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iL MANGiASASSi VERDE - Aldo Vincent

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ALDO VINCENT

IL MANGIASASSI VERDE

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Table of contents

IL MANGIASASSI VERDE

Notes

IL MANGIASASSI VERDE

Indietro nel tempo...

Aldo Vincent

IL

MANGIA

SASSI

VERDE

Una storia inverosimile, senza inizio e senza fine

(e invece non e' vero)

1.

"

25 Maggio 1957

Scrivo queste ultime righe aspettando la morte.

Anche tu che leggi stai aspettando la tua, ma a differenza di me, non sai ne’ quando ne’ come arrivera’. Io invece lo so.

Dietro quella porta i Carabinieri stanno preparando un’incursione ed io gli ho preparato un bello scherzetto…

Sul letto, il cadavere della ragazza, ed io qui, con la penna in mano, a raccontarti com’e’ stato possibile che in una stanza chiusa dall’interno, con noi soli chiusi qui dentro, non l’abbia uccisa io…

Una storia incredibile, se raccontata in un tribunale. Ma tu che leggi la mia confessione in punto di morte, sono certo che non potrai dubitare delle cose che ti racconto.

Abbiamo tempo. Cominciamo da Samarcate.

A volte mi è capitato di pensare che il destino delle piccole città di provincia assomigli a quello degli uomini.

Ve ne sono alcune che senza alcun merito sono citate per qualche tempo nelle pagine della cronaca nazionale e nel giro di pochi anni diventano famose.

Qualche volta succede perché ci abita un tizio davvero importante. Qualche altra perché c'e' passato un tale più o meno conosciuto che è rimasto incantato dall'atmosfera un po' fané che hanno sempre le cittadine di provincia. Si e' guardato intorno poi ha deciso di passarci il suo tempo libero, ed ha cominciato a dirlo in giro, chiamando nella zona gli amici, famosi anche loro, che sono arrivati con compagne piene di gridolini d'approvazione, o altre che facevano smorfie e scuotevano il capo perché, dicevano, a Valladolid è meglio, là c'è un'atmosfera più autentica e la campagna, oh, la campagna.

Non che a Valladolid ci siano mai state, ma glielo hanno raccontato alcuni amici intimi che passando di là sono rimasti colpiti da quell'atmosfera un po' fané che hanno sempre le cittadine di provincia ed hanno chiamato gli amici, per continuare questa catena di santantonio che è la scoperta di un luogo ameno dove passare il tempo libero.

Succede così che alcuni paesini diventino famosi senza mai aver fatto nulla di speciale, solo perché il Toni vende panini con la mortadella alla stessa maniera di altri diecimila Toni sparsi per tutta la Penisola, ma la serve su vecchia carta da macellaio gialla, che non si trova più in giro perché è pure antigienica, e la mortadella la puoi mangiare seduto su una delle sue sedie sgangherate che non ha mai voluto cambiare, anche se sua moglie Casimira glie lo diceva un giorno sì e l'altro pure:

- Oh Toni, ma quando ti decidi di cambiare queste vecchie sedie? Vedrai che se le lasci così, un giorno qualcuno finirà col farsi male. Andremo tutti in malora! -

diceva.

Invece una domenica erano entrati quattro tipi strani, coi capelli strani, i vestiti strani, e avevano chiesto se c'era qualcuno in grado di riparare una gomma.

- Mara! - gridò il Toni verso la retrobottega - corri giù al bar a vedere se c'è l'Alfredino! - era una domenica d'inverno e l'Alfredino, il meccanico che in paese faceva anche le funzioni di gommista, non stava certamente nei campi, perché dopo la raccolta del granoturco fino a primavera non c'è più niente da fare, e probabilmente se ne stava al Bar Sport, ai bordi del vecchio biliardo a commentare i tiri sbagliati.

Nel frattempo i due stranieri più mascolini, quelli tutti vestiti di pelle nera come i motociclisti, con la sigaretta appesa alle labbra, che bestemmiavano sottovoce per il freddo e per la disavventura di essere rimasti bloccati in quel posto fuori dal mondo, insomma a quei due che poi risultarono essere le donne del gruppo, gli venne fame e chiesero quasi senza speranza:

- Ci potrebbe fare un sandwich?

- Pronti! - ribatté il Toni che non la sapeva nemmeno pronunciare quella

parola lì ma che sapeva quasi per inerzia che voleva dire che avevano una fame della madonna:

- Ci avrei della mortadella... - buttò là, guardando l'affettatrice dove stava appoggiata la grossa mortadella così pesante che non gli veniva certo voglia di cambiarla con un altro salume.

- Che dici? - si guardarono le due maschie disgustate - per me va anche bene, che ne dite voi due? -

e si rivolsero a due fichisecchi con l'orecchino e i capelli ossigenati che se ne stavano da parte a parlare di rughe e addominali. I due fecero un segno distratto d' assenso così una delle due virago ordinò:

- Allora ce ne faccia quattro! -

Fu solo allora che il Toni commise il suo primo errore.

Credendo, infatti, che i quattro si sarebbero portati via il malloppo per mangiarselo in un altro posto, non confezionò i panini come al solito ma avvolse le fette di mortadella in un foglio oleato, e per non sprecare uno dei suoi preziosi sacchetti di plastica con su stampato il nome della bottega, prese le michette tagliate in mezzo e avvolse tutto in una vecchia carta da macellaio che aveva avanzato da una precedente attività e che non usava più da qualche tempo perché, essendo tutta impolverata, aveva causato qualche reclamo dalla sua clientela.

Aveva messo il pacchetto tra le braccia della virago e notando la sua esitazione, l'aveva guardata sicuro negli occhi, come per dirle: Cosa c'è di strano? e la truda aveva fatto un passo indietro, incerta, poi aveva chiesto:

- Possiamo consumare qui?

- Certo! - disse lui facendo un cenno benevolo con la mano verso le sue

chiacchieratissime sedie:

- Accomodatevi - disse, e qui commise il suo secondo, irrimediabile errore.

Credendo di fare un gesto gentile, prese da sotto il banco un bottiglione con quel vino acidulo che gli aveva portato un suo parente acquisito, un terroncello originario di Trani, che quando tornava dalle visite ai suoi genitori, portava sempre quel vino così pesante che si faceva fatica a digerire. Prese quattro vecchi bicchieri da marsala, perché il vino gratis è sempre meglio servirlo in bicchieri piccoli, e lo versò al tavolo dove i quattro si erano accomodati.

Oddio, chiamare tavolo quella cosa che teneva nell'angolo è un po' come dare del ginecologo a Jack lo Squartatore. Sì, perché se fosse stato un ciccinino più piccolo lo si sarebbe potuto chiamare tavolino, e se fosse stato più grande forse avrebbe avuto il rango di una vera e propria tavola per desinare, invece così, con quelle quattro gambette troppo sottili, senza nemmeno un cassetto per riporci qualcosa, con quegli angoli smussati dagli urti, pareva più un piano d'appoggio, ma a Toni andava bene per posarci il caffè, il pomeriggio dopo pranzo, quando scendeva in negozio a leggere il giornale lontano dai borbottii di sua moglie Mara che aveva preso l'abitudine di accompagnare le pulizie con le più articolate invettive contro lui e le sue cattive abitudini.

- Prego, offre la casa! - esclamò il Toni soddisfatto e quando il più effeminato dei quattro si avvicinò con sospetto alla tavola ed alzò gli occhi cerulei verso di lui, il Toni, vedendo quei capelli tutti ritti all'indietro e gli occhi umidi, gli venne un dubbio e chiese:

- Ma siete venuti in moto?

- No, perché?

- No, niente - disse il Toni che non aveva mai visto la gommina tra i capelli di un nottambulo che al mattino ha gli occhi bagnati dagli stravizi, lui quell' espressione se la ricordava dai tempi del Cele, che andava a morosa col Guzzi d'inverno e quando tornava lo dovevano togliere in quattro dalla sella e portarlo, così irrigidito, vicino al camino a sgelarsi:

- No niente, mi pareva. Adesso arriva il tecnico e vi sistema - disse con sussiego calcando l'accento sul tecnico.

Intanto il pollolesso con la gommina aveva aperto il pacchetto della mortadella e alla vista dell'affettato aveva preso un'espressione dolorosa e la saliva gli girava in bocca per il disgusto:

- Non avrebbe una forchetta? - chiese

- No! - lo sfidò il Toni e l'altro non disse nulla, alzò una fetta col braccio

distante e la testa reclinata, come se si aspettasse di veder uscire da lì sotto un serpente a sonagli, poi appoggiò la mortadella nel pane e diede un morso:

- Buono! - disse e gli altri, rinfrancati dal responso di cotanto esploratore, si precipitarono sul cibo emettendo gridolini di gioia.

Cominciò così la fama di Samarcate, ridente paesino vicino a Lecco ma potrebbe essere la storia di Neederad sulla strada che porta a Francoforte e di J. Schmidt di origini bavaresi che nello Schnellinbiss da lui gestito, di tanto in tanto offriva il Goulasch suppe di sua moglie a qualche avventore o del sindaco di Montreaux au Lion, certo Mapel, che a qualche chilometro da Parigi, sulla strada di Reims si dilettava con le torte della nonna e le vendeva a tranci nella sua tabaccheria.

Tante sono le storie di paesi che senza colpa né infamia sono diventati loro malgrado ricchi e famosi.

La storia che ti sto raccontando però, è una storia di tanto ma tanto tempo fa, quando Samarcate aveva ormai perso tutto il suo splendore ed era ritornata in silenzio nell'anonimato e i figli del Toni avevano deciso di vendere il fast-food che era sorto sulle fondamenta della vecchia bottega.

Io allora avevo settantatré anni e ridevo quando mi raccontavano le storie strane che accadevano in paese.

Adesso che di anni ne ho quasi diciassette, mi sono deciso di prendere carta e penna per raccontarti come fu che a Samarcate un giorno si capovolse la freccia del tempo trascinandomi in quest'abisso di disperazione e costringendomi al suicidio.

Ma sto correndo troppo.

Cominciamo dalla fine.

2.

Freshfield, 14 Giugno 2013

Ero a Freshfield in viaggio di piacere ormai da due settimane, era infatti morta la mia seconda moglie, e i suoi legali mi avevano chiamato per l'eredità.

Giravo per il paese sulla mia vecchia Bianchi che avevo ritrovato in garage, tutta impolverata. Ridevo e pedalavo come un pazzo salutando con calore mediterraneo quelle facce smorte che scappavano via fingendo di non sapere chi fossi.

Di giorno andavo a passeggiare sulla spiaggia lucida, col vento del Nord che mi trapanava il cranio da un orecchio all'altro, e la sera frugavo tra le tante cose ammucchiate qua e là in soffitta, nella segreta speranza di ritrovare vecchie cose familiari, che mi ricordassero il passato.

Una notte trovai una cassetta di legno tutta foderata di carta a fiorellini, una di quelle che si ricevevano a Natale con tre bottiglie della Stock, una decente e le altre due dai sapori improbabili, che andavano a raggiungere le bottiglie di Cedro, Braulio e Mandarinetto dentro quello scomparto foderato di specchietti che era il mobile bar del buffet in sala da pranzo, luminosa illusione di festa in un mobile triste che di solito se ne stava nella stanza più fredda della casa, una specie di Las Vegas al contrario, che mentre quella illuminava le illusioni dei poveri nella calura del deserto, questo s'illuminava nella stanza fredda, quando senza nemmeno accendere la luce mio padre andava a prendersi la bottiglia di Vecchia Romagna, per farsi un goccetto prima di addormentarsi davanti al televisore acceso.

Dentro quella vecchia cassetta, ritrovai tutte le fotografie della mia famiglia.

Tre generazioni di fotografie. Che se ci pensi, la vita è proprio un niente.

Tu ti danni l'anima per diventare qualcuno e tutto quello che rimane di te sono tre o quattro fotografie ingiallite.

Prendi mio nonno.

Ecco, questa marrone l'ha fatta poco prima di sposarsi, e questa è mia nonna.

E quest'altra, quando lui era in guerra e si usava andare dal fotografo e mettersi in quella buffa posa, appoggiato al treppiede con le felci. Questa nell'ovale se la sono fatta quando è nato il loro primogenito perché era una novità, infatti, per gli altri due figli non andarono dal fotografo, come se si trattasse di un noioso replay. Quest'altra la scattammo a Natale a casa di Pippo e si vede che il nonno è già mezzo partito. Ecco, questa è la foto che abbiamo usato per la sua tomba. Fine del nonno.

Non ti pare un po' pochino?

Me ne stavo in silenzio a rimuginare sui casi della vita, quando mi capitò tra le mani una foto con i colori tutti virati verso il magenta e quello ero io che ridevo giovane ed immortale tra le donne della mia vita.

Dove eravamo? Di certo al mare, forse a Stintino.

Sì, è Stintino e quella là dietro che guardava languida come se ormai da un pezzo avesse capito tutto, quella era Georgia, e dietro la foto c'era il suo numero di telefono scritto con una matita blu.

Lei si era trasferita in Inghilterra da molti anni e avevo saputo che era rimasta vedova da poco. Così mi venne il desiderio di rivederla.

Sai, alla mia età, quando hai perso di vista una persona, insieme al desiderio di rivederla nasce sempre il timore di venire a sapere che sia morta.

Spesso è questo timore che fa in modo che lasci stare tutto e non chiami. Perché finché non lo sai, quella per te rimane viva e ti piace che sia così.

Quella volta invece, il desiderio di vedere Georgia fu più forte della paura di averla persa per sempre, così chiamai.

- Seven two four... - rispose lei con quella sua vocina inconfondibile.

Mi pareva impossibile che fosse lei, così al primo colpo. Esitai...

- Georgia?

- Yes

- Sono Luciano...

- Mio caro! - disse, e ci vollero solo due minuti di conversazione per decidere

di vederci. Prese un treno e venne a Liverpool. Io l'aspettavo coi fiori, come fanno i giovani innamorati. Scese e m'illuminò col suo sorriso, ci baciammo timidi e poi salì sulla mia vecchia Giulietta che nonostante la ruggine, faceva ancora la sua porca figura, e ci avviammo verso Southport, sempre sorridendo, instupiditi dalla gioia.

- Andiamo a Blackpool - le dissi

- Fuori stagione? - rispose guardando il vento.

Blackpool d'estate è quasi come Disneyland. La differenza sta nel fatto che essa è realmente abitata. I cittadini di Blackpool, ogni mattina, si alzano, si vestono, sbrigano le loro faccende domestiche e poi aprono i baracconi per il pubblico. Ne consegue che quando non è la stagione delle vacanze, tutto si trascina tristemente con quell'aria di smobilitazione che hanno i circhi, se ti capita di andare dietro l'abbraccio del tendone a scoprire il trucco.

Nemmeno le famose luci di Blackpool vengono accese fuori stagione, così dopo il tramonto invece delle invenzioni luminose tanto celebrate, ti ritrovi nella più triste penombra con la voglia di tagliarti le vene.

No. Meglio andare a Southport, che inoltre è anche più vicino a casa mia.

- Hai ragione, - dissi - andiamo a fare un pic-nic a Southport, poi andiamo a casa - buttai là tanto per sondare il terreno

- Così presto? - disse lei guardando distratta i fili lunghi dell'erba sopra le

dune. Feci un cenno d'assenso senza capire esattamente cosa intendesse per così presto, se si riferisse all'ora, alla fase del corteggiamento oppure alla prematura scomparsa dei nostri rispettivi coniugi.

Rimanemmo in silenzio fino a Southport dove girammo per un po' sotto le tettoie infiorate, guardammo le vetrine dei negozi situati dentro vecchie gallerie con ampie volte di vetro, poi comprammo fish and cips avvolto nella carta unta e ce n'andammo verso le dune, per rimanere soli.

Una volta là ci rifugiammo dietro le mura diroccate di una vecchia casa sul mare, per scoprire che se ti riparavi dal vento tagliente, il sole del Nord ti dava perfino la sensazione di scaldarti.

Povero sole! Era così esangue che potevi fissarlo senza farti piangere gli occhi. Ci pensava il vento, invece ad arrossarli.

Parlammo allegri fingendo appetito, e lei mi disse di come vivesse serena la sua solitudine, io le dissi della mia, rievocammo episodi lontani, ci scambiammo notizie dei sopravvissuti, insomma stavamo bene, e glie lo dissi:

- Che bello stare con te. Io l'ho sempre saputo. Ma queste nostre due vite a scacchiera...

- A scacchiera?

- Sì, a scacchiera. Ci siamo amati di nascosto quando io ero sposato e tu eri sola, poi mia moglie mi ha buttato via come uno straccio vecchio, e io sono venuto a cercarti ma tu avevi trovato l'amore. Quando sei rimasta vedova, così giovane ed indifesa io ho potuto fare poco per te, per via della mia nuova compagna, così gelosa...

- È vero - rise portando indietro la testa e me la ricordai coi suoi riccioli scuri

su quel viso pallidissimo e la bocca rossa che si apriva sui dentini candidi:

- Una vita a scacchiera... che matto che sei! -

- Già, ma adesso siamo liberi tutti e due... - lasciai cadere quasi

distrattamente. Lei rimase in silenzio, respirando con le narici appena più aperte l'aria fredda del pomeriggio:

- No, adesso è troppo tardi! - disse convinta, dopo un'esitazione

- Perché? - chiesi

- Perché i ricordi sono più belli -

- Credi che il ricordo di tuo marito sia più prezioso della realtà che potremmo vivere insieme? -

- Non intendevo questo.. Mia figlia è sposata e vive lontano. Io sono sola e non ci sarebbe nulla di male se cercassi un poco di affetto.

- No, io mi riferivo proprio ai ricordi. Ai nostri.

Il ricordo di quei giorni meravigliosi è ancora così intenso che ho paura di gettarlo via con un nuovo tentativo. E poi per cosa? Siamo così diversi..

- Diversi? Io ti trovo sempre uguale!

- Sì la prima mezz'ora. Poi dovrai fare i conti con la carne flaccida, con le rughe intorno agli occhi, con le dentiere...

- Io non ho la dentiera! - esclamai di slancio

- Ma io sì! Vuoi vedere? - si mise la mano alla bocca e io la fermai con troppa veemenza:

- No, ti prego!

Rise fino alle lacrime:

- Nemmeno io ho la dentiera, ma guarda che paura ti sei preso!

Era così bella che mi venne l'impulso di baciarla. Chissà come mi vedeva lei. Io la vedevo col suo bel visino sciupato con una tonalità di gialli, la pelle, l'ombretto, i capelli con le meches, chissà se quelli erano i colori della vecchiaia, per me erano le tonalità di un ritratto del settecento, di quelli con i colori dei tramonti da dietro. Mi avvicinai per baciarla ma mi fermai chiedendomi come mi stava vedendo lei. Piccolo, grasso, coi capelli radi e grigi, gli occhi stanchi e miopi... Accidenti, non era certo un bel vedere!

Me ne stetti lì per qualche secondo interminabile, in attesa di chissà quale evento, finche' l'evento arrivo' inaspettato.

A poco a poco la terra cominciò a tremare intorno a noi, sobbalzando con un rumore sempre più assordante. Ci allontanammo dalle macerie e corremmo spaventati verso una duna più profonda. Misi fuori la testa per capire quale strano fenomeno stesse accadendo e vidi la cosa più strabiliante di tutta la mia vita.

Vi fu uno strano rumore, come un boato, quasi un terremoto e tutte le pietre e i mattoni che erano sparsi nel terreno intorno, come in un film proiettato all'indietro, in una tremenda implosione andarono a formare la casa, piano piano come se fosse il rallenty di una ripresa televisiva.

Era successa una cosa incredibile, invece che un'esplosione, era imploso tutto il terreno circostante COSTRUENDO quella casa dove prima c'erano solo le macerie!

E il rumore era sempre più assordante e il turbinio della polvere e dell'aria spostata sempre più violento, tanto che dovemmo abbassare le teste dentro la buca di sabbia e portarci le mani alle orecchie per proteggerci da tanto fragore.

Il boato cessò improvviso come era arrivato e dopo un attimo trascorso per riprendermi dallo stordimento, mi accostai a Georgia per sapere come stava:

- Bene, bene - mi disse mentre scuoteva la testa, io mi alzai e guardai verso la casa ancora fumante di polvere, appena in tempo per vedere il portone spalancato e una figura umana, urlante, scaraventata fuori con violenza.

Mi precipitai verso lo sconosciuto per portargli soccorso, anche se temevo il peggio ma mi accorsi subito con sollievo che si era rizzato in piedi e stava bestemmiando in una lingua sconosciuta, mentre si toglieva la polvere dagli abiti.

- Salve, posso esserle d'aiuto? - gli chiesi in inglese ed in inglese continuò

tutta la conversazione:

- Grazie, sto bene. -

- Cos'è successo?

- È successo.... e' successo...non lo so! - disse convinto. Intanto anche

Georgia, che si era rassettata alla bell'e meglio, si stava avvicinando. Io chiesi:

- Scusi, ma lei cosa stava facendo, prima che... - feci cenno con una mano

intorno per fargli capire di che cosa stavo parlando

- Io stavo... stavo...non lo so. So soltanto che dobbiamo rientrare subito a casa di Georgia perché è ricercata dalla polizia -

- La polizia? - guardai Georgia per comunicarle con un leggero movimento delle sopracciglia di fare attenzione - ma lei come fa a sapere che la signora si chiama Georgia? La conosce, forse? -

- No, non credo. La conoscerò al posto di polizia dove mi faranno leggere il suo dossier -

- Ma lei è matto! - mi scappo' di dire e lui rimase pensieroso a riflettere sulla mia ultima frase, poi mi guardò sicuro:

- No, non sono matto. Io invece sono... non me lo ricordo più! – disse togliendosi il portafogli dalla giacca e leggendo i suoi documenti - Ah, sì. Adesso mi ricordo, io sono Abraham Levi. Sono il Capo della Polizia di Tel Aviv! - e mi consegnò il suo biglietto da visita di plastica - dobbiamo assolutamente raggiungere Cambridge. Dobbiamo andare a casa della signora perché la stanno cercando. Venite con le buone e non mi costringete a dichiararvi in arresto!

Lessi con attenzione quello strano biglietto da visita di plastica rigida, non perche' cercassi qualcosa di strano - come se ce ne fosse bisogno - ma per avere il tempo di riflettere su questo fenomeno che avevo davanti agli occhi: un uomo che malgrado ogni sforzo non ricordava il suo passato ma che possedeva la facolta' di conoscere il nostro futuro.

- Calma! - dissi io - non so se lei fuori da Tel Aviv ha l'autorità necessaria per... -

estrasse la sua pistola e me la agitò sotto il naso come un ventaglio:

- QUESTA è la mia autorità, e adesso sbrighiamoci.

Prendemmo la tangenziale che portava a Liverpool dove ci infilammo sull'autostrada M6. Ci fermammo un paio di volte per tentare di telefonare a casa ma senza successo.

A Bristol deviammo sulla M1 ma la conversazione non migliorò.

Arrivammo a Cambridge che l'orologio del campanile batteva le nove, evidentemente di mattina, visto che non arrivammo al buio. Non ci sarebbe stato nulla da dire. Solo che eravamo partiti da Southport nel tardo pomeriggio e dopo sei, sette ore di autostrada saremmo dovuti arrivare a notte fonda. Quest'incongruenza non mi colpì più di tanto, occupato com'ero a tentare di capire cosa stesse succedendo intorno a noi.

Georgia indicò la direzione finché arrivammo davanti ad un villino in una strada dove tutte le case erano uguali e la sola differenza erano le porte dai colori smaglianti che spiccavano sul rosso scuro dei mattoni esterni.

Di fronte alla casa era parcheggiata l'auto della polizia col lampeggiatore spento, e la cosa mi tranquillizzò perché significava che erano lì diciamo pacificamente, quasi come una visita di cortesia. Se fosse accaduta una disgrazia, sicuramente avremmo visto il lampeggiante acceso.

C'era molta gente che andava avanti e indietro e Georgia, nella circostanza disse una frase che dimostrava la confusione che aveva in testa in quel momento. Guardò il patio e disse:

- Quello è il dondolo sulla quale stavo seduta insieme ai miei genitori da bambina. Te lo ricordi? L'ho venduto quando sono morti i miei e adesso è ancora lì!-

Scese dall'auto e corse verso la casa mentre una donna anziana, con le braccia aperte venne verso di lei:

- Georgia! Mia cara... - e l'aspettò così mentre Georgia, impietrita non osava andarle incontro:

- Mamma... - disse solo - ma tu... ma tu...

- Ma io cosa?

- Ma tu... non eri... morta?-

La frase fece ridere la vecchia, benevola, come quando ci si trova davanti alle domande ingenue dei bambini:

- Piccina mia - le disse invitandola tra le sue braccia - evidentemente no. Non sono morta. Dove sei stata? Sono giorni che siamo in pena per te! Abbiamo persino chiamato la polizia per iniziare la ricerca... Ma cosa ti è successo? Stai bene? - adesso era preoccupata. Georgia fece un cenno per rassicurarla poi non dimenticò, da vera signora, le sue buone maniere:

- Ah, dimenticavo, questo è Luciano, il mio amico italiano, te lo ricordi?

- Certo che me lo ricordo! Lei è quello che mi ha rotto il cane, vero? -

Feci una smorfia imbarazzata, perché non sapevo cosa rispondere. D'altronde cosa si risponde a qualcuno che ti accusa di avergli rotto il cane? Mi salvò Georgia continuando le presentazioni:

- E questo signore viene da Tel Aviv. È stato lui ad avvertirmi che mi cercavate. È un ufficiale di polizia.-

Un ombra apparve sul viso della signora:

- How do you do. Spero che mia figlia non abbia commesso nulla di grave - disse porgendo la mano ad Abrahm che rispose:

- No. Nulla di nulla. Stia tranquilla. Piuttosto avrei bisogno di parlare con il marito della signora Georgia

Ci guardammo io e Georgia e fui io che presi l'iniziativa:

- Guardi che la signora è ved...- m'interruppe la madre:

- Ma certo! Venga dentro, come lei certamente ricorderà, il buon uomo non può muoversi dal suo studio!

- Andiamo! - ci ordino' Abrahm avanzando verso la casa mentre io e Georgia

lo seguivamo interdetti.

Entrammo in quella casa, e mi sorpresi a guardarmi in giro rapito dalla bellezza sobria delle case inglesi. Una moquette alta, rossa e morbida felpava i passi. Lasciammo l'ingresso da dove partiva una scala di legno bianca intarsiata, e ci ritrovammo nel salotto, davanti ad un vecchio camino acceso, alle pareti foderate di tessuto a fiori, alle tende di ciniglia, ai soprammobili improbabili.

Una vera casa british.

La signora ci fece accomodare nel salotto dove stavano seduti una coppia di poliziotti che prendeva il the:

- Volete una tazza di the? - chiese ai nuovi arrivati e poi rivolta ai due sul

divano:

- È tornata mia figlia. Questo signore è un funzionario di polizia e potrete chiedere delucidazioni. Intanto...- chiamò con sé la figlia e ci disse:

- Vogliate scusarci un momento. Robert è di là. È in apprensione e credo che sia meglio che s'incontri da solo con la moglie - disse spingendo la figlia verso quello che doveva essere lo studio del marito. Georgia ebbe un attimo di smarrimento e me lo comunicò con gli occhi. Io mi alzai per andarle vicino ma la madre mi fermò decisa con una mano:

- No. La prego. È una faccenda strettamente privata -

Davanti a tanta decisione non andai oltre e mi sedetti con Abraham di fronte ai poliziotti, aspettando che mi riempissero la tazza.

3.

Fermiamoci un attimo per fare una pausa perché i fatti che ti sto raccontando hanno bisogno di una riflessione.

Mi era capitato anni addietro, durante una spedizione scientifica alla ricerca di un'antica popolazione americana che nel secolo scorso era chiamata Pellerossa e che si era estinta ormai da tempo, di incontrare un vecchio che aveva tutte le caratteristiche somatiche di una tribù che era vissuta sulle Montagne Rocciose nel territorio che una volta si chiamava South Dakota, negli ex Stati Uniti d'America.

Dopo giorni di chiacchiere e di acquavite lo avevo convinto a guidarci nel territorio, alla ricerca di una tribù di Chochoni che si diceva vivesse isolata tra le gole di un Canyon.

Era un indiano sicuro e silenzioso che per giorni mi fece camminare nell'acqua bassa del Colorado River. Mi disse che non vedeva la sua tribù da quando le acque del fiume gonfiandosi non avevano più permesso l'accesso nella gola.

Quando arrivammo in vista della sua gente, inspiegabilmente invece che affrettarsi giù dalla collina, si sedette e cominciò a fumare.

- Ma non andiamo giù? - gli chiesi

- Non adesso. Prima aspettiamo che ci raggiungano le nostre anime!- disse e rimanemmo a fumare guardando là sotto i tepee della sua tribù.

Propedeutica, si chiama. È il complesso di studi preliminari che permettono l'accesso ad una materia difficile. Ma anche prima che la conoscenza venisse divisa in materie scientifiche, la pratica iniziatica era una consuetudine che permetteva ai nuovi adepti di accostarsi ai Misteri.

Ricordo un racconto tibetano che parlava di un giovane che bussò alla porta del Tempio dove voleva essere accolto.

- Chi è ? - chiese il Maestro

- Sono io! - rispose l'allievo e il Maestro di rimando:

- Bene. Torna giù e vieni a bussare tra dieci anni -

L'allievo tornò al suo villaggio a meditare e trascorsi dieci anni salì al Tempio e bussò ancora alla porta.

- Chi è? - chiese di nuovo il Maestro

- Sono io! - rispose l'allievo

- Bravo. Adesso torna al tuo villaggio a meditare e torna tra dieci anni. -

L'allievo obbedì e dopo dieci lunghissimi anni di meditazione bussò ancora.

- Chi è? - chiese il Maestro

- Sono te! - rispose l'allievo

- Entra! - gli disse il Maestro e la vita dell'allievo incominciò.

Avrai capito che senza la propedeutica, le cose che ti sto dicendo, potrebbero darti l'impressione di essere il racconto di qualche esaltato, ma questa doveva essere pure l'impressione che dava Cristoforo Colombo, quando andava a parlare di navigazione con marinai che non avevano la più