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Matteo Dean
 Assemblando donne
I
Il 14 febbraio 2001, dopo aver terminato il turno in fabbrica, Lilia Alejandra García Andrade la-scia il posto di lavoro. Anche oggi il faticoso turno nella
maquila
- la fabbrica d’assemblaggio - èfinito. Torno a casa a riposare. Come ogni giorno imbocca la strada del ritorno. Non c’è niente datemere, è giorno e c’è un sacco di gente in giro. Nei giorni scorsi, nei mesi passati, negli anni tra-scorsi sono già centinaia le ragazze scomparse. Alcune le hanno ritrovate, certo. Però morte. Al-tre non le troveranno mai. Ma perché proprio a me dovrebbe capitare? All’improvviso un mac-china nera, vetri oscurati, si avvicina. Da dietro, il suv si accosta al marciapiede sul qualeAlejandra, giovane di 17 anni, lavoratrice presso una delle tante fabbriche di assemblaggio dellazona, cammina. Dall’automobile scendono diversi uomini, la sorprendono e la caricano a forzasul mezzo. Ci metterà diverso tempo la camionetta ad allontanarsi dalla zona. Diversi testimoniracconteranno che l’automobile tipo suburban, l’automobile preferita dalla polizia statale, rimar-rà diverso tempo parcheggiata e tutti riveleranno che si potevano udire con chiarezza le gridadella giovane. La stavano violentando. Qualcuno chiama la polizia, ma questa arriverà un’oradopo. E sì che si era in pieno centro. Poco male, peccato che quando arriva la pattuglia della mu-nicipale, la macchina nera non c’è più. E Alejandra? Scomparsa.Una settimana dopo, il 21 febbraio, il corpo di Alejandra fu ritrovato, assassinato. Con evidentisegni di tortura, violenza sessuale e con parte del corpo – il seno sinistro – mutilato. Il corpo gia-ceva davanti ad un centro commerciale, in uno spazio lasciato all’abbandono, tra l’erba l’incoltae i rifiuti della società di consumo. Le mani legate dietro alla schiena, la camicetta aperta, i pan-taloni aperti a lasciare intravedere il sesso violato della giovane. La coincidenza è macabra: da-vanti al Centro Commerciale “Saint Valantine”,in calle San Valentín è ritrovato il corpo di unagiovane sequestrata il 14 di febbraio. La polizia non arriverà mai a scoprire gli o l’assassino diAlejandra. O forse non vorrà mai rivelare l’identità dei colpevoli. Così come succede da quasidieci anni a questa parte.
 
II.La storia di Alejandra é forse una delle più conosciute di questo stillicidio di donne, ormai rico-nosciuto come femminicidio, neologismo coniato da chi, in questi anni, ha studiato il fenomenoed ha cercato di venirne a capo. Son soprattutto le madri - e qualche altra persona solidale conloro - coloro che si danno da fare perché si faccia chiarezza, si spieghi, ma soprattutto si ritrovinole figlie, le madri, le sorelle, le donne che da oltre quindici anni scompaiono e muoiono, qui, aCiudad Juárez, alla frontiera tra Messico e Stati Uniti, tra sud e nord del mondo, tra tragica realtàe realtà virtuale.Come molte, troppe, son state e sono le donne sinora scomparse e ritrovate morte a Juárez, cosìmolte e troppe sono le ipotesi che cercano di spiegare - e in alcuni casi insabbiare - le ragioni diquesto fenomeno che oggi non appartiene più soltanto a Juárez, ma che qui, in questa valle semi-desertica, ha trovato le peculiari condizioni per svilupparsi. Tra queste, le ben note ipotesi della presenza di serial killer, magari provenienti d’oltre confine, rifiuti della società nordamericana,che qui, da questa parte del mondo, trovano impunità e protezione; la presenza di una rete di traf-ficanti d’organi; l’esistenza di macabri registi che sfruttano il non poco lucrativo circuito del vi-deo snuff; l’esigenza di “carne fresca” per le ritualità di gruppi - soprattutto narcotrafficanti - cherealizzerebbero cerimonie iniziatiche soli o con la presenza di autorità di vario grado e origine; ela lista delle ipotesi formulate in questi anni potrebbe allungarsi...ma lo spazio è poco tra queste pagine, così come è poca la l’utilità di queste ipotesi. Perché seppur veridiche e in taluni casi cer-te, quel che è vero che tutte son ipotesi circostanziali (González Rodríguez, 2002) che non per-mettono di osservare il fenomeno in un contesto di maggior respiro.Si dice, con certa aderenza al vero, che esistono alcune caratteristiche che accomunano le vittimee i corpi delle stesse: donne giovani, di carnagione scura, cappelli neri e lunghi, generalmente povere, magari migranti, lavoratrici in quasi tutti i casi, quasi sempre delle industrie di assem- blaggio; corpi mutilati, violentati, trasformati in oggetti da gettare tra la spazzatura ai lati dellestrade. Quel che si dice poco, però, è che vi è un’altra caratteristica che senza dubbio le acco-muna tutte: Ciudad Juárez, ed in particolare la presenza di una industria, la cosiddetta industria
maquiladora
, che ha trasformato il tessuto sociale juarense e ha creato le condizioni - pur non
 
essendo l’unico elemento - perché vi sia una società che non solo permetta, ma che tolleri il fe-nomeno del femminicidio. E che lo riproduca, costantemente e senza fine apparente.III.Per comprendere come e perché la presenza dell’industria d’assemblaggio incide sul fenomenodel femminicidio è necessario ripercorrerne la storia e cercare in essa gli indizi di quanto vo-gliamo in questa sede sostenere; e cioè che la
maquiladora
è tra le cause principali per la crea-zione di un contesto di tolleranza generalizzata degli omicidi di tante donne a Juárez.La lenta trasformazione del modello produttivo capitalista, cominciata a partire dagli anni ’60, hatrovato in Messico un terreno di sperimentazione eccellente. Vuoi per la vicinanza al motore delcapitalismo internazionale, vuoi perché in Messico vi era una crisi economica in fieri che andavafrenata, nel 1965 l’allora governo federale messicano decise di promuovere l’istallazione di de-cine di fabbriche di assemblaggio proprio a Juárez - e poi in altre città di frontiera -, nella cornicedel
 Plan de Desarrollo Fronterizo
. E come spesso accade, non solo in Messico, davanti agli in-genti investimenti che provenivano dall’estero, il governo federale e locale, impegnati entrambinella promozione del nuovo paradiso - e per il basso costo della mano d’opera e per le facilita-zioni fiscali -, ignorarono il modello di sviluppo che la nuova industria ed il nuovo assetto pro-duttivo imponevano alla città. La storia è lunga, ma breve è spiegarne le conseguenze: un incre-mento accelerato della popolazione, che nel giro di poche decenni, arrivò a contare con due mi-lioni di persone; l’assenza di un piano coordinato che facesse giustamente eco con opere e servizi pubblici al crescente numero dei cosiddetti “parchi industriali”; la mancanza di un piano di svi-luppo che abbordasse non solo l’aspetto economico e produttivo, ma che incidesse anche sullenuove relazioni sociali che si venivano determinando. Ed è forse quest’ultimo l’aspetto di mag-gior interesse per la nostra analisi.IV.Quel che apparve chiaro sin da subito ai promotori del modello produttivo basato sulla industriadell’assemblaggio in Messico era il fatto che la mano d’opera era certamente più economica diquella dei paesi d’origine delle grandi imprese che vi si stabilirono. Pure si scoprì che il mal cela-

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