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"Tradire Gramsci", por Giuseppe Prestipino

"Tradire Gramsci", por Giuseppe Prestipino

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Reinterpretare Gramsci oggi significa tentare una lettura nuova per un nuovo progetto di azione. Il nesso teoria-prassi vale per tutti i classici, anche per quelli apparentemente più devoti alla loro missione "speculativa"; vale a maggior ragione per Gramsci. In lui, la filosofia è non solo filosofia della politica, ma filosofia che si fa politica.
La «guerra di posizione» era, nel suo pensiero, la strategia appropriata in «Occidente». Non si creda che quella formula fosse sinonimo soltanto di un inevitabile attestarsi sulla difensiva. Benché vi approdasse dopo la constatazione della sconfitta subita dal movimento operaio europeo, Gramsci vi condensava la strategia di una controffensiva possibile, che fosse insieme difesa delle posizioni minacciate e conquista eli posizioni più avanzate. Per Bernstein, come per il neo-kantismo dell'epoca, il fine poteva apparire soltanto un'idea «regolativa». Il movimento delle riforme parziali era invece «tutto».

Anche Gramsci riteneva che, nei paesi di capitalismo maturo, fosse percorribile soltanto la strada delle riforme graduali? Forse sì, ma a condizione che nelle riforme lievitasse la presenza, immanente e «costitutiva», della meta rivoluzionaria. Perciò egli aveva in mente riforme rivoluzionarie.
La teoria del «blocco storico» è l'analisi delle interrelazioni complesse che irrompono anche nei livelli superiori (cultura, istituzioni) e ne fanno un motore della trasformazione possibile. Giova perciò nutrire il marxismo eli ein rinnovato confronto con l'idealismo.
In Gramsci tocca il sue) apice il pensiero della dialettica: di una dialettica che possiamo convalielare con l'esperienza della tragiche vicende storiche dell'intero Novecento e persino del disordine odierno.
Reinterpretare Gramsci oggi significa tentare una lettura nuova per un nuovo progetto di azione. Il nesso teoria-prassi vale per tutti i classici, anche per quelli apparentemente più devoti alla loro missione "speculativa"; vale a maggior ragione per Gramsci. In lui, la filosofia è non solo filosofia della politica, ma filosofia che si fa politica.
La «guerra di posizione» era, nel suo pensiero, la strategia appropriata in «Occidente». Non si creda che quella formula fosse sinonimo soltanto di un inevitabile attestarsi sulla difensiva. Benché vi approdasse dopo la constatazione della sconfitta subita dal movimento operaio europeo, Gramsci vi condensava la strategia di una controffensiva possibile, che fosse insieme difesa delle posizioni minacciate e conquista eli posizioni più avanzate. Per Bernstein, come per il neo-kantismo dell'epoca, il fine poteva apparire soltanto un'idea «regolativa». Il movimento delle riforme parziali era invece «tutto».

Anche Gramsci riteneva che, nei paesi di capitalismo maturo, fosse percorribile soltanto la strada delle riforme graduali? Forse sì, ma a condizione che nelle riforme lievitasse la presenza, immanente e «costitutiva», della meta rivoluzionaria. Perciò egli aveva in mente riforme rivoluzionarie.
La teoria del «blocco storico» è l'analisi delle interrelazioni complesse che irrompono anche nei livelli superiori (cultura, istituzioni) e ne fanno un motore della trasformazione possibile. Giova perciò nutrire il marxismo eli ein rinnovato confronto con l'idealismo.
In Gramsci tocca il sue) apice il pensiero della dialettica: di una dialettica che possiamo convalielare con l'esperienza della tragiche vicende storiche dell'intero Novecento e persino del disordine odierno.

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Giuseppe Prestipino
 TRADIRE GRAMSCI
 Teti Editore
 
I. TRADIRE GRAMSCI
1.
Perché non possiamo non tradire Gramsci.
Capisco gli avvertimenti di coloro che, in ossequio al rigore filologico, ci mettono inguardia dalle non infrequenti manipolazioni arbitrarie del pensiero di Gramsci, in speciese dettate da contingenti calcoli politici o da effimere mode culturali
1
. E tuttavia ritengoche la grandezza di un pensatore ci si mostri anche nella nostra sempre inappagata seteintellettuale di interpellare e di interpretare, o reinterpretare, le sue categorie mettendolea raffronto con contesti storici e teorici diversi da quelli entro i quali sono sorte. Laperigliosa legittimità di una tale rilettura dei testi può forse trovare nelle tendenzeermeneutiche che si richiamano a Gadamer o a Ricoeur quel conforto che non trovaaltrettanto nella tradizione storicistica più ligia ai dettami del rigore filologico (pur se è diCroce la convinzione che la storia è sempre storia contemporanea). Se ammettiamo, conRicoeur, che i diversi sistemi filosofici (classici), benché diversamente orientati, non siescludano a vicenda, ma siano tra loro compossibili in senso leibniziano (perché ildiscorso filosofico — privo di referenti esterni immediati — si distingue da altri discorsiscientifici in quanto è un discorso di secondo livello)
2
,considerazioni analoghe possonoforse valere per l’apertura “polisemica” di ciascuna filosofia: differenti interpretazionidel pensiero di uno stesso filosofo potrebbero (beninteso, entro limiti ragionevoli)essere ugualmente lecite. Resta da chiarire se Gramsci è, come io ritengo, un filosofo (ese alla sua filosofia si possono attribuire caratteri di classicità).Capisco dunque, e condivido, se quelle esortazioni al rispetto dei testi voglionorichiamarci, appunto, ad alcune regole
 generali.
E tuttavia considero gli scritti di Gramsci(segnatamente, i
 Quaderni)
un
corpus 
speciale, che può essere (che vuol essere?)interpretato
anche 
con altro animo e con altri criteri. Si osservi, in primo luogo, che iltermine «traduzione» è un elemento-cardine del lessico concettuale di Gramsci: lastoricità trans-temporale delle forme di vita, e quindi delle forme di pensiero, consisteper Gramsci nel loro disporsi naturalmente a subire alcuni
travisamenti non arbitrari 
,perché suggeriti da nuovi contesti storici essenziali, o da mutamenti profondi intervenutinelle cose e nella lettura delle cose. Inteso così, il termine «traduzione» acquista uncarattere più “forte” di quello che possiamo cogliere nei canoni dell’ermeneuticafilosofica (non mai interamente emancipata, anche nei suoi odierni esponenti maggiori,dalle origini teologiche che privilegiavano, con il protestantesimo, i
soggetti 
individuali
1Considero anzi salutare la denuncia di ogni illecita distorsione dei concetti gramsciani, distorsionedettata dal bisogno di attualizzarli o, peggio, di adattarli alle contingenze attuali. Alla denuncia (essastessa gramsciana prima che di Eugenio Garin) dell’abitudine di «sollecitare i testi» si associa ora Antonio Santucci, curatore della più rigorosa e più ampia edizione italiana delle
Lettere dal carcere 
(Palermo, Sellerio editore, 1996, p. XVIII).2Cfr. P. Ricoeur,
Irrationality and the Plurality of Philosophical Systems 
, in «dialectica», 4, 1985, pp. 312-313.

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