickup, plettri, ponti, truss rod, insomma il tutto trasformatosi in un sequel diingegneria del suono e meccanica applicata.Dopo aver risposto pazientemente a tutto, lui allarga il viso in un sorriso luminoso e dice: «
 Heyguys, it’s just music, play it!
». Ragazzi, è solo musica.
Paolo Romano
Nel cuore del Rione Monti il Charity Cafè, punto di rife-rimento per gli appassionati del
 jazz che gira a Roma
festeg-gia, con la stagione 2008-2009, otto anni di musica live.L’iniziativa
Palco Aperto & SLMC 
riveste particolare rilie-vo: due martedì al mese è Palco Aperto per i giovani talen-ti del Saint Louis College of Music. La nuova collaborazio-ne prevede inoltre degli appuntamenti mensili con i «big»del Saint Louis Management -
 Italian Jazz
e
 Beyond 
- tracui: Paolo Recchia, Chat Noir, Susanna Stivali, ClaudioFilippini.La programmazione, da settembre a maggio, pre-vede più spazio alle voci femminili ogni mercoledì sera, jam session il giovedì, appuntamento fisso per molti musi-cisti della capitale che si esibiscono in tributi ai grandi del jazz improvvisando su standards e originals; concerti ilvenerdì e il sabato. Inoltre rassegne tematiche dedicate aglistrumenti tipici e più caridel jazz e progetti dedicati a musi-cisti che hanno fatto la storia della musica. Tra le novitàdella stagione: la Sala da tè, l’Aperitivo, il Palco Apertotutti i pomeriggi per suonare e blues due volte al mese perrisalire alle origini del jazz.
(RG)
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