Un'amara verità by Mario Falcone by Mario Falcone - Read Online

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Summary

Quando il vice questore Mara Tusciano si ritrova di fronte al cadavere della bella Alessia Doriani, ufficialmente laureanda in Lettere e Filosofia, in realtà una richiestissima escort di professione, pensa che si tratti di un delitto come tanti altri. E sarebbe pure vero se non fosse per quel granellino di sabbia che, fin da subito, s’insinua con la pericolosità di un virus all’interno del meccanismo investigativo e grazie al quale, Mara si convince che in quella storia nulla è come appare. Col trascorrere dei giorni, l’indagine, che si dipana in una Messina bagnata da una pioggia ossessiva, ora violenta, ora sottile, quasi volesse lavare a ogni costo lo sporco che invade le strade e le anime delle persone che la abitano, risucchierà completamente il vice questore Tusciano in un pericoloso e doloroso gioco di specchi, coinvolgendola, come persona e come poliziotto, a tal punto da costringerla a fare i conti con le ombre del proprio tormentato passato.
Mario Falcone ritorna con il suo secondo romanzo nella Messina dove è nato e cresciuto, per raccontarci una storia sul decadimento morale del nostro tempo, tra sesso, gioco d'azzardo, droga e violenza. Grazie a una sensibilità fuori dal comune, e a una capacità narrativa pari a quella dei grandi maestri del giallo, Falcone alterna momenti meditativi a impennate di pura azione, consegnandoci un ritratto di un’umanità malata, ma pur sempre umana.
Published: StreetLib on
ISBN: 9788865640722
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Un'amara verità - Mario Falcone

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Copyright © 2012 Mario Falcone

© Atmosphere libri

Via Seneca 66

00136 Roma

www.atmospherelibri.it

info@atmospherelibri.it

Redazione a cura de Il Menabò (www.ilmenabo.it)

I edizione nella collana Biblioteca del giallo marzo 2013

ISBN 978-88-6564-072-2

A Nunzio

Dietro a ogni ricchezza c’è un crimine.

HONORÉ DE BALZAC

PRIMA PARTE

1

Venerdì 14 gennaio.

La villetta è a pochi passi dal mare.

Due piani, garage, un’idea mal riuscita di giardino. Gli inverni trascorsi e la salsedine hanno rosicchiato gli infissi e scrostato parte dell’intonaco, disegnando larghe chiazze che fanno apparire i muri esterni come colpiti da un fastidioso eczema. Tutta la casa, in effetti, ha l’aspetto di una gigantesca verruca, incassata tra uno squallido palazzetto color gambero e una villa disabitata, appartenuta a un politico caduto in disgrazia.

Una striscia di asfalto bucherellato in più punti, come una padella per caldarroste, separa l’abuso edilizio dalla spiaggia. Scheletri di motorini cannibalizzati, materassi macchiati di piscio e lavatrici arrugginite agonizzano nella luce grigia e fredda del pomeriggio. Rimarranno lì anche d’estate, a dividersi il posto con i teli da mare e gli ombrelloni che incredibilmente rispunteranno come se niente fosse sul quel pezzo di litorale, un tempo bellissimo, a uno sputo da Messina, tra Santo Saba e Acqualadrone.

In piedi, davanti alla finestra del salone, Mara osserva quella perfetta sintesi di scempio ambientale chiedendosi se quello squallore è davvero ciò che si merita. Si gira e, per l’ennesima volta, lancia uno sguardo schifato verso quel trionfo di mobili dozzinali che arredano l’alcova. Immagina di radunarli tutti in mezzo al salone, irrorarli di benzina e garantire loro una degna fine, poi inquadra nel proprio mirino il traballante tavolo in formica della cucina e sorride pensando che la prima volta l’aveva preferito al letto. Ne ricorda ancora il rumore ritmato provocato dai colpi di reni del suo amante. E come poteva non ricordarlo. Era da quasi un anno che si incontrava lì con Riccardo e se all’inizio l’obbligo della segretezza aveva avuto la priorità su tutto, ora che l’eccitazione di fare l’amore in quella specie di scannatoio si era spenta, aveva già deciso che difficilmente vi avrebbe rimesso piede.

Una Mini Cooper blu notte, che passa lentamente, sparando a palla l’ultimo singolo di Tiziano Ferro, riesce a distrarla per un attimo catturando la sua attenzione. L’occhio allenato draga la scena, la viviseziona e la cataloga nella mente. L’auto è condotta da un ragazzo, diciotto, diciannove anni, non di più, col capello rasato e lo sguardo grifagno da predatore di vecchiette che hanno appena ritirato la pensione. Mara crede di averlo già visto da qualche parte. Mah, certi giovani si somigliano un po’ tutti. È insieme a una squinzietta truccatissima con l’iPhone incollato all’orecchio. Lui, con una mano tiene il volante mentre, con quella libera, tasta le tette della ragazza e intanto cerca un buco per infrattarsi e svoltare il pomeriggio. Superata la villetta l’auto si ferma, e Mara riesce a scorgere i capelli ossigenati della ragazza che ondeggiano mentre lei sobbalza sul sedile, ridendo a crepapelle per qualcosa. Potrebbe essere sua figlia. Pensa alla madre che magari si è bevuta la bugia inventata dalla ragazzina per uscire. Del resto che fai? le incateni? Poi l’auto riprende la sua lenta marcia, andando a infilarsi nel primo viottolo trovato alla sua destra.

Mara fa calare i titoli di coda su quel corto che ha scritto, girato e visionato nell’arco di trenta secondi; si accende la miliardesima sigaretta della sua vita e solo allora si accorge di avere freddo. Si avvolge meglio dentro il plaid a quadri, poi getta la sigaretta fumata a metà in una lattina vuota di birra, e torna di corsa a infilarsi nel letto.

Per un istante, il calore emanato dal corpo robusto di Riccardo la fa sentire di nuovo leggera e felice. Allunga una mano per cercarlo, quindi lo accarezza, intrecciando le sue gambe flessuose con quelle dell’uomo, che in quell’istante si sveglia.

«Dove sei stata?» le chiede rauco, passandosi una mano sulla folta capigliatura.

«In bagno, poi di là, a fumare... In questa casa si gela».

«La stufa non funziona più» dice l’uomo tirandosi il piumone fino alla gola.

«Me ne sono accorta» risponde Mara con lo sguardo rivolto alla macchia di umidità a forma di astronave intergalattica che incombe dal soffitto.

«Vieni qua...» Il tono di Riccardo è fermo, del tutto simile a un ordine.

È il tono che lei ama.

Si scosta un poco da lui, sorridendo e rannicchiandosi più che può, diventando sempre più piccola.

Con agilità Riccardo inarca la schiena disegnando una mezza curva nell’aria, e le è sopra.

«Che vuoi?» chiede lei maliziosa, continuando a sorridere e a sfiorargli le labbra con l’indice della mano.

«E tu?»

Nella penombra della stanza, prima ancora che dalle sue mani, Mara si sente toccata dallo sguardo di Riccardo. C’è qualcosa di sfrontato nel modo in cui lui la guarda prima di possederla. Uno spruzzo improvviso di violenza, che le sembra abbia il peso di un abuso nei suoi confronti. Ma ogni volta lei agogna quello sguardo su di sé con un’ansia vibrante, pronta a pregustarsi quel che seguirà dopo. Mara chiude gli occhi e quando lui la penetra prorompe in un prolungato gemito; un urlo rauco e dolente, certa che nessuno potrà sentirla in quell’angolo di nulla. Sempre con gli occhi chiusi afferra il bordo del piumone e lo scosta, allargando e sollevando ancora di più le gambe per consentire al suo amante di muoversi più agevolmente dentro di lei.

«Girati» le dice lui fermandosi improvvisamente.

Mara esegue senza nemmeno guardarlo; appoggia le mani sul letto e affonda la testa nel cuscino, con il cuore che tambureggia impazzito.

Più che il piacere, è il senso di annientamento ciò che Mara cerca e ottiene nel sesso con Riccardo. Solo con lui riesce a concedersi totalmente, ad azzerare ogni volta il timer e ripartire daccapo. A ogni spinta, sente le mani di Riccardo stringersi sempre più forte sui suoi fianchi snelli, mentre i suoi gemiti si confondono con i primi tuoni che, provenienti dal mare, preannunciano un’altra serata di pioggia.

Quando, per la seconda volta nel giro di un’ora, raggiungono insieme l’orgasmo, lei sente scivolarle definitivamente via di dosso quella ridicola paura di esser diventata frigida, con cui ha convissuto negli ultimi anni, e sorride.

Madido di sudore, Riccardo rientra nella sua porzione di letto. Non appena il suo respiro torna a essere regolare, allarga le braccia istoriate da tatuaggi tribali e, come se si stesse rivolgendo a qualcuno che lo guarda appeso al soffitto come un pipistrello, esclama: «Solo fare l’amore rende un uomo felice!»

Mara lo guarda per un attimo strabuzzando gli occhi, dopodiché scoppia a ridere: «E questa perla di saggezza di chi è, di Coelho?»

«E chi sarebbe, un filosofo?»

«No, è un paravento come te, solo un po’ più ricco» risponde Mara, afferrandolo per il mento.

«Beato lui».

Mara accende due sigarette e gliene passa una.

Fanno sempre così, prima di ritirarsi ognuno nel proprio angolo, come due pugili stremati in attesa di riprendere il match della vita. Fumano ascoltando i ripetuti e minacciosi borbottii del cielo, chiusi nei rispettivi e impenetrabili silenzi.

L’insistente abbaiare di un cane che giunge attutito nella stanza ridesta i due da quel solitario e momentaneo torpore.

Mara si gira verso l’uomo: «Non so quante volte saremo venuti qui, ma ancora non mi hai detto di chi è questa casa».

«Di un amico» risponde evasivamente Riccardo, fissando le nuvole di fumo che intanto si sono ammassate attorno a quell’orrendo lampadario a goccia che pende dal soffitto.

«Che amico? Non ha un nome?» prova a insistere Mara.

«Non lo conosci... comunque se questo posto ti ha stancato ne cerchiamo un altro».

«E perché? Anche se fa schifo, almeno qui posso urlare, fare liberamente la puttana senza che nessuno mi senta».

Riccardo sorride; l’ha sempre eccitato tanto sentire Mara esprimersi in quel modo. Gli piace il contrasto che si crea tra la crudezza del linguaggio e l’insita finezza di Mara. Si gira su un fianco e la bacia teneramente sulle labbra, poi la guarda con quell’intensità che a Mara fa tremare le vene dei polsi, ma stavolta i suoi occhi hanno una luce di dolcezza, buffa e insolita per lui, che però Mara ha imparato a decifrare.

«Dai, su, cosa vuoi dirmi?» chiede lei.

«Lo sai...»

«Lascia perdere, è un campo minato... Facciamoci bastare ciò che abbiamo».

«Contenta tu...» è l’apparente tranquilla risposta di Riccardo, che però non riesce fino in fondo a dissimulare una punta d’amarezza.

«Te l’ho già detto come la penso» dice Mara. «Letto e sentimento non vanno bene insieme».

«Sei proprio sicura?»

«Oh, sì, certo, conosco l’articolo, so quello che dico».

Riccardo sta per ribattere ma è preceduto dallo squillo dell’iPhone della donna.

«Sì...» risponde Mara portandosi il cellulare all’orecchio, ma subito dopo si alza sui gomiti con un’espressione tesa in volto. «Ho capito... Dammi l’indirizzo, cerco di arrivare prima possibile». Si volta verso Riccardo. «Devo andare» dice.

«Problemi?»

«Direi di sì».

Riccardo non vuole saperne di più anche perché Mara, già in piedi, si sta vestendo alla velocità della luce.

Dopo avere indossato un paio di jeans Armani, un maglione dolcevita nero e una giacca di pelle anch’essa nera, la donna calza i suoi stivaletti. Afferra dal comodino la sua Beretta 9 lungo monofilare da otto colpi, già infilata dentro la fondina di cuoio, e se l’aggancia alla cintura. Poi si lega i lunghi capelli biondi in una coda di cavallo e indossa un cappellino da baseball.

«Ci sentiamo dopo».

Riccardo annuisce nuovamente.

Mara lo guarda, gli sorride e gli manda un bacio con la punta delle dita, quindi sgattaiola rapida fuori dalla stanza.

«Buona fortuna» commenta tra sé l’uomo, che tende l’orecchio per sentire il rumore della porta d’ingresso che si chiude e dopo nemmeno un minuto il rumore del SUV di Mara che si mette in moto e parte. Solo allora si alza, ma rimane seduto sul bordo del letto. Si passa una mano sulla barba incolta e guarda il comodino su cui, oltre a due pistole, un’automatica d’ordinanza e l’altra a tamburo, c’è il suo cellulare. Lo prende e seleziona un numero dalla rubrica. Attende solo pochi attimi: «Sì, sono io... novità?»

2

Mentre l’auto di Mara punta dritta verso Messina, nel freddo pomeriggio che si sta rapidamente trasformando in sera, la Statale 113 comincia a essere flagellata da una pioggia insidiosa che viene giù di traverso a scrosci intermittenti rendendo il manto stradale particolarmente sdrucciolevole e facendo aumentare la pericolosità di quell’arteria ferma agli anni ’60. Ma il vice questore della Polizia di Stato, Mara Tusciano, non può pensare alle bizze del tempo, quindi affonda il piede sull’acceleratore per arrivare al più presto sul luogo del delitto.

È il quinto omicidio che la professione le ha scodellato tra le mani da quando è entrata in Polizia. Del resto cosa si aspettava? Nessuno le ha mai imposto di lavorare con le miserie, le debolezze e le cattiverie umane. E se i casi precedenti era riuscita a risolverli in nemmeno tanto tempo, grazie al suo fiuto da segugio e a una serie di circostanze favorevoli che le avevano permesso di assicurare i colpevoli alla giustizia, questo, e non riesce a capire perché, da quando è uscita dalla villetta ha cominciato a punzecchiarla con un’ansia sconosciuta.

È solo lavoro, continua a ripetere come un mantra a conforto di un malessere cupo e indecifrabile che fatica a mandar via. D’un tratto, però, viene anche assalita da un fastidioso prurito che dalla mano si estende velocemente su tutto il corpo. Si gratta più che può per scacciare quel milione d’immaginarie formiche che hanno deciso di camminarle addosso come per testare la sua resistenza. Terrorizzata, per un momento pensa possa trattarsi di un attacco di pulci, eventualità che però scarta immediatamente dato che le lenzuola su cui fa l’amore sono quelle che ha portato da casa. Quando le è chiaro che si tratta di puro e semplice stress, manifestatosi già altre volte sotto varie forme, si tranquillizza, si concentra nuovamente sulla strada ripromettendosi che prima o poi andrà da un medico. Stringe i denti e, dopo avere azzerato quell’invisibile contatore di cattivi pensieri che continua a girare impazzito, si rende conto che non esiste alcun valido motivo per pensare che quell’omicidio, appena servitole come una bibita a base di cicuta, sia diverso dagli altri. C’è una vittima e c’è un colpevole. Su questo non ci piove. Il suo compito come sempre sarà di dare la caccia all’assassino, scoprirne il movente, inchiodarlo alle sue responsabilità, convincere i giudici della sua colpevolezza e sbatterlo dentro.

Semplice, lineare, cristallino.

Ma allora si domanda che caspita sono tutte quelle fitte d’inquietudine che continuano a pungolarle i fianchi come punte di coltello?

Non lo sa, ma Mario Brancato, il suo amico neurologo, certamente avrà la risposta giusta. Dal cruscotto afferra il cellulare per chiamarlo e chiedergli un appuntamento, ma poi ci ripensa e lascia che il mondo continui a girare così come ha sempre fatto.

Un improvviso e prolungato colpo di clacson la fa sobbalzare. Mara guarda lo specchietto retrovisore: il furgone che già da qualche chilometro continuava ad alitarle sul collo e che per un attimo le aveva riportato alla mente una delle scene più inquietanti di Duel – uno dei film di Steven Spielberg che più ama – ora incombe dietro di lei. Poi con una manovra più che azzardata la sorpassa quasi in curva costringendola a spostarsi di colpo verso il margine destro della carreggiata per evitare di andarsi a schiantare da qualche parte.

«Ma tu guarda questo figlio di puttana» commenta stizzita, mentre le ruote del SUV fanno il contropelo alla cunetta per lo scolo dell’acqua piovana.

Non appena il furgone che ha sulla fiancata il nome di una ditta di elettrodomestici la supera, Mara gli clacsona più volte mandando a quel paese l’autista, una donna, fino a che la matta non imbocca sulla destra una strada sterrata che s’inoltra nella campagna sparendo dal suo campo visivo.

Ora la strada davanti a sé è nuovamente sgombra e Mara può tirare un sospiro di sollievo. Si è spaventata molto, e non è facile che le succeda. Le ci vuole qualche minuto per calmarsi; quando ci riesce si accende una sigaretta e preme il pulsante di accensione dello stereo. In quel momento, i Green Day stanno cantando Jesus of Suburbia. Mara sorride mentre la lancetta del contachilometri ricomincia a salire.

Ancora qualche minuto e l’estrema periferia nord di Messina è lì, con alla sua sinistra gli stabilimenti balneari di Mortelle. Un incidente tra un’auto e una moto costringe il SUV del vice questore a rallentare fino a fermarsi. Mara lancia prima un’occhiata interessata ai due mezzi fermi al centro della carreggiata e capisce che nessuno si è fatto male, poi alza distrattamente gli occhi al cielo, da cui continua a cadere una pioggia leggera e fitta, e in quell’attimo, non senza un’amara punta di rincrescimento, riflette sul fatto di come quella professione che ama e che ha testardamente voluto intraprendere anche contro il parere dei genitori – che dopo la laurea in giurisprudenza l’avrebbero vista meglio tra le sicure mura dell’azienda di famiglia – abbia in quegli anni avuto il potere di prendere il sopravvento su tutto e svuotare dell’importanza che riveste per il suo equilibrio mentale anche il tempo trascorso tra le braccia di Riccardo.

Nonostante sia restia ad ammetterlo, a modo suo Mara prova del sentimento per quell’uomo, e non solo perché dopo un pomeriggio insieme, nelle ore successive continua a sentirsi scossa. Sensazione che la manda letteralmente al manicomio. Purtroppo, la paura di rovinare tutto, inserendo in quel meccanismo, che finora ha funzionato alla perfezione, l’elemento a volte destabilizzante che i più chiamavano amore, continua a bloccarla peggio di una serratura difettosa.

Riccardo conosce le sue paure. Ne hanno discusso tante volte, ma convinto che non abbiano alcun motivo di esistere, ormai è da tanto che chiede fuor di metafora d’andare oltre e di fare uno scatto in più.

In fondo non ha tutti i torti: il tempo, la frequentazione e il letto hanno naturalmente fatto maturare qualcos’altro che, però, a Mara incute un timore oscuro che ancora non è in grado di gestire e governare. E anche se negli ultimi anni il suo matrimonio si è trasformato in un nodo ingarbugliato, nella sua vita c’è ancora Giulio, suo marito.

***

Giulio Volpati è uno stimato oculista, che da poco ha festeggiato il suo cinquantatreesimo compleanno. Una persona perbene e un ottimo padre. Alto, raffinato, elegante, Giulio si distingue tra tanti per la mitezza e l’amabilità del suo carattere ma, purtroppo, a parte ciò, non è mai stato in grado di offrire altro. I conigli che per magia escono dal cilindro dell’illusionista non sono roba per lui; gli effetti speciali che di tanto in tanto vede al cinema – quando vi porta i ragazzi – non lo hanno mai impressionato più di tanto. Nemmeno le scoperte, le novità e la voglia di sperimentare, di cui ogni matrimonio necessita per non fare l’ingloriosa fine del vascello fantasma, sono mai stati pane per i suoi denti, e non per cattiva volontà o per vigliaccheria, ma solo perché il cospicuo talento di cui la vita gli ha fatto dono è già stato tutto investito in quella professione che adora e nell’abilità che ha sempre mostrato sui campi da tennis: la sua seconda passione oltre alle diottrie dei suoi pazienti. Nonostante tutte queste mancanze, Mara si farebbe amputare un braccio pur di non fargli del male. Ha tentato in tutti i modi di fargli capire che da lui si aspettava ben altro, a parte la sicurezza economica e il raggiungimento di un invidiabile status sociale. Ma le risposte ricevute si sono rivelate una delusione su tutta la linea e non solo su quella orizzontale del talamo. In passato Giulio ci ha anche provato, assecondandola nelle sue richieste che il più delle volte ha considerato astruse o temerarie, ma i suoi sforzi non hanno tuttavia prodotto risultato alcuno. Sono stati i quindici anni trascorsi con Giulio che, alla fine, hanno insinuato in Mara, come un germe maligno, la paura di essere diventata improvvisamente simile a una lastra di ghiaccio.

Eppure, oltre alla storia con Riccardo, che sin dall’inizio aveva spazzato via la sua stupida convinzione, c’era stato un uomo che, durante i caldi mesi di un’estate ormai sbiadita dal tempo, le aveva fatto scoprire le gioie dell’amore e tutto ciò che di bello e imprevedibile fosse possibile estrarre da quella materia plasmabile, e per lei fino a quel momento misteriosa, chiamata sesso.

3

Mara Tusciano era nata a Catania.

Prima di lei i Tusciano avevano avuto altri due figli: Alfredo e Mirko.

Proprio nelle ore in cui veniva al mondo, con un’azione a sorpresa, l’aviazione israeliana distruggeva al suolo quella egiziana dando inizio alla Guerra dei sei giorni: era il 5 giugno del 1967.

I Tusciano erano una nota famiglia d’industriali, che da decenni, ormai, grazie alla OPTICAL S.P.A., operavano nel settore dei mirini ottici e delle centrali di tiro per artiglieria da campagna e dei cannoni montati sui carri armati. La fabbrica, situata nella zona industriale di Catania, oltre a lavorare per l’Esercito Italiano vantava nel suo portafoglio commesse provenienti da numerosi governi mediorientali e dell’America latina.

Sul finire degli anni ’80, alla morte di Oreste, il capostipite della famiglia e nonno paterno di Mara, Stefano Tusciano aveva cominciato a fare la spola con Roma per essere più vicino ai palazzi della politica. Grazie ai suoi numerosi agganci e all’adesione alla loggia massonica Grande Stella d’Italia, il padre di Mara era divenuto in poco tempo un famoso e stimato imprenditore; uno dei pochi che agli inizi degli anni ’90 era riuscito a passare indenne, attraverso la tempesta politico-giudiziaria di Tangentopoli.

Anche Stefano Tusciano aveva pagato politici, portaborse e faccendieri per assicurarsi le commesse, ma se l’aveva sfangata doveva ringraziare una serie di circostanze favorevoli che gli avevano risparmiato l’onta del carcere evitandogli di finire, come tanti suoi colleghi e decine di politici, nel micidiale ingranaggio della gogna mediatica.

Sebbene fosse ancora un uomo vigoroso, a dispetto dei suoi ottanta e passa anni e di qualche fastidioso acciacco manifestatosi negli ultimi mesi, il padre di Mara da tempo aveva ceduto il timone dell’azienda ai figli Alfredo e Mirko, ritagliandosi il ruolo di presidente onorario e continuando, intanto, a occupare la poltrona di membro del consiglio d’amministrazione di numerose banche, società finanziarie e fondazioni benefiche. Sistemate le faccende societarie si era ritirato con la moglie nella villa alle porte di Taormina che il nonno di Mara aveva acquistato da un nobile inglese agli inizi degli anni ’50.

Mara, così come i suoi fratelli prima di lei, visse un’infanzia dorata, fatta di scuole esclusive e amicizie selezionate. Pur essendo la pupilla del padre, che stravedeva per lei, crebbe senza dare eccessivo peso al benessere di cui poteva disporre, grazie soprattutto alla guida della madre Claudia, esponente di un’antica e aristocratica famiglia palermitana in cui il denaro, pur essendo disponibile in grandi quantità, forse proprio per questo, era sempre stato trattato con noncuranza e una sottile vena di snobistico fastidio.

Alla nascita della figlia, Claudia decise di abbandonare non senza rimpianto il suo lavoro di docente di Lingue e letterature neolatine all’università di Messina per fare la mamma a tempo pieno.

Col passare del tempo Mara, che da bambina precoce si era trasformata in una ragazzina sveglia, curiosa e a modo suo ribelle, riuscì a costruirsi una visione del mondo e della vita che le permise di capire la differenza che passava tra ciò che era giusto e quello che riteneva sbagliato; tra un atteggiamento moralmente corretto e uno deprecabile, tra la ricchezza spesso arrogante e volgare dei suoi tanti conoscenti e la dignitosa normalità, se non addirittura povertà che, nonostante tutto, era ancora presente in vaste aree del paese. Il risultato fu un’acerba e confusa coscienza politica che negli anni del liceo trovò applicazione nell’adesione a uno dei tanti gruppuscoli dell’immensa galassia della sinistra extraparlamentare che al Mario Cutelli, il famoso liceo della città etnea da lei frequentato, faceva il bello e il cattivo tempo. Comunque non andò mai oltre la partecipazione alle assemblee d’istituto, a qualche manifestazione contro la politica economica del governo di allora o alla distribuzione di un paio di volantini, che contestavano l’installazione dei Pershing e dei Cruise americani nella base Nato di Comiso. Ciò fu sufficiente a farle affibbiare sarcasticamente dai fratelli l’appellativo di pasionaria.

Alfredo e Mirko Tusciano, il primo di sette e il secondo di cinque anni più grandi di Mara, pur volendole bene, avevano idee diametralmente opposte a quelle professate dalla sorella. Per i due ragazzi, l’impegno politico della rivoluzionaria di casa" meritava la stessa considerazione che di solito riservavano agli amorazzi estivi consumati durante le vacanze, trascorse a Mazzarò nell’altra villa di famiglia: cioè zero.

Nell’estate del 1982, l’anno dei mondiali di Spagna, Mara aveva quindici anni ed era una bellissima creatura che avrebbe fatto girare la testa a chiunque. Di conseguenza erano proprio tanti i ragazzi che avevano cominciato a ronzarle attorno come api sul miele. Lei si sentiva lusingata ma, al tempo stesso, tra la folta pletora dei figli di papà che la corteggiavano non riuscì mai a trovare quello in grado di indovinare la combinazione giusta per arrivare al suo cuore. I Proci, come lei amava definire scherzosamente con le amiche i suoi innumerevoli pretendenti, alla lunga si rivelarono una delusione su tutti i fronti, tanto che alla fine la spuntò quello che, sulla carta, non aveva alcuna chance, non fosse altro perché era stato l’unico a non sbavarle platealmente addosso.

Il baciato dalla sorte si chiamava Roberto, Roby per gli amici, aveva diciannove anni ed era il bagnino de: L’Onda, lo stabilimento balneare di Caparena dove i Tusciano avevano il loro casotto. Roby era nativo di Giardini Naxos; figlio di operai, lavorava per pagarsi gli studi all’università di Messina. Alto, biondo come un normanno, spalle larghe e vita stretta, l’atletico bagnino dagli occhi azzurri era l’invidia di molti ragazzi pieni di grana ma privi di midollo spinale, e il sogno non tanto segreto di molte annoiate signore che d’estate villeggiavano su quel tratto di costa.

I pettegolezzi che rimbalzavano tra ombrelloni, bar e tavoli di canasta e ramino asserivano che fossero già almeno sei le donne che avevano trovato ristoro tra le robuste braccia dell’aitante giovanotto. Ma con il ragazzo, che raggiungeva la sera dopocena nella sua cabina, Mara non oltrepassò mai in nessuna occasione la soglia di ciò che lei riteneva fosse consentito dalla sua età e dalle circostanze. Il flirt tra il bagnino e la figlia dell’industriale durò appena un mese. A porre fine alla storia ci pensò Roby che, stanco di venire frenato sempre sul più bello le rifilò un bel due di picche tornando di corsa alle sue impazienti signore.

Vistasi ripudiata, a Mara non rimase altro da fare che leccarsi le ferite. Mentre si struggeva d’amore, la ragazza non poteva immaginare che l’anno seguente, sempre in estate, la sua vita sarebbe cambiata così radicalmente da proiettarla senza preavviso in una dimensione che le avrebbe squadernato in maniera brutale, il bello, ma soprattutto il lato brutto dell’esistenza. A corto di lacrime e decisa a non farsi piegare dagli eventi, avrebbe sopportato stoicamente il dolore ma prima di fare ciò avrebbe preso il suo cuore e l’avrebbe sotterrato in una buca molto profonda, coprendolo con tonnellate di cemento armato.

Terminato il liceo, a settembre del 1985 Mara s’iscrisse all’università di Messina, trasferendosi nella città dello Stretto, con l’idea di diventare un avvocato penalista. Ma dopo qualche anno l’entusiasmo per quella professione era già sfumato. Ciò nonostante, al solo scopo di non deludere i genitori, riuscì a laurearsi con il massimo dei voti.

Per un paio d’anni il futuro vice questore lavorò, giusto per onor di firma, nell’azienda di famiglia, poi, una calda sera di giugno del 1993, a una festa di compleanno, conobbe Giulio Volpati e, senza pensarci troppo, dopo un breve fidanzamento lo sposò, spiazzando fratelli e genitori. All’età di ventisei anni, quando le fu chiaro che tutto avrebbe voluto fare, tranne che lavorare per i suoi fratelli, senza dirlo a nessuno, Mara partecipò al concorso per entrare in Polizia. Quando la cosa saltò fuori, tutti, a cominciare da Giulio, cercarono di convincerla a recedere da quello che consideravano un vero colpo di testa. Mara, però, non li ascoltò e continuò imperterrita per la sua strada.

Vinto il concorso, fu mandata a frequentare un corso di formazione della durata di due anni presso la Scuola superiore di Polizia. Al termine del master, Mara fu assegnata alla Questura di Mantova, dove si fece le ossa.

Checché ne pensassero fratelli e genitori, Mara era felice perché finalmente si sentiva realizzata. Dopo un po’ anche Giulio, il cui principale obiettivo era di saperla soddisfatta, accettò la sua scelta, raggiungendola spesso per trascorrere insieme i fine settimana.

Agli inizi del 1997 fu trasferita a Roma al commissariato di Tor Carbone.

Fu in questo periodo che rimase incinta. A giugno del 1998 nacque Camilla.

Poi, a gennaio del 2004, quando la bambina aveva compiuto sei anni, venne trasferita a Messina, e assegnata alla Squadra Mobile della Questura. Ancora due anni e con il grado di vice questore arrivò anche la direzione della sezione omicidi.

I suoi ragazzi, come lei, con un vezzo di sapore cinematografico, amava definire i suoi più stretti collaboratori, la rispettavano per la sua franchezza e per l’innata capacità di andare sempre al nocciolo delle questioni anche se talvolta, quando perdeva le staffe, riusciva a essere dura come pochi.

Pur avendo ormai un robusto stato di servizio, e nonostante avesse una mira da tiratore scelto, da quando era entrata in Polizia, Mara non aveva mai avuto bisogno di usare la sua arma e di questo, ne aveva sempre fatto un motivo di vanto.

Tutti si ricordavano ancora di quella volta che con abilità riuscì a ricondurre alla ragione un uomo che, dopo aver ucciso a coltellate la moglie per un banale litigio, si era barricato in casa, nel popolare quartiere del Villaggio Aldisio, nell’estrema periferia sud ovest di Messina, minacciando di far esplodere l’appartamento. Al termine di un’estenuante trattativa, Mara l’aveva convinto a farla entrare in casa, ma prima di varcare la soglia di quello squilibrato si era liberata della pistola benché i suoi sottoposti glielo avessero sconsigliato. Il tutto era durato una decina d’interminabili minuti, al termine dei quali Mara era emersa dalla casa indenne, insieme all’omicida, che la seguiva docile come un agnellino.

Ma il lavoro, su cui fin dall’inizio aveva investito tutte le sue energie, alla lunga, si rivelò una coperta troppo corta, andando a intaccare profondamente la sua vita privata. Dopo la nascita di Edoardo, il secondogenito, avvenuta dieci anni prima, il matrimonio con Giulio, che fino a quel momento aveva continuato stancamente a navigare su un mare piatto, liscio come l’olio, mostrò nuovamente quelle crepe, che negli anni precedenti i due avevano tacitamente cercato di occultare con continue riverniciature della facciata, illudendosi così di scongiurarne il crollo definitivo. Resasi conto che sforzarsi di dare ancora ossigeno a una crisi ormai più manifesta di un’epidemia sarebbe stato inutile, oltre che insano, Mara era in ogni caso corsa ai ripari con l’obiettivo di salvare quel poco di buono che aveva costruito con il padre dei suoi figli. Fu lei ad assumersi l’ingrato compito di aprire il libro degli errori che avevano incrinato irrimediabilmente le basi del matrimonio. Il chiarimento definitivo tra lei e Giulio ebbe luogo attorno al tavolo della cucina un mese prima che la sua strada s’incrociasse con quella di Riccardo.

«Io non ti amo Giulio, non ti ho mai amato» aveva detto Mara con disarmante onestà.

«L’ho sempre saputo, ma speravo che col tempo...»

«L’amore non è una cosa che può nascere col tempo... O c’è o non c’è».

«Io ce l’ho messa tutta, ho sempre condiviso le tue scelte e rispettato le tue decisioni».

«Ti prego: smetti di fare la vittima e assumiti la tua parte di responsabilità».

«Allora perché mi hai sposato?»

«Perché sono un’impulsiva... lo sono sempre stata... e comunque non credere che anche io non ci abbia provato a far funzionare il nostro matrimonio... ma ora è giunto il momento di guardare in faccia la realtà... Se continuiamo a stare insieme è solo per i nostri figli».

«Non ti sembra sufficiente?»

«Forse lo è, ma non sempre... ci sono giorni in cui vedo in tutta la sua grandezza il grigiore della nostra vita e la cosa mi terrorizza, mi soffoca... sento che mi manca l’aria».

«Che vorresti fare, lasciarmi?»

«Non è questo il punto... ti prego non fare finta di non capire».

«E allora qual è spiegamelo».

«Anche se ti stimo, ti rispetto e trovo che tu sia il migliore dei padri, siamo due estranei, Giulio, lo vuoi capire... tra noi non c’è mai stato un briciolo di confidenza per non dire di complicità... non facciamo più l’amore ormai da anni e se non avessimo avuto il nostro lavoro mi chiedo dove saremmo andati a sbattere la testa».

Dopo averla ascoltata con quella solita disponibilità e pazienza che Mara cominciava a non sopportare più, Giulio le diede ragione. Nonostante l’insofferenza di Mara restavano la stima e il rispetto reciproco e, in qualunque modo fossero andate le cose, era un capitale a cui nessuno dei due avrebbe rinunciato così a cuor leggero.

E poi c’erano Camilla ed Edoardo, che Mara e il marito amavano più delle loro stesse vite.

Dopo due ore di discussione e tante sigarette, consapevoli che la soluzione cercata era lungi dall’essere ancora trovata, ma essendo troppo vigliacchi per chiuderla lì e amen, i due decisero di lasciare al tempo il compito di stabilire quando sarebbe giunto il momento di decretare la fine di una partita che si era tristemente conclusa a reti inviolate. Avrebbero navigato a vista, nutrendosi dell’amore dei figli e delle soddisfazioni che le rispettive professioni continuavano a garantire loro.

Ma poi era arrivato Riccardo e la vita di Mara era stata rivoltata come un calzino.

4

Mara si è appena lasciata alle spalle la località Paradiso e sta per imboccare via Libertà quando all’altezza dell’ex ospedale Regina Margherita il suo cellulare squilla nuovamente: è Camilla, la sua primogenita, che le ricorda la festa a casa di Gloria, la sua compagna di banco.

«Mi dispiace amore, ma non posso accompagnarti, ho avuto un imprevisto... ora chiamo papà».

«Va bene, mamma... ma quando torni?»

«Spero in tempo per darti la buona notte, amore mio».

«Ti voglio bene, mamma».

«Anch’io Camilla... anch’io...»

Chiusa la telefonata con la figlia, Mara, approfitta di uno dei tanti semafori rossi di quella chilometrica arteria per chiamare il marito.

Al secondo squillo Giulio risponde.

Senza scendere nei dettagli, Mara gli accenna del delitto, dicendogli che le sarebbe stato impossibile assolvere, almeno per quella volta, a uno dei suoi tanti doveri di madre.

«Non preoccuparti, ce la porto io... L’ultima paziente che avevo sulla lista mi ha dato buca... tra mezz’ora passo da casa a prenderla».

«Di’ a Polina di farla coprire bene, non voglio che prenda freddo».

Giulio la rassicura.

Mara gli chiede di Edoardo, in quei giorni in vacanza a Cortina con i nonni materni: «Io ho provato a chiamare mio padre ma il suo cellulare è sempre spento».

«Stai tranquilla: ci ho parlato io con Edoardo».

«E come sta?»

«Bene, dice che non ha nessuna voglia di tornare... Ah, pare sia andato anche sullo snowboard».

«Giusto perché io gli avevo detto di non farlo».

«Di che ti stupisci: è tuo figlio. Comunque è tutto confermato: arriveranno domani mattina presto».

«Okay Giulio... ora devo lasciarti... cercherò di non fare tardi...»

Chiusa la telefonata, Mara torna a concentrarsi su ciò che l’attende, ma man mano che il luogo del delitto si avvicina, l’ansia che l’ha accompagnata per tutto il tragitto verso Messina, torna ad assalirla.

Che le sta succedendo?

Cos’è quella paura che le fa desiderare di trovarsi a mille chilometri lontano da lì?

In fondo è solo un omicidio come tanti altri, no?

«Coraggio Mara» si dice. «Stringi i denti, concentrati e pensa a come beccare e sbattere dentro quel figlio di puttana».

Superato il semaforo all’incrocio tra via Cavour e via Tommaso Cannizzaro, il SUV svolta a destra: percorre ancora qualche centinaio di metri, poi svolta nuovamente a destra fino a che non entra in piazza XX Settembre accolto da un lampo che squarcia le nuvole, seguito da un terrificante tuono del tutto simile al ruggito di un animale, che a Mara pare incomba sinistro sulla testa di uomini e cose.

La