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La forza residua dei partiti
diGianfrancoPasquinoPaoloPombeni
 Laragioneelapassione
IlMulino,2010,pagg.715,euro42Le Costituzioni le studiano i giuristi.I partiti li analizzano i politologi. Laleadership politica attrae l’interessedegli studiosi di comunicazione po-litica (al limite, anche di qualche so-ciologo serio). Quanto agli storici,anche se di recente sono numerosiquelli che si esibiscono in interpre-tazioni monumentali, molti di lorovanno troppo spesso alla ricerca del-l’ultimo documento nel più oscurodegli archivi e si vantano di questeloro «scoperte». Alla fine, nessunoriesce a offrire ai lettori la
big picture
,il quadro complessivo nel quale si èsviluppata e continua a manifestarsila politica contemporanea. Ho l’im-pressione che, giustamente insoddi-sfatto di questa situazione, PaoloPombeni abbia opportunamente de-ciso tempo fa di orientarsi in una di-rezione diversa che (gli) consentissedi formulare una pluralità di spiega-zioni basate su approfondimenti spe-cifici, su esplorazioni mirate, suindagini anche comparate. Oltre anumerosi volumi su argomenti distoria italiana ed europea, l’esito delsuo intenso lavoro scientifico è con-sistito in saggi di grande spessoreoggi raccolti nel volume
La ragione ela passione. Le forme politiche nel-l’Europa contemporanea
, Bologna, IlMulino, 2010. La ragione viene ap-plicata al mettere ordine, a cercare,se c’è stata, una qualche razionalitànelle trasformazioni politiche degliultimi duecento anni. Dal canto suo,la passione, secondo l’autore, consi-ste nelle motivazioni che legano in-sieme le comunità, nella condivi-sione, anche emotiva, di destini. Inverità, chi legge i saggi di Pombeninon può esimersi dal riscontrareanche una forte passione dell’autoreche non lesina giudizi critici, severi,non sempre condivisibili, ma utili eapprezzabili.Non so se la mia interpretazione del-l’uso della storia, in special modo diquella comparata, sia accettabile perPombeni, ma suggerirei, in partenza,che conoscere quanto è avvenuto,nelle sue probabili cause e nelle suevisibili conseguenze dovrebbe ancheservire a evitare di ripetere gli even-tuali errori, non solo dei protagoni-sti, ma anche di coloro che hannopoi studiato quegli avvenimenti.Molto spesso è lo stesso autore a sot-tolineare come, ad esempio, i politiciinglesi guardassero agli Stati Unitid’America e a quanto avveniva là pertrarne pur improbabili insegna-menti, essendo il sistema politicoUsa il più lontano dal modello We-stminster tanto brillantemente ana-lizzato da Walter Bagehot in pagineesemplari, frequentemente citate daPombeni.Ho trovato molto interessante e frut-tuoso il tentativo di Pombeni di col-locare l’evoluzione della politicaeuropea sub specie partiti e leader-ship nell’ambito di un quadro costi-tuzionale che accomodava entrambie, al tempo stesso, si ridefiniva inmaniera elastica, ovviamente ancorapiù elasticamente che altrove inGran Bretagna, a causa dell’assenzadi una Costituzione scritta. Tutti co-loro che, spesso con molte buone,ma anche con alcune cattive ragioni,criticano i partiti possono impararedalle molte riflessioni di Pombeni al-meno due cose. In primo luogo chei partiti europei, ma anche ameri-cani, sono all’origine di tutte le de-mocrazie, vecchie e nuove, a noinote le quali, semplicemente, non sa-rebbero state possibili senza l’attivitàdi uomini che si organizzavano instrutture non soltanto per ottenere ivoti di un elettorato a lungo numeri-camente non molto esteso, ma ancheper svolgere opera pedagogica.Mi spingerei fino a sostenere cheanche una pessima pedagogia parti-tica sembra, anche nelle pagine diPombeni, preferibile all’adegua-mento dei partiti alle loro società.Questo non significa affatto che au-tomaticamente i partiti pedagogica-mente più impegnati vincessero leelezioni. Significa, però, che hannodato un contributo sistemico inesti-mabile alla partecipazione e alla rap-presentanza dei loro elettorati e, indefinitiva, alla democrazia nei lororispettivi sistemi politici. In questofilone di discorso, l’autore procede ainserire il partito fascista (detestol’espressione hegeliana, infatti, è in-traducibile in inglese, «forma-par-tito») e a sostenere una probabilecontinuità con il sistema partiticodell’Italia repubblicana. Dissento vi-bratamente: il contesto, politico ecostituzionale, dall’autoritarismo(mai totalitarismo) alla democrazia,seppure senza praticabilità di alter-nanza, rende il paragone e le accusedi continuismo fuori misura.Ancora per
épater les bourgeois
, maforse, soltanto per sfidare i colleghipiù cauti e paludati, Pombeni pro-cede a una rivalutazione del trasfor-mismo italiano di Depretis.Sospendo il mio, peraltro non deci-sivo, giudizio, e mi limito a rilevareche, senza quel trasformismo l’Italiaavrebbe gettato semi duraturi di unconfronto, se non compiutamentebipartitico, almeno apprezzabil-mente bipolare. Aggiungo, in ma-niera problematica che, oggi, i partitiche hanno abbandonato la pedago-gia politica sono esposti all’accetta-
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zione delle richieste di società ripie-gate su se stesse e che, senza una pe-dagogia, il trasformismo diventa piùfacile e incide negativamente sullaqualità dei governi e delle loro poli-tiche. Non sarà affatto un caso se ilsistema politico
par excellence
nontrasformista, anche perché le regoledel gioco non lo consentirebbero,ovvero la Gran Bretagna, offre unapolitica che è universalmente ammi-rata e che ha, come dimostra Pom-beni, radici molto profonde,abbondantemente innaffiate da unpensiero politico pluralista e compe-titivo.È interessante rilevare come l’autore,che, pure, non mi sembra sia ungrande ammiratore senza riserve delruolo degli uomini della storia, siacostretto a ricostruire parti significa-tive della storia inglese e tedesca, ein subordine di quella francese, fa-cendo riferimento a leader il cui im-patto è stato rilevante sia sui partitisia sui governi. In un certo senso,tocchiamo qui con mano che il feno-meno della personalizzazione dellapolitica non è né recente né affattoesclusivamente legato ai mass media,ma è insito nella politica democra-tica (tanto quanto insite sono le stri-sce populiste).È nell’analisi della leadership che in-dividuo la distanza maggiore fraquello che Pombeni scrive e quelloche ritengo sia corretto tanto nellateoria quanto nella pratica. In parti-colare, Pombeni ricostruisce punti-gliosamente la genesi intellettualedei tre tipi ideali di potere politicoformulati da Max Weber. Li ricol-lega correttamente alla sociologiadelle religioni. Li inserisce opportu-namente in un quadro sistemico,però, vi aggiunge qualcosa che nonsoltanto non mi pare riscontrabile inWeber, ma che ritengo semplice-mente sbagliato. La tematica del po-tere carismatico è tutt’altro che spa-rita dal dibattito contemporaneo.Naturalmente, Pombeni ha ragionenello scagliarsi contro coloro che ve-dono il carisma un po’ dappertuttoe, quindi, ne deprezzano la granderilevanza teorica. Tuttavia, a mio pa-rere, ha torto quando considera ca-rismatico soltanto il potere «buono»(il termine da lui utilizzato è lo sci-volosissimo «legittimo») e, dunque,esclude Hitler (e neppure menzionaStalin).Incidentalmente, anche i detentoridel potere tradizionale possono ope-rare in maniera riprovevole, ma ide-altipicamente, se ricorrono determi-nate condizioni, rimangono a pienotitolo dentro la categoria che hacome basi dell’obbedienza le tradi-zioni. Stesso discorso per i detentoridel potere legale-razionale che pos-sono farne buono oppure cattivouso. Possono averlo acquisito in ma-niera non legittima, ma ottenere le-gittimità
quoad exercitium
grazie almodo con il quale lo esercitano.Comunque, in quella categoria con-tinueranno a risiedere.Quanto al potere carismatico, stocon (la mia lettura di) Weber. L’oc-casione alla comparsa del carisma èofferta da una situazione di ansietàcollettiva prodotta da una pluralitàdi avvenimenti: gravi crisi economi-che, guerre, incertezze e divisioniprofonde sulla (ri)costruzione del si-stema politico. Colui che ritiene diavere il dono del carisma, che è ov-viamente relazionale, dovendo es-sere riconosciuto dagli altri, vienechiamato a darne visibile dimostra-zione attraverso prestazioni miraco-lose: risolvere la crisi economica,vincere una guerra, dare identifica-zione ai suoi concittadini. Infine, ildetentore del potere carismatico riu-scirà a pervenire a compimento delsuo tragitto istituzionalizzando il ca-risma: in un partito, in una Costitu-zione, affinché si perpetui.Per me, il più carismatico dei leadercontemporanei è stato il generaleCharles de Gaulle il cui partito è an-cora con noi e la cui Costituzionedura con successo da più di cin-quant’anni. Ma, perché dovremmoescludere Hitler dal novero dei lea-der carismatici: emerso in una situa-zione di enorme ansietà collettiva,organizzatore di un partito diventatopotentissimo, fondatore di un re-gime millenario, il Terzo Reich (che,comunque, riesce a durare dodici,lunghi, ancorché tempestosi, anni),Hitler soggioga con il suo carisma lasocietà più moderna e più colta delmondo dei suoi tempi. Questa sulcarisma non è una discussione oziosapoiché, come suggerisce anche Pom-beni, le modalità con le quali si pre-sentano le leadership politiche neisistemi politici contemporanei con-tinuano a essere decisive. Al propo-sito, l’esplorazione del populismoappare, nonostante qualche digres-sione di troppo, altamente sugge-stiva.Peccato che, introdotta criticamentela distinzione fra populismo e dema-gogia, Pombeni non la approfondi-sca. Con ragione e con passione,questo è il compito ancora da svol-gere, nella consapevolezza che tantoil populismo quanto la demagogiatrovano un terreno fertile nelle de-mocrazie di massa. In alcune di lorohanno anche trovato degli anticorpiche ci piaccia o no, come dimostraquesta importante raccolta di saggi.Riferendomi al sottotitolo di questodenso volume, ne concludo che «leforme della politica nell’Europa con-temporanea» vedono ancora la pre-minenza dei partiti. Le poche altremodalità di fare politica appaiono,qualche volta pericolose, per lo piùdeboli e sparse.
 
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Quante inesattezzesull’islam in Italia
diKhalidChaoukiSouadSbai
 L’ingannoVittimedelmulticulturalismo
Cantagalli,2010,pagg.248,euro15L’immagine della donna musulmanacon il niqab (velo integrale) rigoro-samente nero, due bellissimi occhicircondati da altrettante folte so-pracciglia, sguardo triste e rasse-gnato che guarda il mondoattraverso una gabbia di metallo.Una donna musulmana quindi sot-tomessa, vittima dell’uomo musul-mano di turno e vittima delmulticulturalismo relativista portatoavanti dalla sinistra «terzomondi-sta». È questa la copertina del libro
 L’inganno. Vittime del multicultura-lismo
di Souad Sbai.Lo scenario tratteggiato dalla primaonorevole musulmana della Repub-blica italiana, Souad Sbai, di originemarocchina e fondatrice dell’asso-ciazione delle donne marocchine inItalia, non ammette dubbi ma solocertezze, a rafforzare una serie di ste-reotipi e luoghi comuni. Afferma-zioni generiche e decontestualizzateche non aiutano a comprendere in-nanzitutto l’entità dei fenomeni illu-strati dall’autrice, ma consolidanouna visione di un islam intrinseca-mente violento e maschilista.Si parla nelle pagine del volume diuna donna musulmana in Italia che«è spesso drammaticamente co-stretta alla poligamia» ma non si il-lustrano né numeri né statistiche.Un approccio superficiale relativo al-l’analisi della presenza islamica inOccidente e del ruolo e condizionidelle donne in Italia che rischia dimettere in secondo piano invece al-cuni preziosi capitoli del volume ric-chi di note e di fonti importanti,dove l’autrice mostra esempi inte-ressanti e autorevoli di studiosi e at-tivisti musulmani impegnati nellalotta per la libertà dell’individuo neicontesti musulmani.Tra le righe de
L’inganno
emergonoquelli che sono i caratteri salientidell’impegno di Souad Sbai, unadonna intraprendente che ha fattodella lotta per i diritti delle donnemusulmane il suo cavallo di batta-glia, anche se talvolta è prevalsa nellasua azione più un’amplificazione deimali innegabili quali la violenza sulledonne invece di una proposta di so-luzioni per prevenire e curare questomale.È così che, nell’intento di far cono-scere il dramma di tante donne mu-sulmane al grande pubblico eall’élite politica, l’azione della Sbai avolte ha peccato di eccessivo allar-mismo, analisi poco accurata dellecause e soprattutto assente valoriz-zazione delle esperienze e degliesempi positivi. Storie di donne mu-sulmane che ce l’hanno fatta coeren-temente con una parte delle loroculture e tradizioni d’origine. E ma-gari portando anche un velo in testaliberamente scelto come testimo-nianza di fede e di esperienza spiri-tuale oggi incomprensibile per molti.Musulmani cosiddetti «liberali» e«moderati» in primis.Nel libro ricorrono anche alcuneinesattezze per quanto concernel’entità del matrimonio
Urfi 
. Silegge: «la donna musulmana inItalia è spesso drammaticamente co-stretta alla poligamia: si parla, a que-sto proposito, della piaga dei cosid-detti matrimoni
Urfi 
, unioni cele-brate in capannoni o garage adibiti amoschee da sedicenti imam auto-proclamatosi tali». Il matrimonio
Urfi 
è strettamente collegato aun’usanza diffusa in Egitto e non hanulla a che fare con la realtà italiana.I matrimoni contratti nella stragran-de maggioranza dei centri islamicid’Italia sono matrimoni islamica-mente leciti in quanto contratti inpresenza di testimoni e registrati sudocumenti riconosciuti dalle autori-tà diplomatiche dei paesi musulma-ni presenti in Italia.Il problema semmai è l’assenza diun’intesa che rettifichi la validità diqueste unioni anche in sede civilecome avviene per i cattolici e per lealtre minoranze religiose ricono-sciute, e l’assenza di un controllosullo stato familiare dell’uomo, alfine di evitare di convalidare un ma-trimonio poligamico in Italia. Perovviare a questi rischi, Sbai però di-mentica di ricordare che, a partiredalla Grande moschea di Roma, ogginumerosi centri islamici pretendonoin primis un certificato di matrimo-nio civile contratto in Comune opresso un’ambasciata, per poi con-trarre il matrimonio religioso, e que-sto è un bel passo in avanti.Non vogliamo sminuire i rischi e iproblemi che vivono oggi tantedonne, tra cui anche quelle di reli-gione islamica, ma evitare di guar-dare fino in fondo la realtà, tentatida facili strumentalizzazioni di storiedrammatiche che coinvolgono fami-glie intere, credo sia grave e perico-loso perché innanzitutto ci allontanadalla ricerca di soluzioni per supe-rare i problemi.Infine c’è un nodo chiave che SouadSbai giustamente sottolinea nel suovolume. Il problema della incompa-tibilità tra le leggi nazionali e alcunetradizioni legate agli immigrati.«Vengono però tante volte mal in-terpretate le situazioni concrete diconflitto tra la legislazione delloStato di residenza e le tradizioni del

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