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Passione e ragion di Stato

Passione e ragion di Stato

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Published by Filippo Azimonti
La presa di coscienza collettiva che, pur con le migliori intenzioni, concedendo la cittadinanza onoraria al Dalai Lama ci si stesse preparando a un insostenibile confronto assegnando a Milano un ruolo evidentemente ingestibile nella cornice della politica estera nazionale e delle diplomazie internazionali è stata tardiva e, forse per questo, ancor più dolorosa.
La presa di coscienza collettiva che, pur con le migliori intenzioni, concedendo la cittadinanza onoraria al Dalai Lama ci si stesse preparando a un insostenibile confronto assegnando a Milano un ruolo evidentemente ingestibile nella cornice della politica estera nazionale e delle diplomazie internazionali è stata tardiva e, forse per questo, ancor più dolorosa.

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Published by: Filippo Azimonti on Jun 23, 2012
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10/04/2013

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Passione e ragion di Stato
Concedere la cittadinanza milanese alla guida spirituale del popolo tibetano, era unobiettivo che univa senza distinzioni maggioranza e opposizione. Una dichiarata,
unanime solidarietà che si era “dimenticata” di fare i conti con una dura realtà: daquando, nel 1949, la Cina l’ha invaso, la pratica di sistematica violazione dei diritti
umani in Tibet non si è mai interrotta e mai la Cina ha concesso che la comunitàinternazionale ne giudicasse le azioni comunque intendendole come «ostili».Questo i consiglieri comunali avrebbero dovuto ben sapere nel prepararsi a un gestodi simbolica solidarietà che avrebbe inevitabilmente comportato conseguenze. Che,puntualmente, si sono verificate costringendo a una vergognosa marcia indietro.Tanto più amara in quanto la merce di scambio è divenuta assolutamente trasparenteai cittadini e ne origina le proteste: gli investimenti, tre anni di relazioni commerciali,
la partecipazione all’Expo
, perfino i rapporti con la comunità dei residenti cinesi.La presa di coscienza collettiva che, pur con le migliori intenzioni, ci si stessepreparando a un insostenibile confronto assegnando a Milano un ruolo evidentementeingestibile nella cornice della politica estera nazionale e delle diplomazieinternazionali è stata tardiva e, forse per questo, ancor più dolorosa. Costretto a unesercizio di realpolitik, il sindaco Giuliano Pisapia ha trovato modo di introdurre unsottile distinguo affermando di rispettare le decisioni del Consiglio per poi intitolarealla Giunta la respo
nsabilità di percorrere l’unica possibile alternativa:
assicurare lapresenza del Dalai Lama in Consiglio .
E’ un
a mediazione, ma non può il sindacodimenticare che la concessione della cittadinanza è stata
 bloccata dalla “sua”
maggioranza e che dunque la sua scelta non si può qualificare come «un grande passoavanti» o «una soluzione ancora migliore» per stare a Basilio Rizzo che pure, come ilsindaco, si è astenuto nella votazione decisiva . E non si cancella il fatto che Milano
sia l’unica città italiana ad essere stata costretta ad abdicare alla propria autonomia
politica e amministrativa. Ma forse solo Milano aveva davvero qualcosa da perdere.Tutto questo senza
considerare il segnale d’allarme che
dovrebbe scattare anche alla
Farnesina considerando l’obiettiva ingerenza della Cina sin nella politica interna dei
paesi con i quali intrattiene relazioni.
E’ comprensibile lo sforzo di circoscrivere quanto accaduto, ma è legittimo chiedersi
se quella che oggi appare come una soluzione di ripiego non fosse in realtà ilmassimo che la città potesse realisticamente concedere e, al tempo stesso, riflettere sucome sia possibile per Milano assumere un ruolo internazionale nella difesa di dirittifondamentali che, purtroppo, non sono calpestati solo in Tibet.

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