/  6
 
GENIUS
di Giorgio Agamben (Nottetempo 2004,
 I sassi
)
 Now my charms are all o’erthrownand what strenght I have’s mine own
I latini chiamavano Genius il dio a cui ciascun uomo viene affidato in tutela almomento della nascita. L’etimologia è trasparente ed è ancora visibile nella nostralingua nella prossimità fra genio e generare. Che Genius avesse a che fare con ilgenerare, è del resto evidente dal fatto che l’oggetto per eccellenza “geniale” era, per i latini, il letto:
 genialis lectus
, perché in esso si compie l’atto della generazione. Esacro a Genius era il giorno della nascita, che per questo noi chiamiamo ancoragenetliaco. I regali e i banchetti con cui celebriamo il compleanno sono, malgradol’odioso e ormai ritornello anglosassone, un ricordo della festa e dei scarifici che lefamiglie romane offrivano al Genius nel natalizio dei loro membri. Orazio parla divino puro, di un maialino di due mesi, di un agnello “immolato”, cioè cosparso dellasalsa per il sacrificio; ma sembra che, in origine, non vi fossero che incenso, vino edeliziose focacce al miele, perché Genius, il dio che presiede alla nascita, non gradivai sacrifici sanguinosi.“Si chiama mio Genius, perché mi ha generato
(Genius meus nominatur, quiame genuit 
)”. Ma non basta. Genius non era soltanto la personificazione dell’energiasessuale. Certo, ogni uomo maschio aveva il suo Genius e ogni donna la sua Iuno,entrambi manifestazioni della fecondità che genera e perpetua la vita. Ma, com’èevidente nel termine
ingenium
, che designa la somma delle qualità fisiche e moraliinnate in colui che viene in essere, Genius era in qualche modo la divinizzazionedella persona, il principio che regge ed esprime la sua intera esistenza. Per questo aGenius era consacrata la fronte, non il pube; e il gesto di portare la mano alla fronte,che compiamo quasi senza accorgercene nei momenti di smarrimento, quando ci paredi esserci dimenticati di noi stessi, ricorda il gesto rituale del culto di Genius (
undevenerantes deum tangimus frontem
). E poiché questo dio è, in un certo senso, il piùintomo e proprio, è necessario placarlo e averlo propizio in ogni aspetto e in ognimomento della vita.Vi è un’espressione latina che esprime meravigliosamente il segreto rapportoche ciascuno deve saper intrattenere con il proprio Genius:
indulgere Genio
. AGenius bisogna accondiscendere e abbandonarsi, a Genius dobbiamo concedere tuttoquello che ci chiede, perché la sua esigenza è la nostra esigenza, la sua felicità la
 
nostra felicità. Anche se le sue - le nostre! - pretese possono sembrare sragionevoli ecapricciose, è bene accettarle senza discutere. Se, per scrivere, avete - ha! - bisognodi quella carta giallina, di quella penna speciale, se ci vuole proprio quella luce fiocache spiove da sinistra, è inutile dirsi che qualunque penna fa il suo mestiere, che ognicarta è buona. Se senza quella camicetta di lino celeste (per carità, non la bianca conquel colletto da impiegato!) non vale la pena di vivere, se senza quelle sigarettelunghe con la carta nera non ve la sentite proprio di andare avanti, non serve ripetersiche sono soltanto manie, che sarebbe ora di mettere giudizio.
Genium suumdefraudare
, frodare il proprio genio, significa in latino rendersi triste la vita,imbrogliare se stessi. E
 genialis
, geniale è la vita che allontana lo sguardo dalla mortee risponde senza esistazioni alla spinta del genio che lo ha generato.Ma questo dio intimissimo e personale è, anche, ciò che in noi è piùimpersonale, la personalizzazione di ciò che , in noi, ci supera ed eccede. “Genius èla nostra vita, in quanto essa non fu da noi originata, ma ci ha dato origine”. Se eglisembra identificarsi in noi, è solo per svelarsi subito dopo come più che noi stessi, per mostrarci che noi stessi siamo più e meno di noi stessi. Comprendere laconcezione dell’uomo implicita in Genius, significa capire che l’uomo non è soltantoIo e coscienza individuale, ma che dalla nascita alla morte egli convive piuttosto conun elemento impersonale e preindividuale. L’uomo è, cioè, un unico essere a due fasi,che risulta dalla complicata dialettica fra una parte non (ancora) individuata e vissutae una parte già segnata dalla sorte e dall’esperienza individuale. Ma la parteimpersonale e non individuata non è un passato cronologico che ci siamo lasciati unavolta per tutte alle spalle e che possiamo, eventualmente, rievocare con la memoria;essa è tuttora presente in noi e con noi e da noi, nel bene e nel male, inseparabile. Ilviso da giovinetto di genius, le sue lunghe, trepide ali significano che egli nonconosce il tempo, che vicinissimo lo sentiamo in noi rabbrividire come quandoeravamo bambini, respirare e battere alle tempie febbrili come un presenteimmemorabile. Per questo il compleanno non può essere la commemorazione di ungiorno passato, ma, come ogni vera festa, abolizione del tempo, epifania e presenza dGenius. E’ questa presenza indisvicinabile che ci impedisce di chiuderci in unaidentità sostanziale, è Genius che spezza la pretesa di Io di bastare a se stesso.La spiritualità, è stato detto, è innanzitutto questa coscienza del fatto chel’essere individuato non è interamente individuato, ma contiene ancora una certacarica di realnon individuata, che occorre non soltanto conservare, ma ancherispettare e, in qualche modo, onorare, come si onorano i propri debiti. Ma Geniusnon è solo spiritualità, non riguarda soltanto le cose che siamo abituati a considerare più nobili e alte. Tutto l’impersonale in noi è geniale, è geniale è innanzitutto la forzache spinge il sangue nelle nostre vene, o ci fa sprofondare nel sonno, l’ignota potenzache nel nostro corpo regola e distribuisce così soavemente il tepore e scioglie ocontrae le fibre dei nostri muscoli. E’ Genius che oscuramente presentiamonell’intimità della nostra vita fisiologica, là dove il più proprio è il più estraneo eimpersonale, il più vicino il più remoto e impadroneggiabile. Se non ci
 
abbandonassimo a Genius, se fossimo soltanto Io e coscienza, non potremmonemmeno orinare. Vivere con Genius significa, in questo senso, vivere nell’intimidi un essere estraneo, tenersi costantemente in relazione con una zona di non-conoscenza. Ma questa zona di non-conoscenza non è una rimozione, non sposta edisloca un’esperienza dalla coscienza all’inconscio, dove essa si sedimenta come un passato inquietante, pronto a riaffiorare in sintomi e nevrosi. L’intimità con una zonadi non-conoscenza è una pratica mistica quotidiana, in cui Io, in una sorta dispeciale,gioioso essoterismo, assiste sorridendo al proprio sfacelo e, che si tratti didigestione o di illuminazione della mente, testimonia incredulo del proprio incessantevenir meno. Genius è la nostra vita, in quanto non ci appartiene.Dobbiamo allora guardare al soggetto come a un campo di tensioni, i cui poliantitetici sono Genius e Io. Il campo è percorso da due forze coniugate ma opposte,una che va dall’individuale all’impersonale, e l’altra che va dall’impersonaleall’individuale. Le due forze convivono, s’intersecano, si separano, ma non possononé emanciparsi compiutamente l’una dall’altra né identificarsi perfettamente. Qual è,allora, per Io, il modo migliore di testimoniare di Genius? Supponiamo che io vogliascrivere. Scrivere non questa o quell’opera, soltanto scrivere, e basta. Questodesiderio significa: Io sento che da qualche parte Genius esiste, che vi è in me una potenza impersonale che spinge alla scrittura. Ma l’ultima cosa di cui Genius ha bisogno è un’opera, lui che non ha mai preso in mano una penna (e tanto meno uncomputer). Si scrive per diventare impersonali, per diventare geniali e, tuttavia,scrivendo ci individuiamo come autori di questa o quell’opera, ci allontaniamo daGenius, che non può mai avere la forma di un Io, e tanto meno di un autore. Ognitentativo di Io, dell’elemento personale, di appropriarsi di Genius, di costringerlo afirmare in suo nome è necessariamente destinato a fallire. Di qui la pertinenza e ilsuccesso di operazioni ironiche come quella di Duchamp, in cui la presenza di Geniusviene attestata decretando, distruggendo l’opera. Ma se pure soltanto un’operarevocata e disfatta potrebbe essere degna di Genius, se l’artista veramente geniale èsenz’opera, l’Io-Duchamp non potrà mai coincidere con Genius e, nella generaleammirazione, se ne va in giro nel mondo come la malinconica prova della propriainesistenza, come il portatore famigerato della propria inoperosità.Per questo l’incontro con Genius è terribile. Se poetica è la vita che si tienenella tensione fra il personale e l’impersonale, fra io e Genius, panico è il sentimentoche Genius ci ecceda e superi da ogni parte, che qualcosa ci avvenga di infinitamente più grande di quanto ci sembra di poter sopportare. Per questo la maggior parte degliuomini fugge atterrita davanti alla propria parte impersonale o cerca, ipocritamente,di ridurla alla propria minuscola statura. Può avvenire, allora, che l’impersonalerespinto riappaio in forma di sintomi e tic ancora più impersonali, di sberleffi ancora più eccessivi. Ma altrettanto risibile e fatuo è chi vive l’incontro con Genius come un privilegio, il Poeta che si mette in posa e si dà delle arie o, peggio, ringrazia con fintaumiltà per la grazia ricevuta. Davanti a Genius, non vi sono grandi uomini, sono tuttiegualmente piccoli. Ma alcuni sono abbastanza incoscienti da lasciarsi scuotere e

Share & Embed

More from this user

Add a Comment

Characters: ...