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Per le vittime civili della guerra - EMERGENCY n°1, febbraio 1995

Per le vittime civili della guerra - EMERGENCY n°1, febbraio 1995

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Published by EMERGENCY ONG/Onlus
il 15 maggio di 18 anni fa nasceva a Milano EMERGENCY.
EMERGENCY pubblica un periodico che distribuisce gratuitamente a tutti i suoi amici e sostenitori.
Quello qui pubblicato è il primo numero del febbraio 1995.
il 15 maggio di 18 anni fa nasceva a Milano EMERGENCY.
EMERGENCY pubblica un periodico che distribuisce gratuitamente a tutti i suoi amici e sostenitori.
Quello qui pubblicato è il primo numero del febbraio 1995.

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Published by: EMERGENCY ONG/Onlus on May 15, 2012
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05/13/2014

 
QUESTI FOGLI nascono anzitutto daun obbligo verso i molti che in formediverse si sono sentiti coinvolti dalleiniziative di
EMERGENCY.
Oltre a informare e dar conto, si vor- rebbe anche riflettere: mettere in lu- ce e in discussione il senso, gli scopi,i modi di un’iniziativa di pace e uma- nitaria. Perciò questi fogli voglionessere uno spazio aperto a chiunqueintenda fornire un proprio apporto.
K
 ABUL 
, A 
FGANISTAN
:
ogni mese diecimilacivili sono feriti in una delle tante guerre di- menticate. Ogni anno, milioni di innocentisoffrono le conseguenze di guerre di cuiignorano le ragioni, a volte l’esistenza. Non hannovoce né diritti, volti anonimi di donne e bambini lacui vita viene segnata per sempre dalla follia dei si- gnori della guerra, alle soglie del Duemila.
Emergency 
nasce per occuparsi di loro, le vitti- me, anzi le vittime civili dei conflitti, perché credia- mo che chi fa le guerre abbia, in ogni caso, pesantiresponsabilità. Come si spiegherebbe altrimenti chei civili inermi rappresentino oggi più del novantaper cento delle vittime di ogni conflitto?
Emergency 
non si occupa di «cooperazione» nédi «aiuto allo sviluppo», ma di stabilire interventi diemergenza, di supporto alla vita, in favore dei civilivittime della guerra.
Emergency 
è una organizzazione laica, privata epoliticamente indipendente. Abbiamo visto più voltei danni derivanti dalla commistione tra politica e aiu- ti, tra aiuti e affari. In Italia, la Cooperazione gestitadal Ministero degli Esteri è l’esempio più macroscopi- co di questo modo
politico 
di intendere gli aiuti. Siapre così la strada al clientelismo e alla corruzione.
Emergency 
ritiene che i progetti di interventodebbano essere decisi esclusivamente in base aconsiderazioni di tipo tecnico e umanitario, perciòrifiuta finanziamenti governativi. I nostri fondi ven- gono direttamente dalla solidarietà della gente, cuirendiamo conto, anche attraverso questo giornale.Gli interventi umanitari debbono essere gestiti daprofessionisti. Non è solo questione di evitare i co- siddetti viaggi-spettacolo, quelli che di volta in voltaregalano barre di cioccolato a bambini malnutriti,o si concludono con lo sbarco di qualche politicoall’aeroporto di Fiumicino, con due «negretti»in braccio per la gioia dei fotografi.C’è bisogno urgente di intervenire, da esperti, inmodo efficace, con metodi di lavoro e tecnologieappropriate. C’è bisogno, in altre parole, di andareal di là del «voler rendersi utili» per essere utili dav- vero. Le pillole anoressizzanti (quelle che tolgonol’appetito!) distribuite agli affamati del Corno d’Afri- ca per «alleviarne le sofferenze», o i sofisticati moni- tors regalati a ospedali africani dove mancal’elettricità, son lì a testimoniarlo.Portare aiuto a chi soffre le conseguenze dei con- flitti. Senza dimenticare, però, che dietro i razzi, lebombe e i mitra c’è chi tira il grilletto, chi le armi leha prodotte o vendute, e c’è infine chi alimenta lalogica dell’odio e delle guerre.Promuovere una cultura di pace e di solidarietà èallora un altro modo concreto di aiutare le vittimedelle guerre. E’ quel che possiamo, anzi dobbiamofare nei cosiddetti Paesi sviluppati.
1 FEBBRAIO MARZO 1995 • SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE 50% MI
Nell’attesa, questo primo numero risulta di necessità espressione di chi in qualche modo è “addentro” l’attività.Le poche persone che se fossero prive d’ironia si definirebbero «redazione» han notato che chiunque di loro scrivessemanifestava opinioni già maturate come comuni. Una ragione questa per sollecitare contributi diversi; ma, insieme, unagradevole constatazione: tra assilli finanziari e urgenze organizzative s’è vissuta anche un’esperienza di cultura.Per questo gli articoli prodotti dalla “redazione” non sono firmati: che dei pensieri, financo delle parole, non si riescatra noi a stabilire quali siano di chi, ci par bello, soprattutto perchè è vero.
Per levittimcivili 
della guerra 
Nella fotouna famigliaCecena in fugaverso Gudermes,a sud di Grozny 
 
La fine
dopoguerra
La guerra moderna è facile da pubbli-cizzare: combatti per un anno in un pae-se e ne rovini due per un secolo.Non è secondaria, tra le «virtù» dellaguerra moderna, questa sua vita «ultra-terrena», al di là cioè degli scontri sul ter-reno: un «durare eterno» oltre sé stessa.
DOPOGUERRA ABOLITO
«Dopoguerra» è parola da conversazio-ni al circolo ufficiali: i militari che «fan-no», «conducono» la guerra possono an-che tra loro raccontarsi che un certo gior-no è finita.Per chi deve invece limitarsi a subirla,la guerra continua a tempo indetermina-to: nell’aver perso tutto, nel trovarsi esuli,scomparse o in estinzione. Il militareodierno tende a somigliare sempre di piùa un ingegnere elettronico che aicontadini strappati ai campi e alle stalleper morire intorno al Piave o nella ritiratadi Russia.Il nuovo soldato non è più la «carne damacello» che si diceva: è un bene da con-siderare prezioso per quanto costa adde-strarlo, specializzarlo, aggiornarlo. Il nuo-vo soldato è un notevole investimento: èquesto il suo valore, di qui la necessità difarlo rendere, non sprecarlo, conservarlo.
SOFISTICATI E BRUTALI
La guerra «tecnologicamente avanza-ta», del resto, sempre meno richiedemasse sterminate di fanti. Molte armi,spesso le più efficaci e terribili, agisconoda sé o comandate a distanza.Per «soldato moderno» si pensa, ovvia-mente, al professionista del «primo mon-do». Altra cosa sono i combattenti localidel mondo che chiamiamo «terzo».Quando alle armi moderne, resedisponibilissime da interessi commercia-li, vengono applicate le tradizioni dell’ar-co o del machete, ne derivano unaviolenza inspiegabile e un’incredibilebrutalità.Chi davvero vinca una guerra o chi laperda non risulta da qualche documentointernazionale; la sconfitta sta nelle im-possibili condizioni di vita cui una delleparti o molto spesso entrambe le partisono condannate per dieci, cinquanta,cent’anni.
EMIGRANTI E RIFUGIATI
 A seguito delle guerre, in zone del terzo(o quarto) mondo, popolazioni interespinte dal terrore e dalla disperazionecompiono spostamenti di centinaia dichilometri. Queste migrazioni non posso-no avere il carattere di veloce «andata eritorno». Il fenomeno dei rifugiati, per sua
F
RA LE VITTIME DELLA GUERRA MODERNA IL 90% NON SONO COMBATTENTI. QUESTE VITTI-ME CIVILI NON SONO COLPITE PER «TRAGICI ERRORI» O «FATALITA’». I NON COMBATTENTI ELE STRUTTURE DELLA VITA CIVILE SONO I VERI OBIETTIVI E I DESTINATARI DELLE DISTRU-ZIONI COMPIUTE DALLA GUERRA MODERNA. IL «SOLDATINO», IL «FANTACCINO» SON FIGURE
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UN’ARMA CHE COLPISCE ININTERROTTAMENTE ANCHE SENZA ESPLODERE 
M I N E
profughi, rifugiati, mutilati, nella neces-sità di rispondere anche ai bisogni deimolti che la guerra ha reso incapaci diesistenza autonoma. Per le popolazionicivili il «dopoguerra» è stato abolito.Un decisivo «alimento per la vita eter-na» della guerra sono le mine antiuomo.Queste armi non soltanto uccidono omutilano 15.000 persone l’anno. Tanto illoro brillare quanto il loro semplice resta-re sul terreno rendono la guerra indefini-tamente presente: non nel ricordo o insimbolo, ma nella realtà, imprimendo se-gni definitivi e indelebili.
DURATA DELLA GUERRA E TEMPO DEGLI AFFARI
Quando cinque, dieci, vent’anni dopola cessazione ufficiale delle ostilità restauccisa una donna mentre raccoglie legna,un bambino viene mutilato mentre gioca,o un contadino si ritrova improvvisamen-te cieco, non è successa una disgrazia; s’ècompiuto un processo in corso ed è giun-to ad attuazione un piano.E in verità è arrivato a conclusioneanche un ottimo affare: il costo di unamina antiuomo è risibile a fronte del dan-no che ne deriva al «nemico» (15.000 lirecirca, di fronte a una spesa media di1.000.000 per disinnescarla).Quest’arma mantiene la sua funziona-lità per parecchi anni e nell’essere collo-cata sul terreno ha già raggiunto il suoscopo, garantito il suo rendimento.Quando esplode, se non uccide produ-ce un invalido, creando così un handicapanche per la società che dovrà accollarse-ne le difficoltà, l’«improduttività».Ma le mine antiuomo inesplose agisco-no a loro volta, e agiscono ininterrotta-mente: sono una costante minaccia ter-roristica, rendono i campi non coltivabili,impraticabili i sentieri, inutilizzabili interiterritori.Le mine antiuomo non soltanto hannonatura, dura fin che durano le ostilità e i motivi delle ostilità.Spesso però chi ha compiuto quel cammino una volta non è ingrado di ripercorrerlo. La permanenza «provvisoria» del rifugia-to si protrae e si converte in una situazione di fatto definitiva.Un territorio viene abbandonato mentre un altro si ritrovasovraffollato: con danno di entrambi; con la possibilità chela nuova situazione sia fonte di nuovi attriti o scontri; con lacertezza di un presente e un futuro comunque più difficili edisagiati del passato.la possibilità di colpire; colpiscono già, e continuativamente,per il fatto di essere una possibilità.Della guerra moderna si può decidere l’inizio; ma per come ècombattuta continua a tempo indeterminato, sottraendo que-sto suo durare a qualsiasi volontà o decisione.L’aspirazione illuministica alla pace perpetua non è statasolamente trascurata o disprezzata. L’irrisione di quel sogno haprodotto il suo simmetrico contrario: l’utopia negativa dellaguerra senza fine.
La nuova strategia militare offre un mondo deserto inabitabile anche per i sopravvissuti 
del
E M E R G E N C Y
 
numero impressionante di mutilati e diinvalidi.
NEGLI ALTRI PAESI
La Convenzione delle Nazioni Unitesulle «armi indiscriminate» è stata ratifi-cata da 46 Paesi.Sono 19 i Paesi che hanno adottato unamoratoria sulla esportazione delle mineantiuomo: Argentina, Belgio, Canada,Francia, Germania, Gran Bretagna,Grecia, Israele, Italia, Olanda, Polonia,Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca,Russia, Spagna, Stati Uniti, Sudafrica,Svezia, Svizzera.I diversi Paesi hanno adottato iniziativetra loro diverse: la Svizzera, ad esempio,ha bloccato le esportazioni limitatamenteagli Stati che non hanno ratificato la Con-venzione ONU.
1995: REVISIONE DEL PROTOCOLLO
Dal 23 settembre al 15 ottobre 1995 sisvolgerà una conferenza di revisione dellaconvenzione del 1980. L’Italia vi parteci-perà a pieno titolo, non da sempliceosservatore come sarebbe accaduto inassenza di ratifica.Lavori preparatori sono già in corso.Le organizzazioni umanitarie interna-zionali che sul problema delle mine com-piono interventi e dispongono di unanotevole esperienza chiedono di poterepartecipare in forme attive a questi lavori.Su questa scadenza occorre mantenereviva l’attenzione dell’opinionepubblica, con una campagnad’informazione e sensibilizza-zione simile a quella che nelcorso del ’94 ha indotto il parla-mento e il governo ad assumereiniziative e decisionirinviate ed eluseper oltre un de-cennio.Si sono invece svolte considerazioniall’apparenza “realistiche”, ipotizzandoche il tutto si riducesse alla cessione di«quote di mercato».
LA CONVENZIONE ONU
Il Senato (27 settembre 1994) e la Ca-mera (6 dicembre 1994) hanno votato undisegno di legge di ratifica della Conven-zione ONU del 10 ottobre 1980 sulle«armi ad effetti indiscriminati», che com-prende il protocollo sulle mine. L’appro-vazione è avvenuta quasi all’unanimità.Nella discussione si sono sottolineate lenecessità di interventi di sminamento edi riconversione produttiva e di controllisul rispetto delle decisioni politiche daparte delle industrie, sia per la produzio-ne, sia per la commercializzazione.Non ha invece trovato spazio il tema,proprio e specifico di EMERGENCY,dell’aiuto sanitario alle numerosissimevittime delle mine antiuomo. Vi ha sol-tanto fatto cenno un deputato che recen-temente ha visitato il Mozambico, rife-rendo di una constatazione diretta di un
Dopo la «campagna» in Italia, appuntamento a Ginevra in autunno 
LE MINEDEL FUTURO:«INTELLIGENTI»
I
militari fanno il loromestiere, i fabbrican- ti di armi sonoimprenditori, e chi levende semplice mer- cante. Tutti insieme,con l’eventualeaggiunta di qualchepolitico a far da porta- voce, sono però capa- ci di infamie straordi- narie. Tutti insiemesono capaci di escogi- tazioni incredibiliper la conservazionee l’evoluzione dellaloro specie. Così nascel’idea delle «mine intel- ligenti», armi “dolci”,umane, che si autodi- struggono o chediventano inoffensivedopo un certo tempo.Così potranno vendere«prodotti» più sofisticatie quindi più costosi; nevenderanno anche dipiù, visto che le mineintelligenti bisogneràpur rimpiazzarle, unavolta fuori uso.L’idea è geniale.Perché funzioni econseguai suoi scopi“filantropici” basteràimpartire istruzioni allenuove mine ad autodi- struzione, che del re- sto sono «intelligenti»e impareranno presto.Dovranno accertarsi,prima di esplodere,che intorno non ci sianessuno.Le mine a inattivazio- ne, invece, che nonesplodono da sole, sene stanno lì, inerti pez- zi di plastica, a far danatura morta. I bambi- ni potranno giocaretranquilli. Certo, per maggior sicurezza,dovranno prima con- trollare che le minesiano ormai innocue,come si fa con la datadi scadenza del lattefresco. Se poi, calpe- standone una, qualcu- no di loro verrà fatto apezzi, si sarà comunqueottenuto qualcosa diutile: l’informazioneche il luogo non eraancora adatto a diven- tare un campo di cal- cio. Sarebbe bastatorinviare la partita...Come si vede, l’idea,potrebbe funzionare:resta solo da risolverequalche problema.Tutti insieme, i promo- tori delle mine intelli- genti potrebberocompiere un primopasso, per garantire«la qualità del prodotto»che vogliono commer- cializzare: svolgereuna rigorosa speri- mentazione nei campida golf o nei parchidelle loro ville, al ripa- ro dagli occhi indiscre- ti della concorrenza.
LAVORO ANCHESENZA MINE
I
l Consiglio di fabbricadella Valsella e ilsindacato brescianodenunciano che nes- sun disegno di legge èstato approntato per dare seguito alle indi- cazioni parlamentari.Le “inerzie attendiste”della Valsella e delgoverno alimentanola preoccupazioneche si miri soltanto alasciar trascorrere deltempo per tornare poia una produzionebellica: eventualmentedi mine «della terza ge- nerazione», dotated’un dispositivo diautodistruzione.Denunciando i rifiutidella Valsella a iniziati- ve congiunte di studioe progettazioneper la produzionealternativa, il sindacatoannuncia che intendecomunque elaborareal riguardo un’autono- ma proposta.
3
La Valmara 69,modello “di punta”della Valsella,una delle più micidialimine antiuomo.Ferisce e mutilaanche a 300 metri.Nella paginaa fianco:la PFM-1di produzionesovietica,detta anche«mina farfalla».Decine di migliaiadi bambini afganihanno perso le manio la vista per aver gio- cato con questo oggetto.
L’Italiadelboom
UN’AZIONE UMANITARIADISINNESCARE TRAFFICANTI E GENERALI 
I
NEVIDENTECONNESSIONECONLASUASPECIFICAAZIONEUMANITARIAPROPRIAMENTEMEDICO
-sanitaria, EMERGENCY si è impegnata per la messa al bando delle mine antiuomo.La «campagna» con quest’obiettivo è stata promossa e condotta da organizzazioniumanitarie e pacifiste, laiche e cattoliche, in diverse forme.Così la produzione e la diffusione d’idee come anche la promozione di iniziative alriguardo avevano il problema di raggiungere il cosiddetto «grande pubblico».EMERGENCY ha costituito l’occasione per avere questo contatto. Un chirurgo che daanni interviene in contesti di guerra può narrare mille episodi: non peraltro come sol-tanto «conosciuti» ma come «vissuti».Son casi che riguardano vecchi, bambini,militari, donne, guerriglieri... E tutti i tipidi ferite, di mutilazioni, di sofferenze,venuti fisicamente a contatto con lapersona fisica che ne sta parlando e chete li fa, così, quasi «toccare con mano».Questa situazione comunicativa hafornito a EMERGENCY l’occasione dicontribuire in modo decisivo alla campa-gna sulle mine antiuomo.
L’OPINIONE PUBBLICA 
Il contatto con il grande pubblico èavvenuto attraverso il programma«Maurizio Costanzo Show». Che questocontatto abbia poi conseguito una note-vole continuità, si deve indubbiamenteanche al coinvolgimento personale e allasensibilità di Maurizio Costanzo e deisuoi collaboratori.Grazie all’attivarsi di una catena d’ini-ziative che ha coinvolto diverse migliaiadi persone, si sono ottenuti l’attenzionedella stampa nonché l’ascolto del parla-mento e del governo.Ospite di Maurizio Costanzo nel conte-sto di questa campagna, il ministro delladifesa ha anticipato che il governo italia-no avrebbe sollevato l’argomentonell’incontro del «G-7» a Napoli, nel lu-glio 1994. Ciò che in effetti è avvenuto.
PARLAMENTO E GOVERNO
Il senatore Edo Ronchi, che fin dall’ini-zio ha condiviso e appoggiato questa ini-ziativa, si è assunto l’impegno di pro-muovere iniziative parlamentari al ri-guardo. Ed è Ronchi il primo dei 166 se-natori, appartenenti a tutti i gruppi politi-ci, firmatari e presentatori di una mozio-ne sull’argomento.Questo documento sottolinea in primoluogo la necessità che l’Italia ratifichi laconvenzione ONU del 1980 che imponelimitazioni in tema di mine.Il 2 agosto 1994 questa mozione è statavotata ed approvata quasi all’unanimitàdal senato.Pochissimi i voti non favorevoli, nonmotivati peraltro da una diversa valuta-zione sulla natura delle mine antiuomo.
M I N E
E M E R G E N C Y

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