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Mercoledì,4 febbraio 2004NumeroSpeciale 4
La virtualità divorante dello spettacoloSommario
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IL MESSAGGIO DI ZANOTELLIil caso CorrierEconomiaInformarci è giusto
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Come si scrive un articolo per “Kronstadt”Avrei potuto...Ricordi bruciatiVorrei accendere la televisione
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(DIS)INFORMATI! Appello per un altra informazione
Del 1988 Guy Debord in appendice alla nuo-va edizione del suo
 La società dello spettacolo
 scriveva: …
la logica si era formata socialmentesoltanto nel dialogo. Inoltre, quando si è diffusoil rispetto verso ciò che parla nello spettacolo,che si suppone importante, ricco, prestigioso,che è l’autorità stessa, si diffonde anche latendenza tra gli spettatori a voler essere illogiciquanto lo spettacolo, per ostentare un riessoindividuale di quella autorità. Insomma, lalogica non è facile e nessuno ha avuto vogliadi insegnarla. Nessun drogato studia la logica; perché non ne ha più bisogno, e perché non neha più la possibilità.
Le cose da allora non sono affatto migliorate.Dubito che scriverne possa modicare l’or-dine, ormai stabilmente consolidato, dellasocietà dello spettacolo. Spero che almenoalcune riessioni critiche possano servireindividualmente a colui che avrà la pazienzadi leggere queste poche righe. In particolare,ritengo sia interessante una breve analisi del-le dinamiche attraverso cui gli individui co-struiscono la loro identità nella società dellacomunicazione di massa. Per comprenderetale fenomeno è necessario fare riferimentoa due concetti:
 Atomizzazione e Virtualiz- zazione.
Nell’atomizzarsi, nel divenire unamonade incapace di comunicare se stesso aisuoi simili, l’individuo perde la sua politicità,il suo essere in grado di progettare e di ri-ettere criticamente insieme agli altri. Altriche sono semplicemente coloro che, fatti dicarne e sangue immediatamente esperibili,affollano con il loro mutevole umore e il loroodore di mammiferi viventi lo spazio delquotidiano. Nel Virtualizzarsi l’individuo so-litario sostituisce la carne, il sangue e l’odoredei membri della sua specie con le immaginitecnologiche fornite dai mass media per lacostruzione del consenso sociale. In breve lasua identità, ciò che si chiama personalità,comincia a determinarsi attraverso il con-fronto con l’altro in quanto prodotto multi-mediale dell’immaginario spettacolarizzato.Le conseguenze di questo sono evidenti eriguardano il controllo. Quest’ultimo tendepericolosamente a colonizzare la mente del-l’individuo-monade che si sente sempre piùlibero di fare ciò che desidera, desiderandotuttavia solo la narcosi dell’identità virtualefornitagli dallo spettacolo. Che mirabile mac-china! Nella sua perfezione produce consu-matori perfetti, tecnici brillanti che, moren-do, si stupiranno di non vivere eternamentecome i loro modelli virtuali. Ovviamentenessuno vuole morire. Tutti sperano di cam-pare il più a lungo possibile, purtroppo la vitae la morte sono indissolubilmente legate evivere autenticamente, cercare un senso, edessere uomini signica provare quegli umorie odori sgradevoli che ci parlano dell’altro.Odori e umori, ultima forma di autodifesadalla virtualizzazione totale della non-vitaspettacolare nella società della tecnologiaavanzata. Bisogna essere folli almeno unavolta al mese, aprire la porta di casa e uscen-do ascoltate le parole e la puzza degli indivi-dui che circondano il nostro spazio/temposempre più relativisticamente inquietante.Paolo Bellini
Nassirya e Lucignolo
Sembra, ma non è sicuro visto che a quell’oraquei canali poca gente li guarda, sia andatoin onda un servizio su una piccola città, ilsolito bastardo posto, del Sud Milanese. Nelcontesto di una trasmissione che voleva in-quadrare le tribù dei ‘ggiovani, qualcuno haavuto la luminosa idea. Fare un bel servizio su alcuni ragazzi dellacittà. Bravi per carità. Difendono il territorio. Inltrato. Sui muri di questa città sembra cisiano solo scritte infamante: “Nazi okkio alkranio”. Una città bolscevica, da far pensaredi non essere nella civile Lombardia ma nel-l’infausta zona dell’infame Triangolo Rosso.Tutto vero. Poveri ragazzi minacciati nei loro fortini di svastiche e croci celtiche dagli altri,dai cattivi. Loro sono proletari (gli di ricchi proletari a dire il vero), alcuni pregiudicati. Ma non per tangenti, falsi in bilancio, ban-carotta (cose per le quali non si pregiudicanulla, sembra). Per violenza, istigazione allaviolenza, rissa e quanto altro. E ci sono puredei procedimenti giudiziari in corso. Ne ripar-leremo, meno male che la televisione ci dà la possibilità di farlo
 S i  m on e a t  t i  
GrandefratelloPiccolasoella
 
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IL MESSAGGIO DI ZANOTELLI
Domenica 1 Febbraio presso il salone terzo millennio, una platea infantile, giovane e adultarimane in silenzio per due ore per ascoltare Padre Alex Zanotelli, missionario combonianoimpegnato da decenni all’interno delle baraccopoli Africane.Il suo pensiero comincia comunicando tutta la preoccupazione per il momento che stiamovivendo. In primo luogo si richiama alla guerra, sottintendendo la gravità in sé dell’evento maesplicitando la menzogna delle sue motivazioni. Infatti Alex spiega come le armi di distruzionedi massa ancora non esistano, come il legame Saddam-Al Quaeda sia oggi ufcialmente negatoda tutti gli organi di stampa e riporta inne una frase di O’Neal (membro del Gabinetto USA)secondo il quale Bush avrebbe parlato di guerra in Iraq alla prima riunione del Gabinetto, nelgennaio 2001, nove mesi prima dell’11 settembre.In secondo luogo Padre Zanotelli parla dell’Italia, della proprietà dei media (il 90% circa, se-condo dati OCSE, appartengono ad uno stesso gruppo), deducendo la situazione monopolisticaattuale e futura, citando Karl Popper che alcuni decenni fa disse: “con questa televisione non cipuò essere democrazia”.In ultimo la situazione europea, nata comegrande sogno di equilibrio e giustizia e che stasfociando in una Costituzione che non raccoglieil riuto della guerra ma prevede un fondo perl’armamento comune e gli attacchi preventivi.Secondo Padre Alex l’idea di guerra non esisteneanche lontanamente perché essa non fa parte dell’umanità e se oggi è diventata un acca-dimento normale in ragione di lusinghe materiali, teniamoci pronti a diventarne schiavi e amorirne in quanto “o viviamo tutti o non vivrà nessuno”.Nella seconda parte del suo intervento, Zanotelli racconta la vita che conduce ormai da moltianni: abitare nell’inferno di Korogocho. I poveri non esistono più, dice, esistono gli impoveriti.La situazione dei suoi coinquilini è paradossale: 200.000 persone vivono sardinizzate in uno baraccopoli equivalente all’1,5% del territorio di Nairobi, volutamente situata sotto la linea dellafogna, con un cesso ogni 1000 persone e dove l’80% della popolazione paga l’aftto all’ammi-nistrazione della città. Appare chiaro come l’inesistenza di possibilità di vita (un lavoro o sem-plicemente cibo e acqua) porti ad un forte degrado sico, igienico, ad un azzeramento mentalee quindi umano; non si può più parlare di vita, solo non è ancora morte: vivere nella violenzamorale come chi è cosciente di non avere prospettive neanche interiori, nella violenza sicacome chi uccide o viene ucciso per una coperta, come chi stupra o viene stuprato per dispera-zione, come chi usa l’alcool e la droga per non pensare, come chi non si può più preoccuparedi prendere l’AIDS. Ciò che provoca situazioni come Korogocho è lo stesso sistema economicoche indirizza le nostre vite al di qua del muro e mantenendoci nel nostro splendido isolamentonon si cura di essere un genocidio della popolazione mondiale.Padre Alex Zanotelli conclude affermando la necessità di rimettere in discussione il sistemaeconomico mondiale e la politica delle armi: se per mangiare, bere e vivere umanamente devopossedere, il sistema di gestione del mondo va cambiato. Per riuscire in questo NOI possiamoparlare maggiormente della situazione generale, comunicare la verità e riscoprirci come voltiunici ed irripetibili, dobbiamo assolutamente uscire dalla logica dell’impotenza; NOI siamo ingrado di cambiare lo stato delle cose associandoci in reti lillipuziane sempre più tte, diventan-do una Società Civile Organizzata che abbatta prigioni per ottenere effetti.Il compito può apparire molto difcile, ma unicamente perché siamo così abituati a questomondo che esso ci appare come l’unico spontaneo mondo possibile. Per questo bisogna alzarsiin piedi di scatto ed imporre una rivoluzione culturale e spirituale, in nome di tutti.Giulio Rossi
 Numero Speciale 4Mercoledì 4 febbraio 2004
Informarci è giusto
 Diamo un altro giro di vite. Nell’editorialedel secondo numero speciale si leggeva: c’èuno spazio immenso, là fuori, da riempire, perché ce n’è bisogno. La questione è abba-stanza antica, ma pur sempre appassionante. E mi appare una delle più nobili e storichetrincee del libero pensiero. E non deve stupireche solo oggi, a Pavia come altrove, torni amolti la voglia di riabitare la trincea. Questavoglia è un moto necessario che supera levecchie distanze tra tutti noi. Un esempio? Atutti deve ripugnare la presenza in città (non parlo di Milano o Parigi o New York, ma di Pavia), deve risultarci sgradevole e ripugnan-te la presenza in città dineofascisti che ostentanosimboli e atteggiamentioffensivi della memoriadei morti, oltre che giu-ridicamente perseguibili:niente di più e nientedi meno. La trincea ri-chiede un abbigliamentoadeguato: niente di piùe niente di meno. Prego,signori, accomodiamocie ambientiamoci, presen-tiamoci, contaminiamoci,tocchiamoci - ma chi gira vestito in mimetica biascicando sloganmuffosi non si impermalisca se gli si ride in faccia, non dica “non gioco più”. Perché, niente paura, non si chiede a nessuno di imbracciarealtra arma che una penna per scrivere, e il proprio cervello per pensare, la propria ima- gerie per osservare e descrivere: niente di più,niente di meno. Se riusciamo in questo sarà già tantissimo. Non è più il tempo di scanda-lizzarsi e scomunicare. Diceva Canetti: “pos-sibile che mai, neanche per un momento, si possa vivere senza sentirsi costretti a esecrarequalcuno?” Spesso mi viene da credere chel’esecrazione sia soltanto un caso limite dellacondivisione di un codice di comportamento,di un costume sociologico. Troppa cattiveria?Troppo cinismo? Troppo vero? Non ci stiamodentro?Una volta dentro la trincea, signori, bastaalzare un po’ la testa per vedere che cosacombinano gli avversarî. Alzatela pure deltutto, questa benedetta testa. Non c’è quasi più pericolo, pare: hanno nito i calibri più grossi, sembra: le piazze insanguinate, lebombe nei musei, nelle stazioni, sopra e sottoi treni, dentro e fuori di noi. Per ora. O per sempre. Perché, se sbirciate le trincee avverse,vedrete che le loro armi sono nuove, più intel-ligenti. Certo, non siamo poi nel terzo mondo,siamo al contrario uno degli stati-satellite piùimportanti dell’impero. Le nuove armi: Bolza-neto, i muri di Genova, Gerusalemme, Cipro,la nuova normativa sulla droga, la mediaticaneogotica, la trascendenza dell’estetica e del-l’immagine. Non sono armi nuovissime, ineffetti. Se ben ricordo, Tacito ne paventava gli effetti; se non sbaglio, Seneca ne rideva;Chomsky è un ottimo scolaro. Ma tutti e trehanno ragionato, hanno tentato di spiegarsiliberamente come e perché il potere giungaad assumere forme tanto tremende. Fuori edentro di noi. Ecco, dobbiamo accantonare iluoghi comuni che giusticano etramandano i nostri amati elita-rismi mentali, come bombonieredi matrimoni ormai dissolti edimenticati. Dobbiamo crescere. Dobbiamo piantarla di bamboc-ciare coi concetti generali, con le grandi scale. Cosa mi serve saperesolo ciò che mi è distante? Non èmolto più importante sapere cheuna troupe di Italia1 sta usandola città in cui vivo come scenarioe strumento di diffamazione politi-ca? O sono masochista al punto di godere all’idea che nalmente qualcuno, pur  ferendomi, si stia occupando di me? Il mondo fuori è immenso e complesso: sarà complessodescriverlo, necessariamente. Un altro giro divite. Informarci è giusto.
Carlo Pirola
il caso CorrierEconomia
Sulle pagine dell’Osservatorio Hi-Tech,collocate all’interno del supplemento “Cor-riere Economia” del Corriere della Sera,appaiono dei servizi in un contesto chiara-mente e indiscutibilmente pubblicitario:1) 16 dicembre 2002. Intervista a VincenzoNovari, numero uno di H3g. L’intervistaè incastonata a pagina 11 tra due inser-zioni pubblicitarie di H3g in cima e infondo alla pagina, la pagina 14 ospitauna inserzione di H3g di una pagina.2) 31 marzo 2003. Intervista all’ammini-stratore delegato della Siemens FaustoPlabani: due piccole inserzioni Siemensin cima e una pubblicità su 9 colonnein fondo alla pagina 21. Una pagina dipubblicità Siemens a pagina 24.3) 14 aprile 2003. Quattro pagine (21, 22,23 e 24) dedicate alla BenQ con seiinserzioni pubblicitarie (una di una pa-gina e un’altra di mezza pagina). Inter-vista a Giorgio Bagnoli, amministratoredelegato di BenQ Italia.4) 16 giugno 2003. Intervista a Enrico Mer-canti, responsabile marketing di BenQ Italia. Pubblicità BenQ alle pagine 21,22 (metà pagina) e 23 (pagina intera).Edoardo Segantini è il responsabile della re-dazione del supplemento “Corriere Econo-mia”; in fase di istruttoria ha dichiarato chegli argomenti trattati venivano scelti da luiin piena autonomia, e che poi le inserzionivenivano collocate dall’ufcio marketing/pubblicità in perfetta sintonia con i temigiornalistici trattati; al riguardo ha afferma-to: “neanche a me piace questa cosa qua.Non mi piace per niente. Cioè avrei preferi-to che ci fossero più investitori, che ci fossenon so la pubblicità della Nutella”.Recita la Carta dei doveri dei giornalisti: “Icittadini hanno il diritto di ricevere un’in-formazione corretta, sempre distinta dalmessaggio pubblicitario e non lesiva degliinteressi dei singoli”, mentre l’articolo 44del contratto collettivo nazionale dei gior-nalisti afferma: “Allo scopo di tutelare ildiritto del pubblico a ricevere una correttainformazione, distinta e distinguibile dalmessaggio pubblicitario e non lesiva degliinteressi dei singoli, i messaggi pubblicitaridevono essere chiaramente individuabilicome tali e quindi distinti, anche attraversoapposita indicazione, dai testi giornalistici”.Poiché Segantini non ha fatto nulla perimpedire che gli episodi “spiacevoli” siripetessero, è stato sanzionato con l’avver-timento.Il consiglio dell’ordine dei giornalisti di Mi-lano è andato oltre, affermando che esisteuna strategia precisa degli editori secondola quale la pubblicità deve presentarsicome informazione e/o frammista all’in-formazione. Questo comportamento vieneconsiderato lesivo per la gura del giornali-sta, dell’ordine e della professione e che siaquindi tale da generare una responsabilitàcivile da parte dell’editore del “Corrieredella Sera”.Replica RCS, editore del Corriere dellaSera, contestando la decisione dell’Ordinerivendicando “la lealtà e la correttezza conla quale vengono accuratamente tenuteseparate tra loro informazione e pubblici-tà”. Si fa sentire anche il CdR del Corriere,esprimendo piena solidarietà a Segantini. Igiornalisti del Corriere della Sera denuncia-no piuttosto il contesto generale, denitoallarmante.Il caso CorrierEconomia è un esempio dellacommistione tra pubblicità e informazione.Bisognerà vedere se l’Ordine dei Giornalistiavrà la forza per denunciare tutti gli abusiche vengono commessi, o se invece non sene farà nulla, per paura di una serrata dimassa da parte degli editori.Egiziano di Leo
 
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Avrei potuto...
Cambiare località per non riuscire a sopportare l’ostinazione del pensiero(Canetti)
 Avrei potuto continuare ad amartise solo avessi smesso di non sognaredi continuare a dirlo, almeno,ed accettarti per quello che eri. Anche, se per solo una volta fossache avessi evitato di cambiare per sopportare la tua ostinazionee accettarti per come non eri più Ma eri troppo bella e lucente per pensare di essere altroalmeno per pensare di provarci E so anche quel che vienee come poi nisce. E io ci cado sempre.
 terza pagina
Vorrei accendere la televisione
… Portava essa in collo una bambina di for-se nov’anni, morta; ma tutta ben accomo-data, co’ capelli divisi sulla fronte, con unvestito bianchissimo, come se quelle manil’avessero adornata per una festa promessada tempo, e data per premio. Né la tenevaa giacere , ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, comese fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da unaparte, con una certa inanimata gravezza, eil capo posava sull’omero della madre, conun abbandono più forte del sonno: dellamadre, chè, se anche la somiglianza dè vol-ti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe dettochiaramente quello dè due ch’esprimevaancora un sentimento.Un turpe monatto andòper levarle la bambinadalle braccia; con unaspecie però d’insolito ri-spetto, con un’esitazioneinvolontaria. Ma quella,tirandosi indietro, senzaperò mostrare sdegnoné disprezzo, «no!» disse:«non me la toccate perora; devo metterla io suquel carro: prendete».Così dicendo, aprì una mano, fece vedereuna borsa, e la lasciò cadere in quella cheil monatto le tese. Poi continuò: «promette-temi di non levarle un lo d’intorno, né dilasciar che altri ardisca di farlo, e di met-terla sotto terra così.»Il monatto si mise una mano al petto; e poi,tutto premuroso, e quasi ossequioso, piùper il nuovo sentimento da cui era comesoggiogato, che per l’inaspettata ricompen-sa, s’affaccendò a far un po’ di posto sulcarro per la morticina …(dai “Promessi sposi”di Alessandro Manzoni)
Vorrei accendere la televisione con la sicurez- za di poter ritrovare nei servizi giornalisticiche trattano situazioni dolorose, disperate…lo stesso
«
rispetto
»
e la stessa
«
esitazione
»
del
«
turpe monatto
»
 , quel rispetto che può anchetrovarsi negli animi abbruttiti dalla violenza. E vorrei che il denaro e gli interessi economici,come è evidente in questo passo, s’inchinasse-ro davanti alla verità, quella verità che nascedalla commozione sincera.Questo voglio!
L.A.
 Numero Speciale 4Mercoledì 4 febbraio 2004
Come si scrive un articolo per “Kronstadt”
ovvero: l’altroieri sera a casa del Dado
Ho saputo che qui a Pavia vogliono fare una rivista per gli studenti, ma non solo. Io hofatto dei video, e penso che forse una rivista è un medium vecchio dentro. Non c’è il for-mat. Allora l’altroieri, domenica, quando ho visto il Massi, gli ho detto: tu cosa ne pensi.Si era al Vul coi cani. Un freddo bastardo. Lui fa: carnecina. Non so gli altri, ma quandodice carnecina a me dà una vibra pazzesca. Perché è duro e fa una faccia che fa staremale da dio. Poi dice che va a cena dal Dado, con la Kate e la Manu, quella di Perugia conl’erre moscia. Ma non c’è da bere. Gli dico: io in cantina, dai miei, c’è di ogni. Ci mettiamod’accordo: lui stampa i miei in casa con un delirio, mentre io devasto la collezione. Lastoria riesce a sciallo. Mentre fuggiamo mio padre fa: e gli esami? È due mesi che facciol’università, papà. Il Massi se la ghigna, e quando usciamo dal cancello mi sfotte: papà,papà.Dal Dado salta su la vicenda della rivista.Suo padre è giornalista, e è pure un go.Nello studio che ha in casa ha due telefoni,tipo il capo di Fantozzi. E gira col crdlessappeso all’anca. Quando arrivano Kate eManu, la Manu mi fa “
J
” (Karnecina!).Il Dado chiama il cane che urla fuori eli dà da mangiare. Poi racconta la voltache gli sbirri gli hanno perquisito la casa.utto superregolare, tranne le riviste disuo padre, e mica Penthouse o simili.Gli dicono: e queste dove le ha prese. Lamadre si tiene la testa con le mani: “
K
.Lui prende il crdless e chiama il cognato,perché è avvocato. Ma lo sbirro-capo dice:uardi che può tenerle, è che non le tienepiù nessuno. E che riviste sono, chiede laManu. Il Dado e la Kate vanno nel sottotetto a prenderle. Chiaramente un imbosko. IO ela Manu restiamo in cucina a Fumare, luci basse, Ben Harper in dolby. Poi, divano. Dopodue millenni nalmente scende il Dado. Si intesisce perché abbiamo nito tutto. Quandogli passa è quasi un’ora assurda. La Kate è dispersa. La manu mi dorme contro. Il Dadoimprovvisamente raggiunge l’illuminazione: bisogna fare un network che manda tutti icorto e i medio di tutta Italia, un ipervideo che accendi e lo vedi passare senza ne, eintanto ti informi. Un ume che passa e non smette mai. Poi mi karico la Manu in vespae la riporto agli Istituti. Con la scusa che ha sonno si pigia addosso. A un certo punto,mentre schizziamo davanti al Notturno, vediamo una macchina dei caramba. Zero casco,stop rotto. Faccio per frenare, ma lei mi mette un dito nell’ombelico, piano piano, condolcezza. Carnecina. Da domani andiamo avivere insieme.
  R  i c o r  d  i   b r u c  i a  t  i
   I   t  u  o   i  o  c  c   h   i  a   l   i  s   ’  a  p  p  o  g  g   i  a  n  o  a   l   l  a  s  c  r   i  v  a  n   i  a ,  r   i  m  a  n  g  o  n  o   l  a  m  a   t   i   t  a  c  o  n   i   l  g  o  m  m   i  n  o  c  o  n  s  u  m  a   t  o ,   f  o  g   l   i   b   i  a  n  c   h   i ,  e   i  n  e  r   i  a  c  c  a  r   t  o  c  c   i  a   t   i ,  u  n   l   i   b  r  o  c   h  e  s   i  s   f  o  g   l   i  a  a   l  v  e  n   t  o ,   l   ’  u   l   t   i  m  o  q  u  o   t   i   d   i  a  n  o ,  q  u  e   l   l  o   d  e   l  g  o   l  p  e ,  e   i   l  q  u  a   d  r  o   d   i   t  u  a  m  a   d  r  e ,  q  u  e   l   l  o   d  o  v  e  s  e  m   b  r  a  g  u  a  r   d  a  r  c   i .   I   l     a  m  m   i   f  e  r  o   i  n  c  e  n  e  r   i  r   à   l  a  m   i  a  v   i   t  a  s  u  q  u  e   l   t  a  v  o   l  o .
      B    a    r      b    a    r    a      h
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