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Manfredi Valerio Massimo - Il Tiranno

Manfredi Valerio Massimo - Il Tiranno

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Valerio Massimo ManfrediIl Tiranno©2003 ARNOLDO MONDADORI EDITORE S.p.A., MILANOI EDIZIONE NOVEMBRE 2003III EDIZIONE DICEMBRE 2003ISBN 88-04-51814-6 TRAMASicilia, 412 a.C: comincia il duello infinito fra un uomo e una superpotenza. L'uomo èDionisio di Siracusa. La superpotenza Cartagine, signora dei mari e megalopolimercantile. Dionisio, poco più che ventenne, combattente intrepido dell'esercitosiracusano, è costretto ad assistere allo spaventoso massacro di Selinunte, splendidacittà greca al confine con la provincia cartaginese, a causa delle titubanze del governodemocratico. Lo sdegno e la rabbia alimentano in lui tre ferree convinzioni: ledemocrazie sono inefficienti; i cartaginesi sono i mortali nemici dell'ellenismo e devonoessere sradicati dalla Sicilia; l'unico uomo in grado di condurre a termine una taleimpresa è lui stesso. Dionisio vuole trasformare la Sicilia in un'isola greca, e perrealizzare il suo progetto è disposto a travolgere qualunque ostacolo.Per raggiungere il controllo totale delle risorse economiche e militari della sua città èpronto a dannare la propria memoria per i secoli a venire, a essere marchiato a fuoco ineterno come Il Tiranno. Inizia così l'avventura di un uomo che costituì il più grandeesercito dell'antichità, inventò micidiali macchine da guerra, disegnò e realizzò ledevastanti pentere, navi da battaglia a cinque moduli di cinquanta rematori, edificò inpochi mesi la più ampia cinta muraria mai vista. Ma anche l'avventura di un uomo chefu drammaturgo e statista, poeta e sottile tessitore di trame politiche, amante tenero evigoroso, per tutta la vita legato alla memoria del suo sfortunato primo amore, labellissima Arete.Contro i Cartaginesi combattè cinque guerre e decine di battaglie, fu ferito quattrovolte, colpendo senza pietà innumerevoli nemici e diversi amici e creando infine unoStato che si estendeva fino all'estremità settentrionale dell'Adriatico.Chi è stato Dionisio? Il mostro spietato ed egocentrico descritto dai detrattori o unapersonalità così energica da generare sgomento, un intelletto capace di precorrere itempi o un uomo sospinto da una forza di volontà quasi sovrannaturale? Gli storici lohanno condannato al pari di tutti i tiranni, ma non hanno potuto negargli la grandezza.La sua vicenda umana, iperbolica e visionaria, presenta momenti tenebrosi e slanci distraordinario coraggio, ombre insondabili e luci abbaglianti.Era una storia che aspettava solo di essere raccontata. E nessuno poteva farlo meglio diValerio Massimo Manfredi, che in questo romanzo regala ai suoi lettori un protagonistamemorabile che all'energia omerica unisce una machiavellica razionalità.Valerio Massimo Manfredi è professore di archeologia all'università Bocconi di Milano ein precedenza ha insegnato e tenuto conferenze nei più prestigiosi atenei italiani estranieri. Ha inoltre condotto spedizioni scientifiche e scavi in molte località d'Italia eall'estero.Collabora come antichista a "Panorama" e al "Messaggero". Ha pubblicato numerosiarticoli e saggi, tra cui: Senofonte-Anabasi, La strada dei Diecimila, Le isole fortunate,Akropolis; con Luigi Malnati, Gli Etruschi in val Padana; con Lorenzo Braccesi, Maregreco e I greci d'Occidente; con Venceslas Kruta, I celti d'Italia. Come autore dinarrativa ha pubblicato i romanzi: Palladion, Lo scudo di Talos, L'Oracolo, Le paludi diHesperia, La torre della solitudine, Il faraone delle sabbie, la trilogia Aléxandros, operatradotta in tutto il mondo, Chimaira e L'ultima legione. Con Francesco Guccini e GiorgioCelli ha pubblicato Storie d'inverno e negli Oscar la raccolta dei suoi racconti I CentoCavalieri. E' autore di cinema e di televisione con prestigiose produzioni internazionali.INDICE
 
Il TirannoPROLOGO Trentuno capitoliEPILOGONOTA DELL’AUTORECARTINE (INSERITE SOLO NEL DOC E NEL PDF, ovviamente)IL TIRANNOAlla memoria di mio padreNon c’è dubbio, infatti, che la Divinitàadoperi certi uomini allo scopo di punirela malvagità di altri e ne faccia in qualchemodo dei carnefici, prima di annientarliPLUTARCOCORINTO, 342 AVANTI CRISTOSECONDO ANNO DELLA CIX OLIMPIADEPROLOGOL’uomo arrivò poco dopo il tramonto quando le ombre cominciavano ad allungarsi sullacittà e sul porto. Avanzava a passo svelto portando a tracolla una bisaccia, e si volgevaintorno di tanto in tanto con una certa aria apprensiva. Si fermò nei pressi di un’edicoladi Persefone, e il lume che ardeva davanti all’immagine della dea ne rivelò l’aspetto: icapelli brizzolati di chi ormai aveva superato la mezza età, il naso dritto e la boccasottile, gli zigomi alti e le guance scavate, in parte coperte da una barba scura. Losguardo, inquieto e sfuggente, manteneva tuttavia un’espressione di dignità e dicontegno che contrastavano con l’aspetto dimesso e con il vestiario consunto, rivelandouna condizione elevata anche se decaduta.Imboccò la strada che conduceva al porto orientale e cominciò a scendere verso ladarsena, dove erano più numerose le bettole e le osterie frequentate dai marinai, daicommercianti, dagli scaricatori e dai soldati della flotta. Corinto viveva un momento diprosperità e i suoi due porti brulicavano di vascelli che importavano ed esportavanomerci in tutti i paesi del mare interno e del Ponto Eusino. Nel quartiere meridionale dovec’erano i magazzini del frumento era facile udire l’accento siciliano in tutte le suevariazioni di tono: agrigentina, catanese, geloa, siracusana...Siracusa... a volte gli sembrava di averla dimenticata, ma bastava un nulla perrichiamare alla memoria i giorni della sua infanzia e della maturità, per ritrovare le lucie i colori di un mondo ormai trasfigurato dalla nostalgia, ma soprattutto dall’amarezzadi una vita segnata inesorabilmente dalla sconfitta.Era giunto davanti alla taverna ed entrò dopo essersi guardato intorno un’ultima volta.Il locale cominciava ad animarsi con gli avventori che venivano a mangiare unaminestra calda e a bere vino schietto, come fanno i barbari e i poveracci.Nella bella stagione la gente si sedeva fuori sotto il pergolato a guardare i due mari, unoscuro già preda della notte, l’altro rosso dell’ultimo bagliore del crepuscolo, e le naviche si affrettavano per entrare nel porto prima che facesse buio. D’inverno, quando ilvento di Borea scendeva dai monti a gelare le membra, si accalcavano all’interno inun’atmosfera densa di fumo e di odori grevi.L’oste attizzò il fuoco, poi prese una scodella di zuppa e gliel’appoggiò davanti, sultavolo. «La cena, maestro.»«Maestro...» ripeté l’altro sottovoce con un tono appena percettibile di disappunto.Il cucchiaio era sul tavolo, legato a uno spago altrimenti la gente se lo portava via. Loprese e cominciò a mangiare, lentamente, assaporando quel cibo semplice e gustosoche gli scaldava le membra intirizzite.
 
Stavano arrivando le ragazze per i clienti che, dopo aver mangiato, cominciavano abere o già erano brilli perché bevevano da un pezzo con la scusa che faceva freddo ebisognava scaldarsi.Cloe non era particolarmente bella, ma aveva occhi neri e cupi e un’espressione alteracosì assurda per la sua condizione di giovane prostituta che gli ricordava quella delledonne siciliane. Forse lo era, chissà.O forse gli rammentava qualcuno, un amore giovanile nella sua terra di origine. Perquesto la osservava, di tanto in tanto, e le sorrideva, e lei ricambiava il sorriso senzacapirne il significato. Lo guardava con occhi increduli e un po’ beffardi.Se la trovò di fianco quasi d’improvviso e dapprima ne rimase sorpreso, poi fece cennoall’oste di portare un’altra scodella e gliela avvicinò, deponendo al tempo stesso alcunemonete sul tavolo.«Non puoi anche fottere con quei soldi, maestro» disse lei dopo aver contato conun’occhiata le monete.«No, infatti» aveva risposto lui, calmo. «Voglio solo offrirti un piatto di zuppa. Sei magrae se continui a dimagrire non sarai più buona per i clienti, e ti metteranno alla macina.Perché mi hai chiamato a quel modo?»«Maestro?»L’uomo annuì riprendendo a mangiare la sua zuppa.La ragazza alzò le spalle. «Ti chiamano tutti così perché insegni, a pagamento, aleggere e scrivere. Ma pare che nessuno sappia come ti chiami in realtà. Avrai un nome,no?»«Come tutti.»«E non me lo diresti?»L’uomo scosse il capo affondando ancora il cucchiaio nella zuppa. «Mangia anche tu» ledisse «finché è calda.»Cloe si portò la scodella alle labbra e sorbì rumorosamente il brodo. Si pulì con lamanica della tunica. «Perché non vuoi dirmelo?»«Perché non posso» rispose l’uomo.La ragazza gettò un’occhiata alla bisaccia che aveva appeso allo schienale della sedia.«Che cosa c’è lì dentro?»«Nulla che ti riguardi. Mangia, che sono arrivati dei clienti.»L’oste si avvicinò. «Vai in camera» le disse indicando una porticina in fondo al locale.«Ci sono due audaci marinai che hanno voglia di divertirsi. Hanno pagato anticipato.Vedi che restino soddisfatti.»La ragazza mandò giù ancora una cucchiaiata di zuppa, e prima di andarsene glisussurrò all’orecchio: «Attento, la tua borsa attira troppo l’attenzione. C’è qualcuno chevorrebbe sapere che cosa contiene. Io non ti ho detto niente.» E aggiunse ad alta voce:«Grazie per la zuppa, maestro. Mi ha scaldato il cuore.»Cloe venne affittata a due stranieri già ubriachi. Grandi, grossi e sporchi. E poco dopo lasentì gridare. Erano di quelli cui piaceva far male. Si alzò e corse verso la porta in fondoal locale mentre l’oste gli gridava: «Dove vai? Fermati, accidenti a te, fermati!» Maormai aveva spalancato la porta e si era gettato dentro a quel bugigattolo buiogridando: «Lasciatela stare! Lasciatela, bastardi!»Seguì un parapiglia che si trasformò in una vera e propria colluttazione. Lo aggredironoin due spintonandolo fuori in mezzo al locale, ma lui reagì brandendo una sedia. Intantogli altri avventori si accalcavano intorno ai contendenti incitandoli a gran voce. Un terzoindividuo gli si avvicinò cercando di sfilargli la borsa ma lui lo colpì con la sedia e andòad appoggiarsi subito dopo con le spalle al muro.Ormai era circondato. Spaventato dall’aver osato tanto, grondava sudore e tremavamentre i suoi avversari si avvicinavano sempre più minacciosi.Uno di loro gli si avventò contro colpendolo allo stomaco con un pugno e poi al volto,ma quando anche l’altro fece per gettarglisi addosso apparvero d’improvviso treenergumeni mai visti prima che li stesero a terra uno dopo l’altro a buttar sangue dallabocca e dal naso. Poi, così come erano apparsi, si allontanarono.Il “maestro” si assicurò che la bisaccia fosse ancora al suo posto, passò in mezzo allagente ammutolita e si diresse a sua volta verso l’uscita.

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