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Pino Blasone
Alice cibernetica
[Synergon, Bologna 1992 e 1996]Copyrightpinoblasone@yahoo.com 
 
UNODieci anni. Dieci lunghi anni. Avevo notato Kundalini durante le prime fasi del processo,attraverso le sbarre, nell'aula-bunker del tribunale. Sedeva su una panca di legno in fondo alla sala,illuminata dalla luce bianca e fredda delle lampade al neon. Il mio sguardo e la mia attenzione siconcentrarono subito su lei, più ancora che sulle interminabili procedure che avrebbero dovutoriguardarmi in prima persona, ma con esito scontato e senza possibili colpi di scena. Quando per qualche motivo il dibattito si animava, erano gli altri imputati a toccarmi insistentemente con ilgomito, perché fossi presente a me stesso e a ciò che accadeva fuori o dentro la gabbia.Probabilmente, pensavano che fossi caduto in uno stato di profonda depressione. In parte, nonavevano torto."Abbiamo sbagliato e abbiamo perso. Entro tale logica, era previsto ed è giusto che paghiamo. Tutto il resto mi lascia indifferente: comunque vadano ormai le cose. Tanto, non c'è viadi scampo...": era ciò che mi ripetevo mentalmente. A tutt'oggi, forse non la penserei moltodiversamente. Ma i miei compagni di allora non potevano ancora capirlo o condividerlo, sapevano bene come interpretare la mia apatìa e il mio silenzio. Altri, nel pubblico, avrannoscambiato il mio atteggiamento per una ostentazione di cinismo. Neanche questo mi interessava:meno che mai. L'unica mia preoccupazione era ciò che pensasse Kundalini, come se leirappresentasse un metro unico e decisivo di giudizio, e non i giudici o la giurìa. Oggi so che era unmodo di distrarmi e di astrarmi dal contesto, di un fallimento esistenziale angoscioso e pressochétotale. Avrei avuto tanto tempo per rifletterci, davanti a me.Kundalini non era il suo vero nome. Era un soprannome che le avevamo datoscherzosamente, non senza una punta di dissenso polemico, al tempo della sua partenza per untanto desiderato viaggio in India. Ma lei lo aveva presto fatto proprio, quasi lusingata o sentendosi predestinata a portarlo. In effetti, Kundalini era diversa da noi altri, forse anche per una educazione più raffinata e a causa di una estrazione benestante. Alla militanza politica e all'impegno socialecollettivi, ella preferiva una ricerca personale artistica e religiosa: certo non tradizionale, masull'onda della moda delle filosofie orientali. Scelta che noi consideravamo un po' una evasione euna fuga dal confronto e dallo scontro con la realtà, se non addirittura un tradimento.2
 
In particolare, io e Kundalini eravamo colleghi di studi. Frequentavamo la stessa facoltàuniversitaria, anche se io lavoravo nello stesso tempo, sia pure saltuariamente, per potermi megliomantenere. Il mio primo sentimento nei suoi confronti era stato una sorta di ammirata invidia, mistaa curiosità e seguita da una immediata attrazione. Come capita in questi casi, me ne innamorai presto, e questo secondo sentimento fu per un certo tempo reciproco. Si trattò del periodo più felicedella mia gioventù, sebbene non mancassero fra noi divergenze, discussioni e anche litigi. Mi resi peraltro conto che Kundalini era una amante deliziosa, istintiva e appassionata. Il che nullasottraeva al desiderio della sua compagnia; anzi, accresceva molto il suo fascino.* * *Passarono altri anni. Le lettere di Kundalini si diradarono, con mio dispiacere e realisticarassegnazione. Lei era di nuovo partita, questa volta per il Nord-America, con una borsa di studio per il perfezionamento e per la ricerca. Cominciai a ricevere qualche cartolina ogni tanto dallaCalifornia, dove in seguito ella aveva trovato lavoro in una industria di elaboratori elettronici e programmi informatici. Poche righe di notizie a carattere personale, sempre più vaghe. Qualcheriferimento estemporaneo alla sua attività, con particolare riguardo all'Intelligenza Artificiale.Quasi che io non avessi potuto più capire i suoi nuovi interessi, nonostante gli studi in comune, cosìtagliato fuori dal mondo e rimasto indietro nel congegno a tempo del progresso: non quello socialee civile, che aveva impietosamente illuso la mia generazione, bensì quello scientifico e tecnologico,che trionfava ormai su tutto l'orizzonte, non senza sinistri riverberi nel chiuso della mia cellainteriore. Né potei fare a meno di notare, in calce a tale metamorfosi, che la già "mia" Kundalini eratornata a firmarsi con il suo vero nome: quasi a prendere le distanze dalle esperienze giovanili, per conseguire una sua piena identità.A maggior ragione fui sorpreso, quando ricevetti – dopo un lungo silenzio – una sua missivadall'Europa, puntualmente al corrente degli scarsi eccezionali eventi della mia esistenza. "Miocaro," comunicava laconica la lettera, con la sua inconfondibile calligrafia fortemente obliqua,"sono tornata di recente, per cercare di impiantare qui da noi una attività di lavoro produttiva. Hosaputo, da comuni amici, di una tua prossima 'licenza per buona condotta'. Vengo a prendertiall'uscita del carcere, nel giorno e all'ora previsti. Tua, Alice".3

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11 / 06 / 2009