Rosa e Ferdinando by John Gerard Sapodilla by John Gerard Sapodilla - Read Online

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Rosa e Ferdinando - John Gerard Sapodilla

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Notabili

Inno Al Re

I fazzolettini ricamati, intrisi di essenza di violetta e lacrime di gioia, sventolano verso il palcoscenico nelle mani aristocratiche delle dame milanesi. Prima un lungo applauso e poi il grido di Viva Verdi si è levato dai velluti dei palchi, dalle poltrone, dal sudore povero del loggione. E' appena terminato il coro ' O mia patria si bella e perduta '. Le bianche uniforme degli ufficiali austriaci, a un cenno imperioso di un loro generale, muovono verso le uscite del Teatro alla Scala, perché Viva Verdi significa Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia. Il Maestro Giuseppe Verdi sul podio rappresenta la sperata unità d'Italia e la cacciata degli austriaci: per questo i fazzolettini ricamati sventolano verso il podio, agitati dalle signore romanticamente liberali.

Per la verità, dietro a un ventaglio veneziano due occhioni neri guardano in direzione di un biondo tenentino austriaco che appena si volta, e la mano della giovane dama, presa dall'emozione, languida sventola verso la parte sbagliata.

Il Maestro Giuseppe Verdi si volge al pubblico adorante; si inchina, sembra godersi il successo. Ma i pensieri di un genio sono imprevedibili.

Il Maestro suona dove il baiocco tintinna. La memoria va a quel 1848, quando la Corte di Ferdinando di Borbone, re delle Due Sicilie, gli fa giungere discretamente un invito a comporre l'inno al re. Un gran re quel Ferdinando, gran signore, altro che questo zotico di Vittorio piemontese, che di musica capisce solo la tromba della Sveglia e della Zuppa. Consoliamoci che almeno questa Unità d'Italia ci toglie di mezzo lo stato pontificio con preti e monache. Questo pensa il Cigno di Busseto sorridente al suo pubblico.

Nozze Infrante

Fra i vigneti e i sempre verdeggianti boschetti di olivi e di aranci, Santo Stefano d’Aspromonte, paesello di duemila abitanti nella Provincia di Reggio Calabria, è disteso al sole su una ridente collinetta. Il campanile della parrocchia, alto e acuminato, con una croce nera sulla punta, riflette il sole da lontano.

Le bianche case nascoste a metà nel verde degli alberi; godono per il clima temperato e per l’aria profumata dagli aranci, i cedri e i limoni, che rigogliosi maturano in compagnia del mandorlo, del dolce fico e di ogni specie di frutta alla vista e al gusto piacevoli.

Sotto questo cielo incantevole, sopra quella romantica collina, in una delle bianche casette, la più alta e grande di fronte alla Chiesa parrocchiale, viveva la giovanetta donna Teresa Valdino in compagnia di sua madre donna Camilla Covieri Valdino che, rimasta vedova, aveva tutto riposto il suo amore nell’unica figlia, la quale di gran cuore si dimostrava sempre buona, ubbidiente e rispettosa.

Di civile condizione, vivevano della comodità che offre un paesello rurale, con un discreto reddito di famiglia.

La saggia madre educava Teresa alla pratica della carità, della tolleranza e dell’amore. La giovanetta, all’età di venti anni, aveva già acquistato il diritto alla benemerenza dei suoi concittadini. Chi non conosceva in S. Stefano le virtù di Teresa Valdino? Rispettata e amata da tutti, la chiamavano l’angelo consolatore degli afflitti, la salvezza degli infermi e il sollievo dei poveri.

La Vendetta

All’alba di un ridente mattino, la campana della Certosa con i suoi lenti rintocchi sveglia Santo Stefano, accompagnata dal canto degli uccelletti che svolazzano sugli alberi.

i contadini si erano già recati al lavoro dei campi, il paesello è quasi deserto; qualche donna di civile condizione attraversa la piazzetta e muove per la chiesa della parrocchia. Qualche fannullone sotto il secolare tiglio e qualche prete che passeggia si riscaldano al sole primaverile, quando si vedono passare le signore Valdino che, riverite dai pochi presenti, entrano nella chiesa.

Il parroco vestito dei sacri paramenti faceva capolino dalla porta della sagrestia, non appena le vede fa segno al sagrestano di suonare la campanella.

Le Valdino in ginocchio a capo basso mormorano lentamente le loro preghiere, qualche giovane ragazza e poche vecchine si percuotevano il petto, quando a un tratto fuori della chiesa prima un vocio, poi uno schiamazzo e poi pianti e grida disperati. Buona parte dei fedeli, mossi da curiosità, si alzano e corrono fuori. Donna Teresa e sua madre non si distraggono dalle loro preghiere; terminata la messa, si alzano spinte dal desiderio di conoscere la causa di quei pianti. Appena sono fuori tra le altre donne, ecco crescere le grida, più accentuarsi i pianti. Tra i contadini, tornati dai campi, arrivano dalla parte del campanile due uomini bagnati di lagrime e di sudore, portano a mano una scala su cui è disteso un uomo insanguinato senza segno di vita. A tale orribile spettacolo le due signore restano esterrefatte, estremamente addolorate, lacrime rigano le loro guance, donna Camilla quasi convulsa, tremante si avvicina, vuole vedere, ma le lacrime fanno velo, con mano tremolante le terge, si fa largo fra i contadini, si spinge avanti, si avvicina e riconosce Francesco Villi, disteso immobile su quella improvvisata barella. Donna Teresa atterrita esclama:

— Ahi! chi ci ha ucciso il nostro conduttore? era tanto buono.

— No, non fu sempre buono, il vostro Cecco — mormora fra i denti un paesano.

Non giungono le parole del paesano alle Valdino, che immerse nel dolore piangenti, appena hanno la forza di domandare a uno, che stava più vicino a Cecco, se ci fosse speranza di vita.

— Ben poca, signora, appena respira.

— Presto fate subito, per carità andate per il medico.

Mentre l’infelice Cecco è trasportato alla sua casa, arriva il medico comunale col Capourbano. I due trovano donna Camilla e sua figlia accanto a quello sventurato sul suo misero lettuccio.

Mentre il medico osserva la ferita dichiarandola mortale, donna Teresa carezza sulle sue ginocchia una bambina di quattro anni, che piange a dirotto. La pietà di quel pianto strappa lacrime dagli occhi dei presenti! E’ la figlia di Cecco, che a due anni sventuratamente aveva perduto la madre e a quattro rimane orfana del padre, unico sollievo e sostegno che le era rimasto.

Piangi, piccolina, piangi; la vita è un continuo tormento, e per te orfana sola sarà più aspra e dura; disseminata di spine e ostacoli. Le signore Valdino in quella miserevole occasione si dimostrano di cuore nobile e gentile, all’altezza di quella fama, che meritatamente il paese loro attribuisce. Inconsolabili per la perdita del loro conduttore, non si sarebbero distaccate mai da quella misera casa, se il dottore e il Capourbano con dolce violenza non le avessero allontanate, accompagnandole alla propria abitazione.

Il Capourbano è scosso dalla compassione delle signore Valdino. Fino a quel momento insensibile a ogni dolore, è commosso per la pietà che la giovane Teresa mostra verso la sventurata figlia di Cecco, e vuole essere verso loro cortese. Le accompagna alla loro abitazione e lenisce il loro dolore, promettendo la collocazione di Cecilia in un orfanotrofio.

— Grazie — dice donna Teresa — povero Cecco non doveva fare questa brutta e infelice fine; che cosa aveva fatto di male? era tanto bravo!

— Eh! Signora — risponde il Capourbano — Cecco non fu sempre buono, aveva un conto d’aggiustare e lo ha troppo miseramente aggiustato.

— Spiegatevi, ve ne saremmo obbligate, signor Capourbano.

— Cecco desiderava una virtuosa e onesta giovanetta a nome Ermelinda Sartini, con lusinghe di proposta la sedusse e poi l’abbandonò per sposare un’altra donna, la futura madre di Cecilia. La povera Ermelinda, orfana dei genitori, senza parenti, priva di ogni umano aiuto, misera, non possedeva nulla, l’unico suo bene che gelosamente custodiva era l’onore, perduto questo, se ne morì di crepacuore, lasciando nella miseria e nella disperazione l’unico e solo suo fratello Antonio, che per essere di tenera età, era incapace di procurarsi di che vivere. Questo Antonio visse per qualche tempo accettando un tozzo di pane dalla pietà dei paesani; ma venuto l’ inverno non aveva tetto dove ripararsi; sarebbe certamente morto di stenti e di fame, se non avesse avuto un contadino che lo accolse nella sua casa come un proprio figlio. Nella casa colonica di quel contadino pietoso ha vissuto e faticato con in seno la vendetta. Non aveva ancora compiuto quindici anni quando stamane, incontrato il vostro conduttore Francesco Villi, il sangue gli è ribollito nel cuore e salito alla testa, pieno di sdegno e di furore lo ha assalito conficcandogli nel petto tutto il suo pugnale. Vendica col sangue l’onore e la morte della infelice sorella.

Il Capourbano. Un Uomo Infame

Gli abitanti di Santo Stefano si dedicano alla coltura delle fertili terre, alla pastorizia e al taglio dei boschi. Sono gli uomini di forte tempra, d’ingegno, di carattere inflessibile. Di belle forme le donne, casalinghe e laboriose. L’ospitalità è legge sacra per i calabresi.

Ama quella gente la libertà, mal tollera i soprusi e le prepotenze degli sbirri; ricorda con gratitudine il beneficio ricevuto, ma non dimentica l’offesa. Gli offesi meditano la vendetta, la trasmettono ai figli e inesorabilmente ne vogliono l’attuazione. La morale è un misto di virtù e vizi, ma la maggioranza del popolo eccede più in quelle che in questi.

Nacque Carlo Pravazzi a Santo Stefano.. I genitori di condizione villana, ma con largo censo, volendo dare una certa istruzione all’unico figlio, lo affidarono alle cure del Parroco, che dopo avergli insegnato a leggere benino, gli insegnò la dottrina cristiana e a servire la messa. All’età di dodici anni Carlo sapeva leggere speditamente il latino per poter cantare nella Congregazione. In quell’epoca il saper leggere e scrivere, il saper servire la messa, l’avere imparato la dottrina cristiana e qualche nozione di lingua latina, sarebbe bastato a un giovane per poter farsi prete, o potersi iscrivere all’Università.

La pubblica istruzione di allora non richiedeva l’affastellamento di tante svariate materie, per conseguire la licenza ginnasiale o liceale. Le tasse erano insignificanti, i certificati per l’ammissione agli esami in carta semplice e non molti; il più necessario era quello della Congregazione di Spirito e quello di Morale e Politica.

Non possiamo tacere ora della vita a Napoli dello studente di Santo Stefano; i suoi vizi, le sue avventure galanti, i colpi dati e ricevuti. Fin dai suoi primi giorni nella capitale del Regno fu mal visto e abborrito dai compagni di studio, perchè in diverse occasioni si fece conoscere delatore e spia, lo si vedeva bazzicare continuamente con i cosi detti allora ‘feroci di polizia’ che erano da tutti maledetti e odiati.

Dedito a ogni specie di vizio poco o nulla frequentò l’Università, in circa sei anni spese tutto, e non era poco, il denaro che il povero padre con le privazioni e col sudore della fronte aveva risparmiate.

Finalmente, dopo di aver sciupato denaro e salute, grazie a raccomandazioni della polizia estorce la Laurea in Giurisprudenza.

Dominato da una smodata ambizione, il neo avvocato fece ritorno a Santo Stefano.

In poco tempo nel suo paesello natio fu subito conosciuto per quello che era, lo evitavano come si fugge il lebbroso. Costretto a rimanere isolato, pochi ladruncoli e altri di non buoni costumi furono i suoi amici, con questi passava il tempo a conversare, denunciare e delinquere.

Addolorati i buoni genitori per la condotta del figlio, l’un dopo l’altro ne morirono di crepacuore. Carlo, divenuto padrone della proprietà e abbandonati i campi, venne a abitare in paese, dove con quelle sue maniere villane e poliziesche incontrò ancor più se possibile l’odio e le maledizioni dei suoi concittadini.

Non ancora erano passati due anni da che il neo avvocato si era ritirato nel suo villaggio, quando si libera il posto di Capourbano; allora si vide Carlo Pravazzi assalito dallo spirito ambizioso. Eccolo braccheggiare raccomandazioni su e giù, a Reggio, a Napoli, presso l’Intendente e il Ministero dell’Interno, per essere nominato Capourbano. Dopo di aver consumato circa un quinto del suo patrimonio per comprarsi quell’odiosa carica, ottenne finalmente la desiderata nomina.

Da quel momento divenne uno sfrenato sostenitore del governo e del re; per assecondare le sue smodate ambizioni, ancor giovane rinunziò a ogni nobile ideale.

Per lui non esisteva né amicizia né parentela, non conosceva altro che il suo dispotico egoismo, esercitato sull’infelice paesello da lui avvilito e tribolato.

Il suo programma era sconfinata soggezione al re, soppressione di ogni sentimento di libertà; avvilimento, ingiustizie, prepotenze e persecuzioni dei liberali. Protezioni, impunità, premi agli spioni, ai ladri e agli assassini, strumenti e complici delle sue vendette. A causa delle sue prepotenze, dissolutezze e usure, per ben due volte gli tirano un colpo d’arma da fuoco, ma per sua fortuna n’ebbe salva la vita.

L’Arresto del Liberale

Sono le ore diciotto quando il Capourbano si sposta da casa Valdino al Corpo di guardia. Radunati urbani e gendarmi, muovono per le vicine campagne alla ricerca dell’omicida Antonio Sartini: Si recano alla casa colonica del contadino, che aveva ospitato bambino Antonio e perquisiscono da capo a fondo, ma inutilmente, perché il fuggiasco non è tanto semplicione.

Lasciati sul posto in agguato due urbani e altrettanti gendarmi, con gli altri della compagnia percorre i campi e i vicini boschi. La perlustrazione si protrae fino al tramonto.

Fanno ritorno alla masseria rovistata la mattina, perquisiscono di bel nuovo ogni angolo, le stalle, il fienile e ogni piccolo nascondiglio.

Nella speranza che Antonio a notte avanzata vi avrebbe cercato rifugio, il Capourbano fa circondare la casa da gendarmi e urbani, mentre si intrattiene a parlare col massaro.

A mezzanotte è tutta in silenzio la campagna, solo a volta a volta i lontani latrati di qualche cane e il canto melodico di un usignolo, che aveva costruito il nido nei mirti del vicino boschetto: la dolce melodia, trasmessa dai soavi gorgheggi del solitario uccello, è interrotta dal noioso lugubre lamento del gufo, sgomento dei villici bambini. La luna è nascosta dietro il boschetto, le tenebre coprono la terra, ecco tra gli alberi un’ombra appare e si avvicinai alla masseria; urbani e gendarmi usciti dai loro nascondigli, inarcati i grilletti dei fucili, circondano quell’ombra che avanza.

— Ferma Santo diavolo! non ti muovere se no.....

A quella intimazione l’ombra si arresta, si avvicinano e riconoscono un noto spione, che porta una lettera del Sindaco di Santo Stefano al Capourbano.

— Anche qui e a quest’ora mi rompe le scatole quel bigotto di Sindaco, vediamo, dammi la lettera.

Fa accendere un lume, leva il sigillo, si allontana dalla compagnia per leggere in un angolo della casa. Ritorna dopo pochi minuti, carezzandosi la barba a corona, fra una scrollatina di capo e un sorriso maligno ordina:

— Olà ritiriamoci.

(L’omicida Santini rimase latitante fino all’anno dopo, quando si unisce alla Spedizione dei Mille di Garibaldi verso Napoli).

La compagnia sfila per due. La lettera ricevuta dal Capourbano, spedita a mezzo di corriere segreto dall’Intendente di Reggio, in brevi parole contiene ordini fulminanti e perentori:

Per ordine espresso di Sua Eccellenza il Ministro dell’Interno, proceda alla cattura del demagogo Salvatore Covieri, e personalmente lo scorti al carcere del capoluogo della Provincia; cercando di assicurarlo fra venti quattr’ore alla giustizia sotto la sua stretta responsabilità.

Il Capourbano, letta la lettera, per l’innato spirito maligno che informa tutte le sue azioni, gongola di gioia, e perché il Covieri gli era stato sempre nemico, e per essersi presentata occasione di poter rendere un servizio al Re. Erano stati questi i motivi che lo avevano sempre spinto a far denunce contro don Salvatore. Finalmente aveva ottenuto quello che desiderava, vedere in carcere il suo nemico. Camminando e pensando all’arresto da eseguire, tutto estasiato pregustava il piacere di sentirsi dire un bravo dell’Intendente, quando gli avrebbe presentato in ferri il demagogo.

Assorto in tali perfidi pensieri, si liscia i mustacchi e si frega le mani. D’un tratto si arresta, si portai la destra alla fronte, gli viene in mente un fatto che molto gli preme, è assalito da pensieri opposti; l’incertezza e il dubbio gli appaiono sul volto. Il cuore del piccolo despota era stato toccato dalle semplici affascinanti maniere di donna Teresa, ma ora doveva portare alla prigione il suo caro zio, fratello di donna Camilla.

I fini lineamenti di donna Teresa, il suo sguardo vivace e appassionato, le sue rosee guance, il suo collo tornito, la sua chioma d’oro, le sue labbra di corallo, i suoi nobili sentimenti, ridestavano la gentilezza nel cuore del bruto, che si dice in cuor suo: Teresa dovrà essere mia.

Il suo pensiero è sempre fisso nella gentile giovinetta; l’aspetto melanconico, i garbati modi di lei vagavano sempre per la sua mente; più la pensava e più ne restava innamorato.

Quando quel vile sgherro si ricordava degli ordini perentori dell’Intendente, dell’occasione propizia di sbarazzarsi di un potente nemico, con la speranza di qualche onorificenza, che aveva sempre alimentata la sua innata ambizione; tutti questi iniqui pensieri lo spingevano a rinunciare a ogni nobile ideale, a ogni affetto, a disprezzare ogni sociale convenienza, a spezzare i più sacri vincoli di amicizia.

Fra gli strazianti pensieri che lo tormentano, non sa che fare; catturare lo zio della giovanetta, sarebbe stato lo stesso che rinunziare una volta per sempre a ogni aspirazione che aveva su di lei; trasgredire gli ordini superiori, sarebbe stata per lui una seria compromissione della carriera; come fare dunque? Pensando e ripensando finalmente trova la soluzione. ‘Salvatore Covieri dovrà essere arrestato, non eseguirò io l’arresto, ma il merito dovrà essere mio’.

Avanti! a un passo accelerato la compagnia riprende il cammino. Giunti a poca distanza da Santo Stefano vedono fuggire da una fratta una lepre, che nel saltare un burroncello fu puntata e uccisa dal Capourbano.

— Possano così cadere colpiti dal mio piombo tutti i miei nemici — e corre a prenderla — è stata proprio provvidenziale, domani allegrerà la tavola del signor Intendente, tutto va per il meglio, avanti.

La compagnia valica il piccolo burrone, lui lo salta piè pari, finge di cadere e di essersi slogato un piede. Accorrono subito i gendarmi e gli urbani per tirarlo su. Finge di non poter camminare, sono costretti a alzarlo di peso, lo sistemano a riposare su una grossa pietra, corre un gendarme a una vicina masseria e, ritornato subito con una mula, lo adagiano sulla bestia e si incamminano al villaggio, dove giungono due ore prima dell’alba.

Gli urbani portano il loro capo alla sua abitazione. Il caporale della gendarmeria va a chiamare il medico del Comune che, subito recatosi a casa Pravazzi, afferra il piede, rassicurando gli astanti col dichiarare essere né lussazione, né frattura, come tutti credevano, ma semplice contusione guaribile in pochissimo tempo. Intanto gli consiglia il riposo a letto, prescrive unguento di Belladonna e acqua vegetominerale di Gualart per i bagni al piede. Ma l’astuto Capourbano, ringraziando il medico, non manda a portare la ricetta in farmacia, si sentiva sano più di un pesce e ridendo tra sé pensa ‘riesco a meraviglia a burlare i gonzi e anche un chirurgo’.

A tutti quelli attorno al suo letto ordina di uscir fuori e attendere nel salotto; chiama poi il caporale della gendarmeria, gli ordina di chiudere a chiave l’uscio della stanza, lo fa avvicinare e gli dice:

— Caporale, sappi che all’istante si deve fare un importante arresto per ordine diretto di Sua Eccellenza il Ministro dell’Interno. Servono segretezza, abilità e sollecitudine. Mi duole di essere impossibilitato a prestare anche l’opera mia, a causa di questo maledetto accidente al piede; intanto a te non manca attitudine a far sì che tutto riesca bene; un’ora prima dell’alba Salvatore Covieri deve trovarsi ammanettato nel Corpo di Guardia; perciò senz’altra perdita di tempo circonda la casa con gendarmi e urbani bene armati, esegui l’arresto. Tu ben sai che il Covieri nel paese è molto popolare e ha moltissimi dalla sua parte, quando ti sarai impossessato della sua persona, legalo bene, poi, quando l’avrai assicurato nel Corpo di guardia, raddoppia le sentinelle alla porta e abbi cura di tenerlo sempre a vista. Bada e rifletti bene agli ordini superiori, sono perentori, si tratta di una grave responsabilità che pesa sulle mie e sulle tue spalle.

— Basta, signor Capourbano, ho tutto capito, fida in me, tutto sarà subito eseguito secondo la volontà di sua Eccellenza.

Il caporale vola a eseguire gli ordini.

E’ l’alba del giorno 27 Aprile 1859. Il pastore dall’ovile guida ai pascoli il belante armento e i contadini con i loro strumenti muovono ai campi. Tutti quelli che trovano a attraversare la piazza, curiosi e meravigliati si fermano davanti al Corpo di guardia, che fuori dal normale è protetto da un considerevole numero di urbani e gendarmi con carabina al braccio.

— Che cosa è successo? perchè tanti urbani?

— E’ stato forse arrestato qualche ladro colto in flagranza?

— No, forse è stato catturato Antonio Santini, che uccise Cecco.

Chi una cosa e chi un’altra, quando un individuo, che fino allora si era mostrato taciturno e cauto, tra lo sdegno e il dolore esclama:

— Come?! Non sapete che è stato arrestato don Salvatore! chi più ci darà il granturco nell’inverno? Chi ci darà le semenze per nostri campi? Chi più ci assisterà nelle malattie? A chi ricorreremo nelle nostre disgrazie? I malvagi in libertà e i buoni in carcere. Va bene, vedremo quando finiranno i dispotismi e le vessazioni.

Tutti a tale dolorosa notizia restano indignati e mormorano a bassa voce:

— Un galantuomo di quella tempra arrestato! Un signore che fa tanto bene al paese; adesso più si impinguano gli usurai. Che signore! Senza superbia, caritatevole, ha conversato sempre alla buona con noi, come se fosse stato un pari nostro.

— Eh! non sai che i villani fatti signori montano subito in superbia e sono capaci di ogni mala azione? è più onesto uomo il vero villano, che il villano insignorito. Noi villani che ci siamo mantenuti nel nostro stato siamo uomini onesti.

— Sappiamo pur troppo noi da dove viene la persecuzione. Questo Capourbano ne vuole assai, ma proprio assai; lo ha aiutato due volte il diavolo, ma se ce lo mettiamo in capo la finiremo una buona volta.

— Zitto, ci potrebbero sentire gli spioni e saremmo anche noi perduti.

— Santo diavolo! dobbiamo una volta per sempre finirla con Capourbani, spioni e governo; non ne possiamo più, meglio è finirla, è meglio cento volte morire, che vivere questa vita schiava in avvilimenti e miserie.

Erano questi i sentimenti di tutti gli astanti, che indignati si erano fermati d’innanzi al Corpo di guardia, quando l’uomo taciturno e cauto li rimprovera:

— Ignoranti che siete, tacete una buona volta, fatti e non parole; si parla di morire, bisogna far morire e non morire, ma non è tempo ancora, non fate parole, preparatevi ai fatti e tacete.

La piazza si riempie e ai gendarmi non piace.

— Via di qui villani, fate largo, sgombrate la piazza, e andate per i fatti vostri.

I contadini mormorando fra i denti parole di sdegno e di maledizione, a passo lento si allontanano dalla piazza e pieni di rabbia si avviano ai campi vicini.

Donna Camilla e sua figlia, uscite di casa, muovono per la chiesa e passando per la piazza vedono meravigliate un insolito numero di urbani armati davanti al Corpo di guardia. Gli sguardi dei contadini che vanno al lavoro dei campi fissano pietosi le due signore, che non riescono a capire il motivo. Incontrano una loro amica, che dopo di averle salutate le ferma:

— Donna Camilla non temete, non abbiate paura, forse vostro fratello sarà stato arrestato per errore, uscirà presto.

— Che cosa dite? Salvatore arrestato? perché?

Il loro viso diviene bianco, donna Camilla sta per cadere, l’amica la sorregge e con dolci incoraggianti parole la persuade a sperare nella innocenza del suo buon fratello.

Donna Teresa conferma, a dare maggior conforto:

— Sì, lo zio tanto buono, tanto amato dal paese, non può aver colpe, e non poteva perciò essere messo in arresto, se non per errore. Andiamo, mamma, prima al Corpo di Guardia e poi ci recheremo dal Capourbano per conoscere le cause dell’arresto.

Dietro le sbarre di una finestrella, che dà sulla piazza, don Salvatore vede la sorella e la nipote squallide e addolorate, si mostra sorridente e fa segno di ritirarsi. Ben sapeva che quegli sgherri non le avrebbero permesso di parlare con lui. Intanto donna Camilla finge di non capire e si avvicina al caporale della gendarmeria, pregandolo di un breve colloquio col fratello.

— Non si può — è la brusca risposta.

Il prigioniero con forza e furore batte le manette sul tavolaccio, indignato impone alla sorella di ritirarsi. Le Valdino piangenti in compagnia della loro amica si recano alla chiesa, per essere accompagnate alla casa del Capourbano dal parroco, che si pone a loro disposizione. Avrebbe voluto dire prima la messa, ma donna Camilla in ansia lo preme:

— Signor parroco, non abbiamo tempo da perdere.

Il parroco di Santo Stefano, il prototipo della bontà, che con amore e coscienza adempiva ai doveri del proprio ministero, sacrificando sé stesso per il bene dell’umanità, non si fece pregare la seconda volta e subito:

— Andiamo, sono sempre pronto ai vostri comandi.

Si avviano a casa Pravazzi, dove trovano nell’anticamera un gendarme, il quale veduto il parroco bussa subito alla stanza da letto del Capourbano, che s’intratteneva col caporale, e annuncia le signore Valdino. Il Pravazzi resta in sulle prime sorpreso della inaspettata visita, poi ordina:

— Fatele entrare.

— Perdonate — dice il parroco — se veniamo a incomodarvi di buon mattino.

— Mi stimo non poco onorato della vostra visita, che fa dimenticare i dolori che ho sofferto stanotte. Credo che già sappiate come ieri, in compagnia del caporale qui presente, perlustrammo tutta la campagna per arrestare l’assassino di Cecco, ma inutilmente. Era la mezzanotte quando, lasciati i campi, stimammo ritirarci, eravamo a poca distanza dal paese, quando volli saltare un burroncello e ne riportai un piede che credevo fratturato o lussato, ma fortunatamente come dice il medico, solo contuso.

— Ci duole la disgrazia — compatiscono il parroco e donna Camilla — facciamo voti di vedervi presto sano e salvo.

— Grazie signor parroco, e sentiti ringraziamenti anche a voi mie gentili signore, che avete avuto la bontà di onorarmi di una vostra visita, ve ne sono non poco obbligato.

— Un nostro dovere — rispondono donna Camilla e sua figlia.

— E’ per eccesso di cortesia che è innata in voi, gentili signore.

— Signor Capourbano — interviene il parroco — siamo anche venuti a pregarvi per don Salvatore e per conoscere la causa del suo arresto.

Donna Teresa in agitazione parla a difesa del fratello:

— Don Carlo, mi spezza il cuore il caso di mio fratello, che non ha fatto mai male a alcuno, invece è stato sempre il benefattore di tutti.

— Ah, mie buone signore, se sapeste il dolore che ho provato nel leggere il rapporto che mi è stato inviato! Mi ha non poco sorpreso, e vi prego di credere che mi addolora assai la sorte del vostro buon fratello. Se potessi spezzare i ferri che lo avvincono, sarei felice versare per la sua libertà tutto il mio sangue.

— Vi rendiamo di gran cuore grazie signor Capourbano — risponde donna Camilla — ma per carità diteci qual è la causa del suo arresto? Sì, abbiamo il diritto di saperlo, perché ha fatto sempre bene al prossimo.

— Vostro fratello è stato arrestato per causa politica, l’accusa, mi spiace dirlo, è purtroppo grave, ma speriamo che svanisca e sia restituito al vostro affetto.

Il parroco e donna Camilla pregano don Carlo d’interporre la sua autorevole opera per la liberazione di don Salvatore:

— Ve lo raccomandiamo più col cuore che con le parole e ci dichiariamo fin da questo istante riconoscenti verso di voi. La virtù di soccorrere e beneficare il suo simile è ben superiore a qualunque politica.

— Farò quanto potrei fare per un mio fratello o per me stesso. Mi duole che fra ventiquattro ore devo scortarlo io personalmente a Reggio e presentarlo al Signor Intendente; questi sono incarichi odiosi, ma bisogna ubbidire ai superiori, eseguire gli ordini; d’altronde mi gode l’animo quando penso che, scortandolo io, sarà buona occasione per parlare all’Intendente dell’innocenza di vostro fratello e ottenergli, come spero, la libertà. Rassicuratevi; farò quanto umanamente si può fare.

Il parroco, donna Camilla e sua figlia ritornano alla chiesa per assistere alla messa.

L’Ammutinamento

Erano le dieci di mattina, il Capourbano s’intrattiene ancora a parlare col brigadiere, quando dalla strada lo richiama un rumore di ruote; corre al balcone. E’ la carrozza che deve portare don Salvatore Covieri.

Il Pravazzi balza dal letto e dà gli ordini:

— Brigadiere va al Corpo di guardia, abbi cura di stringere bene le manette a don Salvatore sul dorso, in modo che sia impotente a farci qualche brutto tiro.

— Sarete ubbidito, signor Capourbano, tutto sarà eseguito, vi attendo al Corpo di Guardia?

¬ Ah no! farai entrare il detenuto in carrozza con i gendarmi e mi attenderete al crocevia fuori del paese. Tu ben sai che quelle due pettegole, venute a rompermi le scatole col semplicione del parroco, pretendevano da me l’impossibile; io col miele sul labbro e col fiele nel cuore sono stato da necessità indotto a promettere ogni mio ufficio, per ottenere la libertà del Covieri. Ora devo salvare le apparenze, dimostrandomi benevolo e deferente verso di lui; fingere come meglio potrò con i suoi familiari e il maledetto popolaccio, che ama perdutamente queste famiglie di liberali e massimamente la famiglia Covieri. Caro brigadiere, se il governo non si decide una buona volta a far impiccare tutti questi maledetti demagoghi, il Regno non godrà mai pace e tranquillità. Il Re, Dio guardi e mantenga, ha un cuor d’acqua, è troppo indulgente e compassionevole con costoro; ma se non si adopera il ferro e il fuoco a curare le piaghe liberali, guai a noi e guai al Regno. Intanto, brigadiere, quando la carrozza parte, avrai cura di farmi avvisare da un gendarme.

— Ho capito, signore, non dubitate, tutto sarà eseguito con esattezza. Avete altri comandi da darmi?

— Arrivederci.

Carlo Pravazzi, per far conoscere che non prendeva parte attiva nell’arresto del Covieri, ha finto di saltare un burrone e di rimanere infortunato a un piede. Lo scopo della finzione è di non dispiacere a donna Camilla e a sua figlia. Quello scaltro la mattina prometteva a loro e al parroco di adoperarsi per la libertà di don Salvatore, ma due ore dopo ingiungeva al brigadiere di metterlo in manette in modo doloroso e umiliante. Con questi ipocriti artifici quel rettile schifoso tradiva vilmente l’amicizia, con inumanità irrideva il dolore degli afflitti e con la frode ne ingannava la buona fede. Maledetti ipocriti! I vostri infami vizi non potranno restare impuniti, verrà anche per voi il giorno della resa dei conti e dell’ira.

La carrozza che deve portare don Salvatore a Reggio si è fermata davanti al Corpo di Guardia, il popolo che esce dalla chiesa si ferma sulla piazza per vedere l’ultima volta don Salvatore. Ultime a uscire furono donna Camilla e sua figlia che, sicure della promessa del Capourbano, credettero di poter parlare o almeno di stringere la mano all’amato fratello.

Dal Corpo di Guardia viene fuori don Salvatore, scortato e ammanettato con le mani sul