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Alberto Cottica
economia creatività cultura 
alberto@ramblers.it
V
IVERE DI
M
ANCE
Il 
music business
al tempo della rete: tra libero accesso e tutela della proprietà intellettuale
Sembra ormai chiaro che, nell’era digitale, i diritti di proprietà intellettuale sono tecnicamenteindifendibili. La musica, con la diffusione della pratica di duplicare illegalmente brani musicali, èla forma d’arte che è stata investita per prima da questo fenomeno. Secondo John PerryBarlow, fondatore della Electronic Frontier Foundation, “la rivoluzione è finita”: il diritto d’autorenel campo della musica è stato abolito nei fatti. Altre arti, come il cinema, per ora resistono per motivi tecnici, ma cadranno quando la banda larga permetterà di scaricare film dalla rete comeoggi si scaricano MP3. Napster, Gnutella, Freenet, il sistema di decriptaggio del DVD: tuttequeste vicende raccontano la stessa storia, cioè che la maggior parte della gente percepisceil divieto di fare copie private come iniquo, e c’è abbastanza talento informatico in rete da far saltare qualunque sistema di criptaggio. Cioè: i consumatori di musica possono copiare filesmusicali e si ritengono in diritto di farlo. Semplicemente, non si può impedire che i CD venganocopiati, sia offline che (soprattutto) online.Questo ha portato molte persone (e soprattutto i portavoce dell’industria discografica) aprofetizzare un futuro di sventura, in cui la creatività non riuscirà più a trovare la giustaretribuzione, e i creativi si ritireranno dall’arte per dedicarsi ad attività più remunerative. Comesempre quando si tocca questo argomento, i toni della discussione sono molto forti. Le ruspeschiacciano i CD piratati, il 17enne Shawn Fanning, padre di Napster, viene trascinato intribunale e additato come criminale. La rappresentazione è questa: da una parte ci sono dellepersone rispettabili, in giacca e cravatta, che difendono “gli interessi degli artisti”: dall’altra i“pirati”, pericolosi hackers pronti a calpestare la proprietà (intellettuale) altrui.Non sono sicuro che le cose stiano così. Negli ultimi anni ho attraversato l’industria musicaleda musicista, componente di una band di rock italiano chiamata Modena City Ramblers. Ilgruppo ha dal 1994 un contratto con una multinazionale del disco, PolyGram (dal 1997assorbita poi da Universal), e a oggi ha venduto oltre 300.000 album. Insomma, musicbusiness, anche se non a livello di star. Questa esperienza mi induce a nutrire alcuni dubbirispetto alla versione “artisti e discografici contro i pirati di MP3”.Uno di questi dubbi nasce dal fatto che molti artisti sono in disaccordo con i loro discograficicirca il prezzo a cui mettere in vendita i dischi. Gli schieramenti sono sempre gli stessi: gliartisti vogliono prezzi bassi, per raggiungere più acquirenti, i discografici insistono per prezzialti, per aumentare i margini di profitto. Questo significa che “gli interessi degli artisti”comprendono anche la
accessibilità
della musica ad un pubblico il più vasto possibile: ingenere un musicista preferisce guadagnare mille lire vendendo due dischi (quindi avendo duefan) che non, diciamo, mille e cento lire vendendone uno solo a un prezzo più alto. Per la casadiscografica, invece, è esattamente il contrario. Quindi, anche se a uno sguardo superficialemusicisti e case discografiche si presentano come alleati, l’alleanza non è molto salda. Difatto, molti artisti considerano con una certa tolleranza il fenomeno della copia privata: i CDmasterizzati e gli MP3 con cui i fans si passano l’un l’altro la nostra musica sono, in fondo, un
 
2veicolo di contagio, attraverso il quale si diffonde la passione per le cose che facciamo. E’probabile che chi ha un CD masterizzato di un artista finisca per andarlo a sentire in concerto,e magari per comprarne una maglietta o l’album successivo in originale. La copia privata fa piùo meno la funzione degli assaggi gratuiti di prodotti alimentari al supermercato: serve adaumentare la diffusione del prodotto, e ad attrarre nuovi consumatori.Cosa c’entra tutto questo con i diritti di proprietà intellettuale? C’entra nel senso che ilmeccanismo di prezzo di dischi e cassette che conosciamo, con i margini molto alti, è resopossibile dall’esistenza del diritto d’autore che blocca il meccanismo della concorrenza diprezzo. La cosa funziona così: come quasi tutti ormai sanno, il costo industriale di stampare,confezionare e distribuire un CD è molto basso, dell’ordine di poche migliaia di lire. In unmercato in cui esiste concorrenza di prezzo, se un album (diciamo
 All that you can’t leavebehind 
degli U2) viene venduto a 25.000 lire all’ingrosso, si apre un’opportunità di profitto per chi venda lo stesso prodotto a un prezzo leggermente minore, diciamo 24.000 lire. Costuiattirerebbe su di sè l’intera clientela e ricaverebbe comunque un buon profitto. A questopunto, però, potrebbe intervenire un terzo produttore, che mettesse in vendita
 All that you can’t leave behind 
a 23.000 lire, attirando nuovamente tutta la clientela e così via. Questoprocesso si fermerebbe solo quando il prezzo diventasse tale da consentire la copertura deicosti e un guadagno “normale” per l’imprenditore. Un mercato fatto in questo modo,evidentemente, è molto vantaggioso per i consumatori.Il mercato discografico, a meno della “rivoluzione” di cui parla Barlow, non funziona così,perché simili operazioni sono proibite dalla normativa sul diritto d’autore. Un economistadirebbe che l’effetto del diritto d’autore è di trasformare il mercato di ogni opera in un mercatodi monopolio, cioè un mercato in cui il produttore è uno solo. Al contrario dei mercati su cuivige concorrenza di prezzo, quelli di monopolio sono contraddistinti da profitti alti, moltovantaggiosi per i produttori e molto poco per i consumatori.E i musicisti? Stanno in mezzo. Da un lato beneficiano di questo sistema, sia direttamente(tramite i proventi dell’utilizzo delle loro opere, che le case discografiche pagano loro tramitesocietà di collecting come la SIAE italiana). Dall’altro, però, soffrono del fatto che il regime dimonopolio implica prezzi alti, e questi implicano meno accessibilità e quindi platee ridotte. E’interessante come alcuni di loro abbiano decisamente rotto l’alleanza con le casediscografiche, e si siano da tempo schierati contro il regime di proprietà intellettuale. I GratefulDead, ad esempio, portano avanti da tempo una politica di incoraggiamento dei loro fans aregistrare senza autorizzazione i concerti del gruppo e a fare circolare queste registrazioni.L’idea è quella di consolidare i legami di comunità tra i fans dei Grateful Dead tramite loscambio di registrazioni di concerti, e di aumentarne il coinvolgimento nell’avventura musicaledel gruppo: è quella che gli uomini di marketing definirebbero una strategia di fidelizzazione.Ha funzionato in pieno: i Grateful Dead riempiono regolarmente gli stadi d’America, e ogni loroalbum ufficiale (nonostante le innumerevoli copie private) raggiunge il disco di platino.Non è finita qui. Ritengo che l’alleanza tra musicisti e case discografiche in difesa del regimevigente di diritti di proprietà intellettuale sia poco salda per altre due importanti ragioni. La primaè che in nome del diritto d’autore, in realtà, si tutelano soprattuto gli interessi degli editori (e ciòfin dal suo esordio storico, lo statuto emanato dalla Regina d’Inghilterra Anna Stuart nel 1710).I pochi dati disponibili, infatti, ci dicono che i proventi dei diritti d’autore
 
vengono intascatisoprattutto dagli editori. La Performing Rights Society britannica, per esempio, ha pagato acompositori e parolieri solo 20 milioni di sterline sui 75 raccolti nel corso del 1993: la parterimanente, è andata agli editori (31 milioni) e a società estere affiliate (24 milioni). Forse è utileprecisare che gli editori sono società controllate dalle case discografiche stesse.La seconda ragione per cui penso che l’alleanza tra musicisti e discografici sia instabile è chein realtà sono davvero pochi i musicisti che beneficiano davvero del sistema. La SIAE italiana,per esempio, ha 41.000 autori iscritti, a cui nel 1996 ha distribuito circa 143 miliardi di lire.Ebbene, 35.000 di loro (l’85%) hanno ricevuto meno di 150.000 lire: ma la quota annuale diiscrizione alla SIAE è appunto di 150.000 lire! Dunque, per la grandissima maggioranza degli
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