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Hot Sinatra (Italiano)

Hot Sinatra (Italiano)

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Hot Sinatra (Italiano)

Length:
281 pages
8 hours
Released:
Feb 21, 2014
ISBN:
9781622535026
Format:
Book

Description

"Raggiunge il livello fantastico di Raymond Chandler."
"Un romanzo di Sam Spade immerso nelle atmosfere di un film ‘Rat Pack’."
"Se ti diletta scavare nelle psicologie di personaggi bizzarri e vivere l’azione selvaggia di Elmore Leonard, allora Hot Sinatra è il libro che fa per te!"
~~~~~
Moss Cole è un investigatore privato, uno di quelli che si pensa possano esistere solo nei vecchi film o nelle repliche che mandano in onda a notte inoltrata.

È intelligente, ha talento e magari potrà risultare addirittura affascinante. Forse avrebbe dovuto cercare un’occupazione migliore di quella di suo nonno, “Detective al soldo del miglior offerente”.

Ma Cole non ha il becco di un quattrino, si sente vuoto di idee e persino il suo stato di forma lascia a desiderare. Si lancia, così, alla ricerca di un disco di Sinatra rubato... un disco che potrebbe essere finanche frutto del delirio di un vecchio.

Ma se così fosse, perché alla sua porta continuano a bussare in tanti?

Dovrà vedersela con la mafia italiana di Las Vegas, la Yakuza giapponese, un cartello della droga messicano e un intero reparto della polizia di Los Angeles, tutti accomunati dall’unico scopo di seppellirlo sotto due metri di terra. Una procace dai capelli rossi, un irlandese sboccato di professione rock star e una bimba spigliata e dolce rischiano di ostacolare le indagini di Cole che, in realtà, desidera solo bere una buona tazza di caffè e scovare il maledetto disco di Sinatra.

Riuscirà a salvare la pelle –e a restare tutto d’un pezzo— il tempo sufficiente per ritrovarlo?

Released:
Feb 21, 2014
ISBN:
9781622535026
Format:
Book

About the author

Axel Howerton is a former entertainment journalist and Prairies region director of the Crime Writers of Canada, and the Arthur Ellis Award nominated author of the detective caper Hot Sinatra; the modern gothic fairytale Furr; the zombie novella Living Dead at Zigfreid & Roy; and the noir fable Con Morte. When he's not on-duty as a "purveyor of literary badassery" and "hometown anti-hero", Axel wanders the foothills of Southern Alberta with his two brilliant sons, and a wife that is way out of his league.


Book Preview

Hot Sinatra (Italiano) - Axel Howerton

Capitolo 1

Mi fermai a fianco alla fila di case informi, in stile spagnolo, dette affettuosamente Braccia di Battona, mentre una combriccola di uomini si trascinavano, stancamente, come zombi, per il prato del giardino, con in dosso una vestaglia scozzese —tutti con enormi occhiali da sole e sfavillanti deambulatori metallici. Mi spinsi lentamente per le scalinate d'ingresso ed essi mi salutarono gesticolando e gridando, proprio come gli avevano insegnato —questo era il modo civilizzato di comportarsi.

Anche Pops era fatto così. Salutava sempre le persone che non aveva mai visto prima, gli desiderava ogni bene e gli augurava buona giornata. Lo faceva di cuore. Ciò non succede più tra la gente sotto i sessanta. Ormai nessuno dice più Ciao a uno sconosciuto incontrato per strada. In molte parti di Los Angeles, vige un tacito accordo per cui hai la stessa probabilità che ti minaccino con un coltello, sorridano o stringano la mano.

Perciò indugiai e, pigramente, abbozzai un vago cenno di saluto e gridai Sembra proprio che farà una bella giornata. Un odioso clichè, ma di che diavolo gli avrei potuto parlare?

Quasi tutti erano stati abbandonati lì come rottami. I più fortunati ricevevano visite nei fine settimana da annoiati nipoti con cui non avrebbero mai tenuto contatti esterni. Si rattristavano per gli sguardi comprensivi dei loro premurosi bambini di mezza età, che si comportavano come se ci fosse stato qualcosa che queste povere e vecchie canaglie avrebbero potuto fare per non finire in un postaccio come questo —più simile a una prigione di molte carceri federali.

Pops si era stabilito in un postaccio come questo, quando aveva capito che la fine era vicina, non perché avesse bisogno di stare lì. Immaginai che una parte di lui volesse destare dal torpore i suoi compagni, dimostrare che non c’era motivo per spegnersi, consumarsi. Anche lottando contro il cancro e dopo aver subito un paio di attacchi cerebrali, Pops predicava con l’esempio, mentre la maggior parte di noi marciavamo insicuri alle sue calcagna.

Continuai a inerpicarmi per il viottolo di pietra e varcai le appariscenti porte di vetro. Appena entrati nella Casa di Cura 'Florence Henderson', la prima cosa che destava l’attenzione era la spaziosità della moderna hall. Seguiva la persistente puzza di varechina e piscio.

Pops si spense in un postaccio così, consunto dal cancro e con il respiro che faticava a uscire, ma sino alla fine non gettò mai la spugna. Il giorno prima di morire, era ancora lì con tutto il suo charme, come il diavolo in persona, a flirtare con giovani infermiere e a chiedere una bistecca per cena. Egli non avrebbe mai risposto a una proposta di lavoro come questa. Avrebbe declinato gentilmente l’offerta e suggerito qualche altra agenzia che, secondo lui, avrebbe potuto far meglio il lavoro.

Mi scrollai di dosso la puzza di morte e incontinenza e, dopo le contraddittorie indicazioni di alcuni inservienti, tutti fatti, giunsi nella camera 224.

La prima cosa che richiamò l’attenzione di Obadiah Stetch fu il mio cappello. "E tu chi diavolo saresti, Bogie[1] o chi altro? Sono anni che nessuno porta questo tipo di cappelli. Hai un aspetto fottutamente ridicolo. Avresti almeno potuto metterti un completo. Ma che cavolo di detective sei? Tu non dovresti essere il ragazzo di Moe Rossi?"

~~~

[1] Pseudonimo dell’attore statunitense Humphrey De Forest Bogart.

~~~

Sono il nipote.

Cribbio. Non gli assomigli affatto! Lui era una canaglia, un figo di quelli tosti, gli cadevano tutte ai piedi. Lui non si sarebbe mai messo una merda di cappello come questo. Uno stupido coso stile 'Rat Pack' dei coglioni.

Il mio borsalino Royal Stetson del 1953 era stato, infatti, il cappello di mio nonno. Il cappello di Pop. La gente credeva che portasse i cappelli per scherzo, ironia —qualcosa tipo un hipster con voglia di attirare l’attenzione giocando a fare l’elegante. Ho dovuto ascoltare un sacco di commenti stupidi per i cappelli. Proprio non mi andava giù di riascoltarne da un vecchio linguacciuto pipparolo pronto a pavoneggiarsi anche sul bordo di quello che, probabilmente, sarà il suo letto di morte.

Me lo tolsi e mi adagiai su una sedia vicina al letto; incrociai le gambe infilate nei jeans e posai il cappello sulle ginocchia. Finora la mia intuizione non mi aveva ingannato: non valeva la pena indossare un completo per far visita a Obadiah Stetch.

Mr. Stetch, non mi avrà chiamato per avere qualcuno con cui sfogarsi un po’? O piuttosto abbiamo qualche affare di cui occuparci?

Dal mucchio di fogli che gli ricoprivano le gambe, afferrò un paio di occhiali dalla montatura spessa e cercò il mio volto attraverso i vetri, ancora più spessi, che esaltavano i suoi occhi cisposi e gli conferivano l’aspetto di un vecchio bulldog.

No, ragazzo, ho un lavoro per te. Sempre che tu sia capace di occupartene…

Mi concessi un secondo per scrollarmi di dosso il suo pestifero e nauseabondo alito nonché immaginari granelli di polvere dalla gamba.

Beh, tutto dipende dal lavoro. Vero Mr. Stetch?

Il vecchio bastardo si tolse gli occhiali, apparentemente soddisfatto che avessi tanta audacia da meritare il suo tempo. Ai suoi tempi, Obie Stetch era stato un uomo di mondo ricco, potente e ben noto. Ma ormai la sua stella era tramontata da una trentina d’anni. Stetch era stato proprietario di un night club, agente musicale, promoter di boxe nonché un figlio di puttana degli anni Quaranta sempre sulla bocca di tutti. Ora era semplicemente uno dei tanti vecchi che si vede braccato da una morte che stenta a venire e che osserva quanto in fretta il mondo perde il rispetto per lui.

Pensai che sarebbe stato meglio comportarmi in maniera più accattivante. Mr. Stetch, so che lei è una persona importante e avrà probabilmente un mucchio di faccende da sbrigare; per cui, signore, che le pare se veniamo al dunque e mi racconta il motivo per cui mi ha fatto venir fin qui?

Cascò nel tranello, come la maggior parte dei vecchi solitari bastardi e si drizzò nel letto; un raggio di vita gli ravvivò la tela di rughe del viso. Non è necessario che mi baci il culo, ragazzo. Ma hai ragione. Credo che possiamo intenderci.

Tirò fuori da non so dove un libro, uno di quegli album fotografici rilegati in finta pelle che si vorrebbe far passare per un pregiato volume di poesia inglese e, apertolo, lo piazzò sui fogli.

Speravo che stesse cercando almeno qualcosa pertinente alla conversazione.

Lui, invece, mentre sfogliava il libro continuava a divagare. "Questo è una merda, doverci incontrare qui, in una dannata camera d’ospedale. Non appena mi sistemo, verrai a trovarmi a casa. Berremo un goccio a bordo piscina, al sole. Questo è una merda. Fottuti medici. Non capiscono un cazzo.

Smise di sfogliare il libro e piantò un nodoso e vecchio dito su una foto che lo ritraeva molto più aitante, in piedi, insieme a un giovane Frank Sinatra dinanzi a un palcoscenico pieno di musicisti. Senza dubbio, attenendosi al cartellone che pendeva sullo scenario e diceva "Happy New Year 1948", doveva essere il 1948.

Questo sono io con Sinatra nel 1948. Eravamo molto amici. Frank, una volta, si tolse dal polso un Rolex da cinquemila dollari e me lo diede. Lui era un vero signore, sapeva trattare la gente importante come Obadiah Stetch!

Lo guardai con sufficienza e contenni il mio crescente desiderio di prendere il libro e sbatterglielo in faccia.

"Stava suonando nel mio pub in Van Nuys: The Mozambique. Avevo un pezzo molto importante, un vinile davvero unico con la registrazione dello spettacolo. Ragazzo, ma tu lo sai cos’è un disco, vero?"

Mi morsi l’interno della guancia e mi contenni ancora di più per non sferrargli un cazzotto sulla testa pelata.

Questo disco lo fece registrare, per me, la mia ultima moglie, uno dei migliori regali che abbia mai ricevuto. Lo tenevo lì, vicino a me. Era incorniciato e stava appeso sulla parete lì…

Indicò distrattamente un punto della parete dove, un’ombra rettangolare scura faceva supporre che un tempo lì ci fosse un quadro. Una dozzina di foto e cimeli incorniciati attorniavano il punto vuoto ma, per la sua posizione centrale, era chiaro che quello doveva essere il suo pezzo forte.

Qualcuno l’ha rubato?

Oh bella, un lecca-lecca al ragazzo. Tu ci hai la merda al posto del cervello! Ebbene sì, qualcuno l’ha rubato. E io voglio che me lo restituiscano. Nessuno ruba a Obie Stetch. Io sono il signore di questa maledetta città!

Mi ero pentito di aver risposto alla chiamata di Stetch da che avevo attaccato il telefono quella mattina; ma, a questo punto, ciò che più desideravo si trovava dall’altro lato della strada. Avrebbero avuto caffè? Solo un caffè. Ma non c’erano dubbi che se questo tipo continuava a martellare con la sua collera da megalomane, mi sarei rimpinzato di whisky solo cinque minuti dopo esserci entrato e, di questo, me ne sarei certamente rammaricato.

Inalai profondamente quella puzza di culo marcio con aroma di disinfettante industriale e immediatamente me ne pentii. Qualche sospetto su chi l’abbia potuto prendere?

La sua faccina da bulldog divenne scarlatta. "Ma con chi diavolo credi di stare parlando, pezzo di scemo? Io già facevo fottuti dischi d’oro quando tua madre era solo uno schifo di protuberanza tra le mutande di tuo nonno. È chiaro che ho qualche sospetto. È chiaro, perché a nessuno gli salterebbe in testa di rubare un cazzo di disco autografato da Sinatra. Ma va’ a cagare!" Agli angoli della bocca si formava densa saliva che fluiva e si spargeva come se fuoriuscisse da un estintore scaduto.

Un’infermiera cicciona, un mare di fard, si affacciò dall’angolo lanciando uno sguardo severo di rimprovero. Scrollai le spalle, cercando di spiegarle la situazione che a lei, probabilmente, non doveva certo risultare nuova. Se si comportava così adesso, sicuramente lo aveva già fatto in precedenza. I vecchi lunatici erano sicuramente parte del suo lavoro. Insomma, normale amministrazione.

Tutto a posto, Mr. Stetch? Se non si calma, le ridaremo il sedativo.

Ma va’ a cagare! Il rossore del viso si fece ancora più scuro. Ma chi cazzo ti credi di essere? Potrei comprare e vendere questa baracca, con te dentro, in un batti baleno!

Lei schioccò la lingua, scosse la testa e se la svignò dalla porta.

Io mi alzai e dondolai il capo per scrollare la tensione che si era accumulata sul collo. Avrei voluto mollargli una testata a quel vecchio bastardo. Ma, invece, mi chinai sul suo letto e gli dissi il fatto suo con un esile filo di voce, in modo da evitare di richiamare l’attenzione dell’infermiera che stava fuori, alla postazione di controllo.

"Apri bene le orecchie, vecchio burbero rompiscatole. Tu ti devi essere completamente rincoglionito per appendere un disco di Sinatra autografato sulla parete e sperare che nessuno se lo freghi. Vuoi che te lo ritrovi? Allora fa’ il bravo e rilassati un po’. Rispondi alle mie domande —e non come un demente—e magari riuscirò ad aiutarti. Continua a comportarti come un moccioso viziato e me la squaglio".

Me ne restai lì, con fare minaccioso, mentre lui riassumeva il controllo della situazione, distendendosi e con un profondo sospiro di rassegnazione.

OK, mi spiace ragazzo. Sarà forse meglio se ne riparliamo un’altra volta. Vieni lunedì nel mio ufficio. Di pomeriggio devo andare a pranzo con l’agente di Michael Jackson. Tu lo conosci Michael Jackson, no? Quel ragazzo arriverà molto in alto, ricordati delle mie parole. È un fottuto nero tutto suonato, ma ha degli acuti incredibili. Per me è frocio, insomma, gli piace in culo.

Dio mio! Roba da non credere quello che mi toccava sopportare... Obadiah Stetch era un gran pezzo di merda. Non riuscivo neppure a immaginare che razza di bastardo doveva essere quando se ne andava in giro con un mucchio di soldi, potere e tutta una vita da vivere. Cercai di farlo ragionare; immaginavo di stritolargli il collo rachitico con il cavo di una delle macchine che gli stavano vicino o colpendolo con l’album fotografico fino a disintegrargli quello schifo di testolina piena d’odio. Mi costrinsi, invece, a concentrarmi sul lavoro, ricordando quello che mi diceva sempre Pops. Al mondo ci sono solo stronzi. Devi riuscire a fare il tuo lavoro standotene alla larga. Pops non perse mai le sue facoltà, non si trasformò mai in uno di questi rottami, questi personaggi da baraccone che gironzolano per il giardino con i loro deambulatori e gridano come bambinoni.

Mi sforzai inutilmente di provare compassione per Stetch. Guardi, Mr. Stetch, lì ci ha un sacco di gingilli incredibili —molti di più di quelli che qualsiasi persona di sano giudizio terrebbe in un posto come questo; ma la capisco. Ci tiene a far sapere a tutti che è stato un uomo importante. Si sono portati via il suo pezzo forte. Solo questo. Significa che il furto era premeditato e che c’è un movente. Insomma colui che si è preso il disco di Sinatra era interessato solo al disco di Sinatra. C’è qualcuno a cui stava particolarmente a cuore? Qualcuno che ne avrebbe potuto trarre grande beneficio?

Ho chiamato alcuni vecchi amici. Va’ a vedere se sanno dove l’ho lasciato.

L’ha lasciato? L’ha perduto? O gliel’hanno rubato? Mr. Stetch, si decida una volta per tutte!

"Ehi! I miei amici, o come cavolo li vuoi chiamare, faranno di tutto per tirarmi fuori da questo casino. Metteranno a soqquadro mezza città per te, per darti informazioni. Non capisco perché diavolo ti abbia chiamato. Eri il migliore. E, invece, guarda come ti sei ridotto. Moe Rossi. Big Man".

Mr. Stetch, mi rendo conto che lei è un uomo molto importante e impegnato, per cui se potesse semplicemente darmi i nomi delle persone che secondo lei avrebbero potuto rubare il disco, io, intanto...

Dio santo, speravo che prestasse attenzione e mi comprendesse. Altrimenti tutta quella mattinata si sarebbe rivelata una perdita di tempo per me e di soldi per lui; ma, ovviamente, mi preoccupava molto meno il suo portafogli che le mie ore di sonno. Si sedette pesantemente, sprofondando verso di me. Mi assalì il dubbio che, mentre stavo parlando, si fosse addormentato o addirittura fosse morto, quando, improvvisamente, si pose eretto e i suoi occhi assunsero un'espressione dura.

Ramone?

E chi sarebbe questo Ramone? Forse qualcuno dell’ospedale?

Ramone. Replicò, sfogliando l’album fotografico che aveva riaperto e indugiando sulla foto che mi aveva mostrato prima. Puntò il dito su un trombettista che appariva sullo sfondo, un vero e proprio pachuco, uno di quei gangster latini con tanto di baffo fine a matita e capelli impomatati. Aveva il tipico aspetto di un musicista della Big Band —come De Niro in New York, New York.

Non può essere stato Ramone. È morto. È morto da una trentina d’anni. Forse uno dei suoi...

Come potevo prendere sul serio le sue parole? Non la piantava di vantarsi, di perdersi nei meandri del tempo o della mente oppure di mentire spudoratamente.

Dunque, Ramone... quando è morto esattamente?

L’ho appena detto—nel '48, subito dopo che furono scattate queste foto.

Allora, Mr. Stetch, più di sessanta anni fa. Penso che possiamo toglierlo dall’elenco dei sospetti.

Credi che non lo sappia? Vaffanculo spaccone italiano! Vieni qui e credi di potermi contraddire, Tony? Gridava, agitando gli occhiali con fare minaccioso.

Lo sbranai con gli occhi, sperando che ciò desse i suoi frutti e si tranquillizzasse un po’. Magari fu il mio sguardo assassino, magari la troppa stanchezza, ma alla fine si riaccasciò sul cuscino. Tutta l’energia che aveva liberato dal corpo pochi attimi fa si era esaurita, adesso aveva gli occhi vispi e le mascelle serrate. Sarebbe stato un miracolo se riuscivo a evitare di attaccarmi ad una bottiglia dopo la conversazione con questo vecchio pazzoide.

Ha finito? gli ringhiai contro. Mi stava dicendo chi pensa che abbia potuto rubare il disco.

"Senti, l’avrebbe potuto rubare chiunque. Le fottute infermiere del Vietcong o quei bastardi di inservienti latino-americani che qui la fanno da padrone. Sono tutti dei luridi ladri. Ora che ci penso, un tipo che lavora qui, un certo Enrique, è esattamente uguale al vecchio Ramone. Non ci avevo mai fatto caso. Sapevo che c’era qualcosa che non andava in quello sporco mangia-fagioli. Se ne stava sempre a ronzare attorno alla mia stanza. Sarà qualche nipote o chi altro."

Mi alzai e guardai attraverso la porta per controllare se ci fosse qualche ragazzo ispanico che lavorasse nelle vicinanze. Ma vidi solo l’infermiera cicciona e un paio di bianchi, dall’aria sospetta con la giacca da inservienti.

"Parlerò con Enrique. Ma mi dica cosa le fa pensare che ci debba essere lo zampino di questo Ramone?"

Quel lurido clandestino messicano aveva già provato a fregarmelo. Suonava la tromba in quel concerto e cercava sempre di mettere le sue manacce sul disco per ascoltarlo. Era pazzo, ce l’aveva con me. Una volta cercò di aggredire mia moglie. Gli spezzai le mani e chiamai gli sbirri per farlo acciuffare. Ma scappò, ritornò e riprovò a fregarmelo, quel grande bastardo. Poi, qualche settimana dopo, qualcuno gli fece la pellaccia a quell’ispano di merda.

E, sono sicuro che Lei non c’entrava niente, vero?

"Ehi, io sono un uomo d’affari, non un delinquente! Non avrei certo sprecato il mio tempo con lui. Lui era solo uno dei tanti messicani mangia-tortilla. Te l’ho detto, sarà forse un nipote, un familiare o qualcun’altro?"

Era giunto il momento di venire al sodo. Dovevo scoprire chi aveva commissionato questo lavoro: era per caso il Vecchio Rincitrullito o la reminiscenza del Magnate Discografico degli anni ’70 che non riusciva a scacciarsi dalla testa bacata? Ero certo della risposta, ma non potevo evitare di formulare la domanda.

A proposito dei soldi, quanto mi ha offerto per telefono?

Il vecchio si contorse nel letto, schivò il mio sguardo e fissò la porta. Non era un buon segno.

Mi ascolti bene, Mr. Stetch....

Vidi allora chi fissava: una rossa alta e slanciata. Le rosse mi fanno impazzire, proprio come a Pops. Aveva degli occhi verdi folgoranti e, la cosa migliore, le più belle labbra che abbia mai visto—il labbro inferiore carnoso e imbronciato e quello superiore altrettanto fantastico, una combinazione perfetta…

Capitolo 2

Mentre attraversava la porta, sorrise esibendo le sue magnifiche perle bianche tra quelle due rosse meraviglia. Sconvolgenti. Questa la parola giusta per definire quelle labbra. Oppure comode, come quelle poltrone super imbottite in cui sprofondi e da cui, poi, non hai più la forza di rialzarti. La donna sembrava avere suppergiù la mia età; era forse la nipote? Dio non voglia che fosse sua moglie, anche se in California coppie più strambe se ne vedono continuamente in circolazione.

All’inizio, da dove ero seduto, non l’avevo vista ma quando mi sollevai per salutarla, con il mio fare da gentleman appreso da Pops, scorsi una bimba. Per quel poco che ne so io dei bambini, avrà avuto sei o sette anni o, forse, quattro o dodici. Era deliziosa e non poteva che essere frutto della meravigliosa donna dalle labbra magiche. La piccola aveva la stessa chioma rossa e identici occhi verdi. Lei un giorno sarebbe diventata una rubacuori e, facile prevederlo, una sicura fonte di guai.

Il mio sguardo tornò alla madre, che si inclinava sul letto per abbracciare lo spregevole fariseo, quel vecchiaccio con cui avevo sciupato la mattinata, sebbene devo riconoscere che il resto della giornata prometteva bene. Dopo uno o due secondi mi resi conto che me ne stavo in piedi, fissandola, allorché la donna si alzò e mi diede la mano allungandola sul letto del vecchio.

Ciao. Sono Rose, la figlia di Obie. La voce si adattava del tutto alle labbra. Puro velluto.

Mi tremarono un po' le ginocchia. Io... ehm... scusi… sono Cole, Moss Cole.

Allungai la mano e le strinsi la sua—soffice e calda, accogliente. La sua stretta fu decisa, non distaccata, quella maniera tanto diffusa tra le donne, che ti danno la mano moscia, come la dannata Scarlett O'Hara, per paura che gli possa fratturare le delicate dita da pianista alle prime armi. Questa donna era sicura di sé e aveva carattere. Per me non c’era scampo.

È un piacere, Miss Stetch. Ma mi scusi, ha detto ‘figlia’?

Era così assurdo vederla a fianco a quel vecchio rimbambito buttato in un letto che, anche ai bei tempi, non avrebbe mai potuto contribuire a forgiare quella bellezza, da cui ora non potevo

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