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   E   A   N   C   H   E . . .
Viviamo in una città con un buonpassato culturale, un presente moltopovero e un futuro più grigio. C’èun’università, tra le prime dieci ogiù di li’ in Europa, una capitale delregno longobardo e sembra che nonci sia più nulla. Ci siamo ritrovati inun po’ con questa sensazione e conil desiderio di fare qualcosa per “farecultura” nel posto in cui viviamo. A giugno abbiamo organizzatouna mostra di pitture e unbanchetto letterario con alcuneautoproduzioni e un foglioquotidiano per i dieci giorni chee’ durata la manifestazione che ciaveva ospitato. Esperienza che e’andata abbastanza bene e che sopraogni cosa ci ha divertito. Alcunihanno pensato che si potesse cosìconiugare militanza e divertimento,altri che fosse una strada peralzare un po’ di polvere, altri percominciare a “fare cultura” (c’è statoanche chi l’ha trovato un modo perscopare ma tutto sommato è statauna percentuale siologica per unbisogno siologico). A luglio ci abbiamo ripensato sue ci siamo dati l’estate per pensarecome proseguire l’esperienza. A settembre abbiamo cambiato pelle,ci siamo trovati con altri compagnidi strada abbiamo fatto tre piùquattro e abbiamo focalizzato unaparte dell’impegno su una rivista. A ottobre abbiamo iniziato a metteresu una redazione: amici, conoscenti,parenti, serpenti, esperti, guru egirini. E all’inizio di novembreavevamo in gestazione un primonumero zero e un embrione diredazione; e una visione comunesu perché farla, come farla, cosametterci, da dove venivamo e dovevolevamo andare.Vorremmo dire la verità, comegli eroi di Report, su una piccolacittà e sulle adiacenze del mondoche vanno da Milano a Berlino (lanostra piccola Europa), essere seri,documentati e precisini raccontandoquello che ci sembra di vedere eche sia utile da sapere per vivereun po’ meglio. Parlare e far parlareuna città e un ateneo e stimolare,collaborare, crescere eventi culturaliche ci facciano vivere un po’ meglio.E per fare questo abbiamo anchebisogno di persone che ci si buttinodentro. Quindi “K” cerca….Il Festival della Scienza, alla sua pri-ma edizione, era partito in sordina.Nato come “edizione di prova” perquella che sarebbe dovuta essere lavera “prima” nel 2004, anno in cuiGenova sarà Capitale europea dellaCultura, il Festival non ha potutocontare su una massiccia macchinapromozionale, tanto che – fra glistessi genovesi – non erano molti adesserne informati.Poi l’esplosione, davvero inattesa.I moltissimi eventi – parecchi deiquali davvero di alto livello - pro-grammati dal tto calendario (decinedi conferenze, spettacoli, mostre,laboratori, tavole rotonde) hannorichiamato un’afuenza straordinariadi pubblico. Alcuni dati: 34mila biglietti giorna-lieri e abbonamenti venduti, 136 milavisite negli undici giorni del Festi-val. La mostra “Le meraviglie dellascienza” a Palazzo Ducale ha contato14.400 visitatori. A Villa Croce, lamostra “Il viaggio dell’uomo im-mobile” nei primi quattro giorni hafatto registrare oltre 1.200 perso-ne (prosegue no al 1° febbraio),mentre il Museo di Storia Naturalecon “Micro&Macro” più di 5milavisitatori (rimane aperta no al 28febbraio).Folle per gli incontri di maggior fasci-no, che hanno visto stipate all’invero-simile il Salone del Maggior Consi-glio e altri spazi cittadini, con moltepersone che hanno dovuto rinunciare:tra questi, il convegno “La scienza delcielo” con astronomi di fama comeMargherita Hack, Giovanni Bignamie Franco Pacini, o la tavola rotondainternazionale sulle teorie dell’evolu-zione “Una vita meravigliosa”, nellaquale studiosi di livello mondialehanno fatto il punto sulle teorie delbiologo evoluzionista Stephen J.Gould, recentemente scomparso.Molto seguiti anche i collegamentiquotidiani via satellite dal Porto Anti-co con i ricercatori della base italianadi Baia Terra Nova, in Antartide.Il bilancio della manifestazione èestremamente positivo, e schiude aGenova orizzonti inattesi: “Vogliamoarrivare a essere il Festival di Cannesdella scienza” dice Manuela Arata,presidente del comitato organizzatore;“il Festival e Genova possono avere unruolo fondamentale per fare esploderela divulgazione scientica, prima ap-pannaggio di pochi, e sensibilizzarel’opinione pubblica sull’importanzadei nanziamenti alla ricerca”E’ stato anche avviato un progetto dinetwork con Gran Bretagna, Francia,Germania e Slovenia, nalizzato acreare scuole di formazione scienticapermanente.Si è già cominciato a lavorare allaprossima edizione, che si terrà dal 28ottobre all’8 novembre 2004. In pro-gramma ci sono già la prima mondialedell’opera di Nyman “Facing Goya”,la Fiera Nuova sugli spin-off e i bre-vetti, una mostra sulle neuroscienze euna su “Le macchine dei Greci”.
 Alberto Di Stefano
2 pagina - strumenti
MAI MORTI
: cosa fare in caso di golpe
Mesmer
, la rubrica dei luoghi comuni; al tre vi sveglierete con dei dubbi
Meme,
basta la parola, forse. O forse l’essere è. O Esse est percipi?
3 pagina - terza pagina 
Poesia 
: “il Falco Pellegrino
Musica 
: il momento di inchinarsi alle regine
Prosa 
: “la Cuginetta”
4 pagina - cronache
In Redazione
: cosa succede nel Comitato Centrale di Kronstadt.
Le colonne dell’accesso
: il comitato Saharawi per Pavia.
Bacheca 
: una settimana di cose da fare.
 AdP-Quai des brumes
: avanti tutta
periodico bimensileNumero 0/2Martedì 11Novembre 2003
UN
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UNAFILOSOFO
 
DEL
 
LINGUAG
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GIO
,
GIORNALISTA
 
DI
 
BOTTEGA
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STORICO
 
DEL
-
LA
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ESISTENZA
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CULTO
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RE
 
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MATERIA
 
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TRISTA
 
KEYNESIANIO
 
ASPIRANTE
 
MAGISTRATI
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GIOVINE
 
GIUSLAVORISTA
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PICCOLO
 
ESTETA
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IN
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GEGNERE
 
AMBIENTALE
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CHIMICO
 
FARMACEUTI
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MASTERIZZANDO
 
IN
 
MEDICINA
 
GESTIONALE
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AFFABILE
 
MATEMATICO
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SCIENZIATO
 
POLITICO
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PALEOGRAFO
 
INCUNAM
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BOLO
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PALEOLOGO
 
BI
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ZANTINO
PaviaGenov
C edrata Tassoni
per voi e per tutti
Ta s s o n
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Una bevanda buonaUna bevanda frescaUna bevanda corroboranteUna bevanda modernaLa bevanda per voi
 
2
Una piccola parentesi informatica... Il copyleft(http://www.gnu.org/licenses/licenses.html#WhatIsCopyleft) è un tipo di licenza (ovvero di condizio-ni di utilizzo scritte dall’autore) per la distribuzione(copia, modica, traduzione, back-engineering) diprogrammi informatici che impone che ogni copia(modica, etc.) dello stesso sia associata alla me-desima licenza: un programma di software liberoe richiede che anche tutte le versioni modicate eampliate dello stesso siano software liberoLa maniera più semplice per rendere libero unprogramma è quella di farlo diventare di pubblicodominio, senza copyright. Ciò consente a chiunquedi condividere tale programma e i relativi perfezio-namenti. Ma così facendo, qualcuno poco inclinealla cooperazione potrebbe trasformarlo in softwareproprietario. Potrebbe cioè apportarvi delle modi-che, poche o tante che siano, e distribuirne il risul-tato come software proprietario. Coloro che lo ri-cevono in questa versione modicata non hanno lastessa libertà riconosciuta loro dall’autore originale;è stato l’intermediario a strappargliela. Ovvero ildiritto di proprietà intellettuale dell’opera vienestrappato all’autore originale.L’obiettivo del progetto GNU è quello di offrire atutti gli utenti la libertà di ridistribuire e modicareil software GNU, rispettando una licenza differenteda quella di pubblico dominio. Questa licenza spe-cica che chiunque ridistribuisca il software, con osenza modiche, debba permettere anche in seguitola libertà di poterlo copiare e modicare ulterior-mente, garantendo che ogni utente conservi questelibertà. Inoltre incentiva altri programmatori adaggiungere propri contributi al software stesso. E ilmetodo funziona.Per trasformare un programma in copyleft, primase ne stabilisce la proprietà (l’autore, il fondatore,l’enarca), quindi il soggetto così autorizzato ssa itermini di distribuzione del programma o di qual-siasi altro da esso derivato, imponendo comunqueche venga riprodotto il copyleft originale.Il copyleft è un concetto generale; esistono svaria-te modalità per denirne i dettagli. Nel progettoGNU, i termini specici vengono indicati nellaGNU General Public License (Licenza PubblicaGenerica GNU), spesso abbreviata in GNU GPL.La GNU Free Documentation License, abbrevia-ta in FDL (Licenza per Documentazione LiberaGNU - http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html)è una forma di copyleft stilata per l’utilizzo inmanuali, libri di testo o altri documenti ondegarantire a chiunque l’effettiva libertà di copiare eridistribuire tali materiali, con o senza modiche,sia a livello commerciale che non-commerciale. Lalicenza appropriata è inclusa in numerosi manuali ein ogni distribuzione del codice sorgente GNU Piùo meno suona così:Un’alternativa usata già agli orti suona invece così:
strumenti
Regole meteorologiche
Miglioramento del tempo:Nebbia alla sera.Cumuli di nubi isolate, che si muovo-no in direzione del vento.Cirri con forme strane a grande al-tezza, e, al di sotto, singoli cumuli dinubi.Bel tempo:Rosso di sera promette bel tempo peril giorno dopo.Con forte brina alla sera o nella primametà della notte, niente pioggia ilgiorno dopo.Rondini che volano alte e rane chegracidano anticipano bel tempo.Nebbia mattutina che svanisce col sor-gere del sole, è segno di bel tempo perla giornata.Se da grosse nubi si staccano piccolibrandelli, potrà fare bel tempo.Cumuli di nubi sferiche, signica-no tempo buono prevalentementeasciutto. Con tempo caldo temporaliin arrivo.Cambiamento imminente del tempo:Se compaiono contemporaneamentediversi tipi di nubi (strati e cumuli dinubi, nuvole a pecorelle e cirri).Rosso di mattina anticipa pioggia po-meridiana.Nubi frastagliate, leggeri strati di nu-vole che passano rapidamente e a bassaquota, segnalano pioggia imminente.Tempo cattivo:La bassa pressione è indicata da cirriche si muovono rapidamente.Cirri che si muovono a grande altezzaindicano tempo cattivo.Cumuli di nubi che si formano rapi-damente annunciano pioggia, d’estatetemporale.Vento da ovest o vento da sud antici-pano un cambiamento del tempo.Se il tempo è bello e il vento costantecambia direzione, o rinfresca molto, siavrà pioggia per il giorno dopo. Idemse, dopo tempo bello e senza vento,compare il vento insieme a cirri.Una massa omogenea grigiastra dicumuli o strati di nubi, anticipa pre-cipitazioni.Se gli oggetti molto distanti appaionoparticolarmente ravvicinati, pioveràtra breve.Se le pareti delle rocce o la ghiaia simostrano di umidità, è segno di piog-gia o neve.Se non c’è rugiada sulla vegetazione aterra, è segno di pioggia.Rondini che volano basse, rane e pesciche saltano indicano peggioramentodel tempo.Tramonto giallo pallido è indice dipioggia. Tramonto giallo signica ven-to o tempesta. Aloni intorno al sole o alla luna,annunciano spesso con un giorno emezzo di anticipo tempo pessimo, conprecipitazioni continuate.Stelle che luccicano indicano che tem-po brutto con precipitazioni in arrivo.Più il luccichio è rapido, e più è repen-tino il cambiamento del tempo.Freddo:Freddo in arrivo, quando, senza vento,alla sera o di notte si forma nebbia bas-sa nelle depressioni del terreno.Quando nelle belle giornate invernali,senza vento, il cielo si riempie di neb-bia alta, farà freddo.Il gelo diurno che diminuisce, ma chericompare verso sera, indica un tempofreddo e bello d’inverno. Alba giallo-marrognola, d’inverno,indica gelo prolungato.
Massimo Ghimmy 
Meme, basta la parola
MAI MORTI
Cosa fare in caso di Golpe
Come scrisse il New York Times, “ripetere 50 volte che free trade signica cre-scita e tutti i vostri dubbi spariranno” è inutile. Continuo a sentire intorno alprocesso conosciuto come globalizzazione una quantità di frasi fatte, snocciolatecon nonclalace a più livelli comunicativi sia attorno al tavolo degli aperitivi sia,fatto decisamente più inquietante, al tavolo con fogli e telefoni dei telegiornalisti(sarebbe affascinante scoprire se è nato prima l’uovo o la gallina, ovvero se ci siubriaca dopo il tg o se si fa il tg ubriachi). Ora, vista la pericolosità di non af-frontare seriamente certi dati, certe espressioni e certe locuzioni di un argomentocosì attuale è arrivato il momento di dire quello che di solito, per convenienza,è taciuto. Alla globalizzazione fanno capo diversi fattori, se da una parte la spinta è quelladi liberalizzazione dei mercati delle merci e dei capitali e dall’altra è conseguentead inevitabile uno smantellamento del welfare con riduzione delle opportunità edelle libertà civili, in quanto sono necessari come contorno una politica di com-pressione della spesa pubblica ed estese privatizzazioni.Globalizzazione come liberalizzazione è un luogo comune che non trova riscon-tro nella dinamica delle realtà socioeconomiche. Prima di tutto si crede che le po-litiche di liberalizzazione abbiano aumentato il reddito mondiale. In realtà i datiempirici rivelano il contrario; prendendo in considerazione due diversi periodi ditempo, 1961-1980 e 1981-2000, perché è proprio dagli anni ‘80 che le politicheneoliberiste hanno preso piede, e che l’Africa Sub-sahariana e l’America LatinahscpdILalnl’Africa Sub-saha-riana dal +39% a -13% (fonte Banca Mondiale, World Development Indicators, Database). Unico dato positivo la Cina e l’Asiadell’est in quanto hanno impostato un processo particolare.In conclusione il PIL mondiale cresce oggi a un ritmo molto più lento rispetto alprimo periodo in cui le economie erano più chiuse e protette, e in più dovremmoaggiungere un aumento delle diseguaglianze e il rischio di collasso per i paesi invia di sviluppo (fonte: “Non è vero - I dogmi del neoliberismo alla prova deifatti”, ed. Movimenti Cambiamenti 2002 e relativa bibliograa).Ora rileggete questo articolo 50 volte, al mio tre vi sveglierete con dei dubbi...1,2,3.
Elvis Ghibello
Mesmer 
La rubrica dei luoghi comuni
Questa è una storia che inizia qualcheanno fa, non saprei dire esattamentequando. Forse nel 1980 quando CraigPatchett (Patchett e Wright, “CGI/PerCookbook”, Wiley & Sons, 1998)comprò un modem da 300 baud, oquando Carlo Andrea Rozzi (testimo-nianza personale) ha usato per la primavolta nel 1992 NCSA Mosaic. O nel1972. O ieri. Non fa molta differenzase l’Evo Moderno inizia con la “scoper-ta” dell’America, o la caduta di Grana-da e la “cacciata” degli Arabi dall’Euro-pa o la morte del Magnico (italiano,imbarazzante nazionalismo Gentile).Non fa molta differenza infatti.Qualcosa però è successo. Qualcosache almeno potenzialmente poteva ri-prodursi (una congurazione elettroni-ca in uno sputo di struttura cristallina,ma noi siamo di più?) con degli even-tuali errori (avete presente il CD chence eretaretà, varazone, seezo-ne. Ecco qualcuno sostiene (DawkinsR., “Il gene egoista”, Mondadori,1992) che in presenza di queste trecaratteristiche il meccanismo dell’evo-luzione deve necessariamente entrarein azione. La selezione naturale, ilDNA, noi. Deve. Dalla complessitàemerge l’ordine.Quando apriamo un sito non sap-piamo più chi l’ha scritto. Ma no,certamente è una pagina jsp, alloraqualcuno l’ha scritta. Ma no, è la pagi-na di un sito, allora c’è un’Applicazioneche qualcuno ha scritto sul lato servere che scrive degli script sul lato client.Ma ci sono degli Strumenti Visuali daistallare sul PC del programmatoreche fanno costruire queste stupende Applicazioni che fanno muovere lestupende signorine. Si chiamanoDelphi, .NET, Websphere e con queinomi così poetici fanno dimenticaredi essere dei Compilatori così volga-ri, l’anello più basso dell’evoluzioneinformatica. Magari scritti in C. Il Cè un linguaggio “di programmazionedi uso generale, caratterizzato dallasinteticità, da un controllo del ussoe da strutture dati avanzate, e da unvasto insieme di operatori” (KernighanB.W. e Ritchie D.M “Linguaggio C– seconda edizione”, Jackson, 1989). E,1972, in California. Il punto più altodell’evoluzione naturale. Dietro alla si-gnorina, eccetera, eccetera, linguaggioC, c’è un uomo, anzi due.È piuttosto facile essere riduzionistiquando si è convinti di essere Dio. Sefossero stati in tre avremmo anche laTrinità bella e pronta. Ma è vero?
Emanuele Quinto
 
Copyright (c) 2003, Paolino PaperinoQuello che avete tra le mani, che nel seguito verràindicato come “l’opera” (non per altro ma perchéè locuzione più breve per “quello che avete tra lemani”) non è stato scritto per eccessivi ni di lucro(altrimenti non lo avreste tra le mani, evidentemen-te). Chi l’ha scritto, nel seguito “l’autore” per le stes-se ragioni dell’opera di cui sopra, vi ha però dedicatodel tempo e delle energie che in qualche manieranon gli dispiacerebbe venissero economicamentericompensate.Quindi sembra equo all’autore dell’opera richiedereun’offerta ssata dal vostro buon cuore per la letturadella stessa. L’autore è certo che non sarà un proble-ma per chi vi si sta dedicando, nel seguito il lettore,far giungere all’autore qualche moneta se non bi-gliettone. L’autore si impegna, in caso di distribuzio-ne commerciale dell’opera, a far abbassare il prezzodi vendita con una quota del proprio protto comeforma di compensazione per gli attuali lettori.Ciò stabilito, l’opera può essere riprodotta, distribui-ta e tradotta in ogni altra lingua, in tutto o in parte,con ogni mezzo sico o elettronico, senza il permes-so scritto dell’autore. La distribuzione commercialenon è permessa né incoraggiata.Ogni riproduzione, traduzione, lavoro derivato ocomprendente quest’opera deve essere coperto sottoquesto avviso di copyright che deve essere riprodottosu tutte le copie. Cioè non potete produrre un’operaderivata da questa e imporre restrizioni aggiuntivesulla sua distribuzione. Eccezioni a queste regolepossono essere garantite sotto certe condizioni; con-tattate l’autore.
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Copyright (c) 2003, Paolino Paperino.è garantito il permesso di copiare, distribuire e/omodicare questo documento seguendo i terminidella Licenza per Documentazione Libera GNU,Versione 1.1 o ogni versione successiva pubblicatadalla Free Software Foundation... Una copia dellalicenza è acclusa nella sezione intitolata “Licenzaper Documentazione Libera GNU”.
 
3
terza pagina
Lì avevamo visti a Sanremo. Giàpensavamo che ormai si fossero“commercializzati”, parola impro-nunciabile negli ambienti dei verirockers. Era appena uscito un albumcon un “singolo”, errore gravissimoche li aveva ormai messi sullo stessopiano degli odiatissimi Duran. Eppurenon appena leggemmo la notizia suCiao 2001 avevamo già i biglietti. Lamamma aveva così risolto il problemadel mio regalo di compleanno ed io lamia fame di rock and roll. Dovevamotenerceli stretti i concerti a quel tem-po. L’Italia era considerata una piazzapericolosa dagli artisti internazionali:troppa politica, troppa polizia, sempredisordini. Quindi ai “coraggiosi” chescendevano lo stivale non potevamonon tributare il nostro omaggio, so-prattutto se si trattava di Altezze Reali:i Queen.Raggiungere quella che all’epoca eraancora una Milano “da bere”, pergente che veniva come me da fuoripoteva costituire un problema, cheriuscimmo a risolvere grazie al prov-vido intervento di un amico armatodi Fiat 500 (non quella che fannoadesso, quella vera). Statale a 60 al-l’ora poi nalmente la stupefacentevisione della “ciabatta” del Palazzettodi San Siro (fatiscente struttura cheoggi non esiste più dalla tipica formaappunto a ciabatta). Nessun problemadi parcheggio. Ovviamente trattandosidelle 2 del pomeriggio... La previsio-ne di apertura cancelli era per le 18- 18,30; a quei tempi si calcolava adocchio quando fosse il caso di aprire.Il servizio d’ordine era gestito dallaCelere e più di una volta mi è capitatodi essere ancora fuori a cancelli chiusicon la band che aveva già cominciato asuonare, vabbè......Eravamo già una piccola folla raduna-ta al caldo di quel 14 settembre 1984,si parlava un po’ di tutto, andavanoper la maggiore le battute rubate aDrive-In, calcio, donne (furoreggiavaTinì Cansino), musica (fortissima ladivisione tra rocker e popster), SaraSimeoni, Pietro Mennea, politica. Glianni di piombo non erano ancora ni-ti ma si respirava già aria di un nuovoboom economico. Sembrava ancheche l’Italia fosse rinata, che avesse unnuovo prestigio internazionale, e ilfatto che fossero ricominciati i grandiconcerti ce ne dava in parte la confer-ma. Erano gli anni 80: edonismo allestelle, si poteva ancora sognare.Si aprono i cancelli, corsa sfrenata in-terrotta dal sinistro scricchiolare di ossacontro le transenne, pigiati e stipaticome sardine avevamo guadagnato laprima la. Ore di attesa premiate daun traguardo ambitissimo. La sceno-graa sul palco, ridottissima rispettoalle date dei concerti nel resto d’Euro-pa, ricordava vagamente le sequenze diMetropolis. Una scalinata consentivaal palco di prolungarsi sino alle tran-senne e alla prima la. Ancora attesa.Ritardo, molto ritardo. Ricordo che ilPalazzetto era pieno di ragazzine conil frontalino croccante in testa (tipicastruttura di capelli immobilizzata persempre da quantità smodate di gel), jeans appena sotto il ginocchio, moltii Monclair senza maniche, malgradola temperatura fosse tropicale, faccecarbonizzate dalle lampade, insommaera pieno di “panozzi”. In compensotutto il complesso era mezzo vuoto.Se lo racconti oggi nessuno ci crede,il Palazzetto era mezzo vuoto, per iQueen!!! Sì, è vero nell’84 i Queennon erano popolarissimi in Italia, Ra-dio Ga Ga aveva aiutato la diffusionedella loro musica, ma a noi quella robanon piaceva, volevamo rock’n’roll. Leluci all’improvviso si spensero, un in-tro assordante e fu rock and roll. Una“Tear it up” aprì le danze, le Regineerano in grandissima forma, Freddie adispetto delle voci che lo davano sfattoe molliccio, era invece tonico e musco-lare, scattante e dinamico. May avevaun suono che non sembrava neancheprovenire da questo pianeta. Il volumeera mostruoso. Poi furono Tie yourmother down, Under Pressure, Some-body to love, una dopo l’altra. Freddiepassava dal microfono alla chitarra alpiano con la stessa disinvoltura, scher-zava con il pubblico con un pigliotipicamente mediterraneo, sembravaproprio che si stessero divertendo,e ricevevano dal pubblico lo stessofeedback in energia e calore. Spessola coppia Mercury-May si spingevagiù dalla scalinata sino a noi “poverimortali” a raccogliere tributi di mani.La cosa effettivamente ad un certopunto si rivelò un tantino pericolosasoprattutto per la chitarra di Brian sucui si concentravano le attenzioni delsottoscritto e di alcuni altri chitarristibramosi di ricevere i poteri magiciattraverso il contatto con l’icona a seicorde.Love of my life: voci stupende. Sto-ne cold crazy: chitarre sbriciolanti, Another one bites the dust: basso miti-co. Bhoemian Rapsody: piano da altromondo. E poi arriva Radio Ga Ga, esi ripete la scena del video, tutti con lemani alzate a tempo, ragazzi e ragaz-ze, paninari e rockers, e forse anchequalcuno della polizia. E pazienza seera il singolo in classica su TV Sorrisie Canzoni a pari merito con i Duran.Pazienza.I want to break free arriva con duetette enormi sul petto di Freddie, unadrag queen perfetta e ante litteram. Laparrucca resta per We will rock you, lamusica si alza in cielo, il volume allestelle le luci si spengono ancora; ilsilenzio invade la sala per un secondoe ad un tratto le note del piano di Weare the champions irrompono fragoro-se. Si scatena il delirio, la canzone lacantiamo noi. Finisce la musica e noila stiamo ancora cantando. I Queennon suonano più, hanno salutato, enoi stiamo ancora cantando. Le lucidel Pala sono accese e noi stiamo an-cora cantando. Sono passati vent’annie stiamo ancora cantando.
Giulio Pastoretti
Il falco pellegrino
ho dimenticato il freddo della vallatae la neve della vetta non mi gela più le ali l’acqua del ruscello non ricordo che gusto hae quel sole che quando m’avvicino, quasi m’abbagliava,si è fatto pallidoNon volo più in spazi aperti e la roccia calda non mi dà appoggio da mesi il mio cibo è cambiatoe la mia preda non mi conosce il mio sguardo non è al di sopra di tuttosi è riempito scendendo di terrae i miei voli non hanno più orizzonti lontani ma sono qui a cercare una collina dove svolazzare, protetto dalle mani di una donnache mi dice quando posso andare 
Barbarah
Il momento di inchinarsi
La cuginetta
 
 Appoggiati al gradino davanti con la vetrina di legno e vetro sull’altro latodella strada, ssavamo il mondo dentro cercando di darci una ragione dellanostra storia. Eravamo scappati fuori per far ciondolare le sigarette, pacchettonuovo per me ultima del pacchetto per lui, nell’aria frizzante e da un incrociodi parole sul KGB, sul deuxième bureau, Baudelaire, il presidente Mao, ilprogetto Apollo, le donne in caccia, i letti in cui si nisce a dormire. Fuori re-stammo con la questione aperta: la nipote del generale ci è o ci fa. Ci avrebbefatto comodo avere delle prove più solide per prediligere una delle due teorie.Scott l’aveva ssata appena entrato e lei aveva ricambiato cercandolo con unosguardo da predatrice ogni sette minuti.Da fuori potevamo vedere passare la donna più insignicante del mondo conun sorriso anonimo, tacchi scialbi, tenuta stretta con aria possessiva da unuomo inutile. Dopo, un ragazzino a sputare ormoni e rabbia. Ancora, tre ra-gazze uscite da un ballo prefestivo che entravano tuffandosi nella bolgia ormaifestiva; una di loro aveva letto sottovoce l’insegna per essere sicura di esseredove era, la seconda aveva scagliato una sigaretta a metà per strada, la terzanon aveva fatto niente. Uno dei Ragazzi è uscito a succhiarsi una sigaretta; sidoveva sposare di lì a un mese, Scott doveva fargli da testimone, e si era trova-to dentro tra la promessa sposa e la donna con cui condivideva più spesso i ri-svegli; chiaramente non erano la stessa persona, di lì il nervosismo evidente.Non ne ho la più pallida idea, dissi io. Devo pensarci, rispose. Gli offrii unadelle mie e ne strappò via il ltro. Ci fa, non ci è, disse dopo i quindici secondinecessari per liberarsi della cellulosa e accendere un ammifero. Aveva le suevibrazioni e avevamo imparato che portavano dritti alla verità. A volte troppodritti. Ci lasciammo qualche tiro di riessione. C’era la cuginetta a dirigereil circo dentro ai vetri, dietro al bancone. Le sorrisi dalla strada nella cornicedi bottiglie che aveva alle spalle. Ricambiò con un sorriso di comprensione.Forse c’era anche un lampo di affetto in quel sorriso.Era la parola ne alle nostre riessioni. Ci faceva. Punto a capo. Tornammodentro.Il derby di urla e birre tra il tavolo sotto la nestra e quello accanto alla portasul retro si era spento per esaurimento sico dei contendenti. Uno stanco ap-pagamento e rilassamento post-coito pervadeva i superstiti rimasti in piedi. Avevamo seguito, ancora fuori, i passi della nipote con il fedele satellite,l’amica del cuore del mese di ottobre, per l’occasione con un top di pizzonero e giacca di pelle nera. Si era lasciata seguire da un tapino intellettualeche ambiva a diventare l’amico del mese del mese di novembre. Aveva giàpresentato domanda in carta bollata di sostanze psicotrope coloniali, letturefrancesi, musiche berlinesi. Non avremmo fatto cambio con lui per tutto l’orodel mondo. Assistemmo alla teoria di borsette aperte accanto alla cassa. Giacche scamo-sciate, capelli spettinati, scarpe con la punta quadrata, pesanti maglioni di lanaaperti su t-shirt scure, maglioncini a righe chiusi su wonderbra probabilmenteneri. Chissà cosa pensavano di noi. Erano le risposte che Scott cercava di im-maginare. Era un gioco cui vinceva sempre, aveva più fantasia di me: reducidi una delle ultime guerre, perdigiorno professionali, sciupafemmine, vecchilascivi con le perversione della letteratura francese del ventesimo secolo.
Io e Scottil bigliettoStefano
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