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Adinolfi su l'Unità 17.6.12

Adinolfi su l'Unità 17.6.12

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06/26/2012

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l’Unità 17.6.12La polemica. Berlusconi e le ciabatte A furia di dire che non esistono i fatti ma solo le interpretazioni ci si è arresi airacconta frottole e agli imbonitori televisiviFerraris sostiene che la ciabatta è una ciabatta, così Berlusconi ha sostenuto cheRuby è egizianadi Massimo Adinolfi
Manifesto del nuovo realismo, capitolo primo, paragrafo primo: «Dal postmoderno alpopulismo». Che non si dica dunque che il nuovo realismo di Maurizio Ferraris, su cui si discuteaccanitamente da un anno, non abbia un robusto coté politico. Difatti la tesi è: a furia diripetere con Lyotard che i grandi racconti sono finiti, che l’oggettività è un mito, ci si èconsegnati mani e piedi ai venditori di fumo. A furia di dire che non esistono i fatti ma solo le interpretazioni, che la verità è violenta, che ilsapere in realtà è un potere e che bisogna liberare il desiderio, a furia di cantilenare tutto ciòcon Nietzsche o con Foucault, con Heidegger o con Deleuze, ci si è arresi ai racconta frottole,agli imbonitori televisivi: a Berlusconi, insomma. Perché è chiaro che senza i fatti, privati delpotenziale critico contenuto nell’idea minimale, di buon senso, che i fatti ci sono eccome e sonessi che anzitutto vanno stabiliti o ristabiliti, diviene possibile far credere qualsiasi cosa, se solosi hanno i mezzi a disposizione. Se poi a disposizione c’è il principale gruppo editoriale delPaese, se i mezzi sono soprattutto televisivi, se la storia che i fatti non ci sono si infiltra non solonei talk show ma pure nei telegiornali, allora avete l’esempio perfetto di populismo mediatico. Edi nuovo, quindi, Berlusconi.Curioso argomento, quello con cui esordisce il nuovo realismo di Ferraris. Se i fatti ci sono, cisono proprio perché non basterà ai filosofi antirealisti dire che non ci sono per farli scomparire:il nuovo realismo di Ferraris monta dunque una polemica inutile. E, d’altra parte, l’argomentoche invita a valutare gli effetti nefasti dell’antirealismo postmoderno non è, esso stesso, unargomento realista, casomai pragmatista. Suona infatti così: siccome non ci piace Berlusconicome realizzazione del postmoderno (o addirittura del Sessantotto, che è la tesi di MarioPerniola e Valerio Magrelli, roba che uno vorrebbe ritornare ai mutandoni delle nonne, pur dinon vedersi accusato di spalleggiare ideologicamente i bunga bunga del Cavaliere), siccometutto questo non ci piace, allora lo respingiamo, lo rifiutiamo, e tanti saluti all’accertamentodella realtà e allo stabilimento della verità.Un momento, però. Per Ferraris, i fatti che sono al riparo dalle interpretazioni non sono né ilpopulismo mediatico né gli intrattenimenti di Arcore, non il Sessantotto e neppure leinterpretazioni revisioniste che se ne danno, ma i fiumi, i cacciaviti, le ciabatte. Proprio così: sitratta di quegli oggetti di taglia media che popolano il nostro mondo, di cui abbiamo quotidianaesperienza, e la cui realtà sarebbe stata messa in discussione dalla furia interpretativa deifilosofi postmoderni. Sia pure. Ma il passo dalle ciabatte alla vittoria elettorale del ’94 e allaseconda Repubblica è parecchio lungo, ed è difficile percorrerlo affilando le armi critiche solo suciabatte e cacciaviti. Poniamo infatti per un momento che vi sia un accordo universale tra gliuomini (e soprattutto tra i filosofi), quanto al fatto che le ciabatte sono ciabatte e i cacciaviticacciaviti: avremo fatto un passo avanti nella critica del berlusconismo? Ci saremo sbarazzati dicolpo del populismo mediatico? Temo di no. Temo che mancheremo ancora di tutte le categoriesociali, storiche e politiche necessarie.Non basta: temo che avremo compiuto nuovamente l’errore di pensare che il berlusconismo sispiega con le televisioni (quando se mai è vero il contrario) e, ironia della sorte, temo anche cheavremo travisato i fatti stessi. Ricordate infatti la signorina Ruby Rubacuori, la nipote diMubarak secondo il Parlamento italiano? Quale miglior riprova, si dirà, della tesi di Ferraris (edi Travaglio) che una volta scomparsi i fatti si può decidere a maggioranza qualunque cosa? Inrealtà, la vicenda dimostra esattamente il contrario: Berlusconi non si è mai difeso dicendo chesiccome non esistono i fatti ma solo le interpretazioni, allora lasciatemi dire che la ragazzamarocchina secondo me e secondo i miei zelanti parlamentari è egiziana. Nulla di tutto ciò:
 
Berlusconi ha proprio sostenuto, alla lettera, che Ruby è egiziana (e nipote del Raís). Il senso dicosa mai sia reale, e di come le interpretazioni lo modifichino, non c’entra proprio nulla.Proprio come Ferraris sostiene che la ciabatta è una ciabatta, così Berlusconi ha sostenuto cheRuby è egiziana salvo che il primo dice il vero e il secondo no (a quanto risulta). Ma cosac’entrano le interpretazioni? Berlusconi nega i fatti, non che i fatti siano fatti. Non credo sipossa ricordare un solo caso in cui Berlusconi si sia accontentato di dire che dava la suainterpretazione di questo o di quello: no, lui dava numeri, macinava record, e soprattuttososteneva che erano sempre gli altri a fraintendere e male interpretare.Scagionato così il postmodernismo dalla colpa di averci regalato il Cavaliere per aver negato cheesistano i fatti, forse potremmo tornare a ragionare di ciabatte. Le quali restano tali, assicuraFerraris, indipendentemente dai nostri sguardi e dalle nostre interpretazioni. Sia pure:concederemo anche questo. Ma come sguardi e interpretazioni si aggancino ai fatti, questocasomai è il problema della filosofia: come la realtà ci appare, e non solo che le ciabatte sonociabatte e la realtà è reale (qualunque cosa significhi una simile tautologia). E siccome la realtànon cessa di apparirci sempre nuovamente, abbiamo davvero bisogno di un’ontologia: ma perquesta incessante manifestazione del reale, non solo per le ciabatte, il cui caso possiamo forsedare per risolto.Leggendo il dibattito che si è sviluppato sulle pagine di Repubblica intorno al cosiddetto New-Realism (nuovo realismo) e gli ultimi libri di Gianni Vattimo ( Della Realtà. Fini della filosofia,Garzanti) e Maurizio Ferraris ( Manifesto del nuovo realismo, Laterza), mi sono chiesto cosa lapsicoanalisi avrebbe da dire. Indubbiamente una certa teoria e, soprattutto, una certa praticadella psicoanalisi ha autorizzato una sorta di delirio dell' interpretazione. Un paziente decide ditagliarsi la barba; un analista - anche famoso - può precipitarsi ad interpretare questa decisionecome un comportamento anale-aggressivo segnale di un transfert negativo verso l' analistamedesimo. Melanie Klein - che non aveva sospeso il suo lavoro di analista durante la Secondaguerra mondiale- poteva interpretare come difese il terrore di un bimbo che in seduta cercavarifugio perché sentiva il rumore dei bombardieri tedeschi sul cielo di Londra. Un analistanostrano spiega che se un paziente racconta in seduta di essere stato alle prese con un L'ingorgo di mail, questo significherebbe una sua difficoltà a parlare di sé in seduta, un suosentirsi ostruito nella parola. La versione della psicoanalisi come delirio ermeneutico hacontribuito a dissolvere la realtà effettuale in un insieme di proiezioni fantasmatiche delsoggetto; il mondo interno ha aspirato integralmente il mondo esterno, la realtà psichica è finitaper coincidere con la realtà tout court. Freud diceva che lo psicoanalista rischiava nell' arte dell'interpretazione di avallare una versione paradossale del gioco della monetina alzata in aria: se ètesta vinco io, se è croce perdi tu. Insomma la psicoanalisi - soprattutto nelle sue versioniangolofone - è stata una declinazione ingenua e estremistica dell' ermeneutica che ha dissoltoquella che Ferraris definisce - con una espressione efficace - l' inemendabilità del reale e che haridotto l' atto psicoanalitico dell' interpretazione alla pura e semplice illazione. Esiste però un'altra versione della psicoanalisi che la vuole non come una teoria dell' interpretazione tra lealtre, ma come una teoriae una pratica dei limiti dell' interpretazione. Tutto l' insegnamento diLacan va chiaramente in questa direzione. Si prenda per esempio la sua distinzione tra realtà ereale che il dibattito tra nuovi realisti e ermeneuti sembra trascurare, utilizzando i due terminicome meri sinonimi. Provo invece a definire il più semplicemente possibile questa differenza.La realtà è la realtà effettuale sulla cui esistenza nessuno - nemmeno l' ermeneuta nichilista piùefferato - come ci ricorda nella sua ultima e notevole opera Gianni Vattimo - può dubitare. Larealtà di una ciabatta nella stanza o della pioggia sono fatti in sé, esterni, non sono né nella miacoscienza, né nel mio inconscio. La realtà ha le caratteristiche della permanenza indipendentedalla mia volontà. Questa realtà coinvolge evidentemente anche la mia persona. Guardandomiallo specchio non mi stupisco di essere io e che questo io che sono non coincida affatto con l'immagine riflessa, sebbene io mi riconosca in quella immagine. Allo stesso modo se guardo unaciabatta abbandonata in una stanza non dubito che sia una ciabatta e che, come tale, siadestinata a certi usi e non ad altri. Ma la realtà, proprio per questi attributi di permanenza e diindipendenza dalla mia volontà - insinuerebbe Lacan -, è un sonno. Nel senso che nella nostra

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