Frammenti by Claudia Fiorotto Zampieri by Claudia Fiorotto Zampieri - Read Online

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Frammenti - Claudia Fiorotto Zampieri

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2000

Lettera alla primogenita

Che eri una femmina l’ho saputo dal primo momento. Che ti avrei chiamata Beatrice l’ho pensato dopo, quando mi divertivo a scrivere liste di nomi su fogli volanti in giro per casa.

Tuo padre mi ridicolizzava, ma sai è fatto così, gli uomini difficilmente considerano l’importanza della scelta del nome di battesimo.

Beatrice, nella mia immaginazione, era un modo morbido per chiamarti, so che avrei poi optato per il suo diminutivo, Bea. Beata te piccola creatura - mi dicevo - quando ancora riuscivo a infilarmi i jeans stretti perché la pancia non si vedeva. Te ne stai in pace al calduccio in quella grotta umida e buia, ascolti le voci e cresci indisturbata.

Avevo una fame da lupo all’inizio, divoravo cibi salati, dolci e gelato a dismisura. Ma dal secondo mese mi sono placata. Sentivo che la frenesia aveva lasciato spazio a una quiete pacifica che io stessa stentavo a riconoscere. Quando ne avevo la possibilità, dopo il lavoro o le incombenze di casa, stavo sola cercando un contatto con te, ospite straordinaria della mia vita. Provavo a immaginarti nella complice affettuosità che si tesseva tra noi.

Non ho mai pensato tu arrivassi pretendendo di vivere a spese delle mie infaticabili energie. Ero stupita nel sentire come alcune amiche se ne lamentassero. Io preferivo chiacchierare con te a voce bassa, farti vedere e conoscere il ritmo delle cose della vita, quel che mi piaceva e di cui sentivo il bisogno.

Sapevo che avrei dovuto proteggerti, guidarti per non creare un mio doppio pur riconoscendo in te parti di un’altra me stessa.

A volte ho avuto l’illusione di sentirti, come se telepaticamente tu mi rispondessi. La tua era una voce saggia, cristallina e pura, il tono come di cantilena quando si recitano le filastrocche. E la cosa mi aveva davvero incuriosita, tanto che mi ritrovavo a parlare da sola e sentivo poi lo svolazzare giocoso delle tue risposte. Mi rassicuravi, questo solo ricordo, con una benevolenza che mi riempiva il cuore. Io non sapevo, non avevo ancora svelato tutta la violenza immagazzinata in fondo a me stessa e temevo, a volte, di non essere all’altezza del compito che avrei dovuto assolvere.

Le donne della mia famiglia hanno avuto vita dura, come molte altre sono state ferite, hanno abitato la paura e mascherato la loro ira nascondendola nel loro corpo. Tu questo dovevi saperlo, perché altrimenti non mi avresti scelta come madre. Nel tuo progetto vitale avevi messo in conto questa prova. Io ero ancora inconsapevole come spesso lo si è a venticinque anni o giù di lì.

Continuavo imperterrita, nell’andirivieni delle mie giornate, a focalizzare la mia attenzione alle cose pratiche. Come avrei sistemato la tua stanza? Che colori l’avrebbero vivacizzata? Il tuo corredo avrebbe avuto toni tenui e delicati o potevo azzardare qualcosa di più acceso e alla moda?

L’estate era scoppiata, con la sua calura umida e irriverente mi faceva sudare a dismisura tanto da vergognarmene. Ancora nessun progetto di vacanza, qualche cena tra amici e la disponibilità che spesso mi contraddistingueva di invitarne a casa per il fine settimana.

A Ferragosto che si fa?

Beh dai, quest’anno tutti da noi in giardino sperando non arrivi puntuale il primo temporale!

E il temporale è arrivato senza tanto preavviso, ma la serata è stata davvero piacevole per tutti. Io alla fine quasi non mi reggevo in piedi. Un lago di sangue, trattenuto dai pantaloni, mi ha catapultato drammaticamente nel malessere di una sconfitta terribile e bruciante. Ho anteposto gli amici a te! La faticata della giornata aveva messo a tacere il nostro dialogo interiore, non ho colto la tua voce, il tuo esortarmi a smettere e sono scivolata nel sonno del mio fare automatico.

Non so più dove ti ho persa. Sei scivolata via nel mare di sangue assorbito dallo sciacquone del bagno? Il chirurgo in ospedale mi ha rimproverata. Dovevo accorrere ai primi dolori, ma io non li ho sentiti o probabilmente ho minimizzato distrattamente la cosa.

Sono orfana, orfana di mia figlia che con tenerezza mi aveva abituato alla sua presenza e non riesco nemmeno a trovare le lacrime per espellere questo dolore. Lo voglio provare tutto fino all’ultimo, mi sono detta, ancora incredula distesa nel letto in ospedale.

Sono pallida, uno straccio sciatto che si aggira sui davanzali di casa e non sa dove posarsi. Passerà, succede, la natura fa il suo corso, vedrai la prossima volta andrà di certo alla grande! Le parole di mia madre, di mio marito e di qualche amica fidata.

Ho ascoltato quelle voci, accettando l’esproprio che ha spezzato l’incanto della mia attesa di te. 

Natività

Arcangelo era uscito nella corte con un fagotto in mano. Il vento gelido e pungente gli era indifferente. Avanzava con fierezza in direzione del recinto semiaperto dove riposava il suo amico fidato.

Tiraca, varda, varda qua la me fiola, l’è la me primogenita. L’è nata ades, ’no spetacol! Cossa ditu?

Il cane, al richiamo del padrone uscì scodinzolando dalla cuccia, annusò il fagotto insanguinato e si mise a guaire. Era il suo un appello accondiscendente alla vita, un inno partecipato alla gioia piovuta dal cielo in quella famiglia.

La neve imbiancava il paesaggio della campagna, grossi fiocchi si posavano sul corpicino nudo della bimba, Tiraca annusava la creatura, la leccava per darle il benvenuto mugolando festoso, mentre il suo fiato intenso creava come una barriera alle folate gelide che viravano altrove.

Arcangelo era stregato dall’immagine della piccola, la ricoprì prontamente e la sollevò al cielo ringraziando il buon Dio per averla fatta nascere, viva, dopo diciotto ore di travaglio.

Attilia, la moglie, era stremata. La piccola Marianna le aveva tolto ogni energia e ora non chiedeva che di riposare. La stanza piena di spifferi incominciava a girarle intorno, la levatrice aveva terminato il suo compito e, fuori dalla porta, dava ancora istruzioni alla vecchia di casa. Ma quella sapeva il fatto suo, annuiva cortese e non vedeva l’ora di starsene in santa pace con la neonata tra le braccia, a canticchiare filastrocche e a celebrare il suo rito di benvenuto.

Alle primogenite femmine si dovevano bendare per la prima notte i piedi, una volta cosparsi di terra fresca, affinché lo spirito, che sarebbe giunto nel corpo, riconoscesse l’importanza del radicamento alla madre terra. Questo trasmetteva la forza per non essere scalzate nel mondo degli uomini. Anche il ventre veniva cosparso di humus per garantire una sicura fertilità alla futura donna. Irina aveva imparato questo rituale dalla nonna che diceva di parlare con gli esseri del bosco. Teneva Marianna avvolta nella coperta di lana grezza e canticchiava felice: Oh grande Dea della grazia e della bellezza, per Marianna fortuna, amore e fervida saggezza affinché tutto ciò che vedrà si pieghi alla sua sicurezza!

Scesa in cucina aveva steso un telo immacolato sulla tavola, e ravvivato il fuoco nella stufa. Aveva ancora un po’ di tempo da dedicare alla piccola, prima di coricarla infagottata nella cesta di vimini preparata come giaciglio. Il piano della mensa era diventato il suo spazio consacrato, una sorta di altare, dove aveva posto Marianna che, quieta, dondolava il capo come fosse attratta da qualche invisibile presenza.

Irina puntava seria l’indice della sua mano destra verso l’alto camminando in tondo attorno al tavolo, pareva avvolta da una sfera di energia mentre asseriva: Io chiudo il cerchio sacro, ora mi trovo fra i due mondi. Io ti invoco, spirito del Nord, ti prego di unirti a Marianna e di concederle il potere della Terra, forza e saggezza. Sii benedetto.

Poi lentamente si spostava verso est e la sua voce si faceva più profonda nel pronunciare: Io ti invoco, spirito dell’Est, ti prego di unirti a Marianna e di concederle il potere dell’Aria, intelletto e ispirazione. Sii benedetto. Giunta poi davanti a Marianna che sgambettava indisturbata e gioiosa nel tepore della cucina, il suo tono si fece greve, come a sottolineare l’importanza delle parole che avrebbe pronunciato: Io ti invoco spirito del Sud. Ti prego di unirti a Marianna e di concederle il potere del Fuoco, passione ed energia. Sii benedetto. E in quella pur dando le spalle alla piccola neonata sentì la forza del fuoco abbracciare ed attraversare il corpo della bimba. Fece tre passi e si trovò sul lato corto del piano e con gran pacatezza attaccò: Io ti invoco spirito dell’Ovest. Ti prego di unirti a Marianna e di concederle il potere dell’Acqua, emozioni e intuito. Sii benedetto. Restava assorta come ipnotizzata dalle sue parole, il viso rivolto all’esterno e il dito della mano puntato verso l’alto. Poi, pian piano il braccio destro si spostò lungo il corpo e la sinistra prese ad alzarsi sino ad arrivarle di fianco alla testa che sembrava girare impercettibilmente. L’indice puntato verso l’alto disegnò un triangolo con la punta rivolta in basso mentre Irina pronunciava: Spirito dell’Ovest, ti ringrazio di esserti unito a Marianna e di averle concesso il potere dell’Acqua. Fece altri tre passi camminando sempre in tondo e si fermò. Prima disegnò col dito un bel quadrato nell’aria e ringraziò col medesimo rituale lo spirito del Nord per il potere della Terra, si spostò poco più a destra e tracciò un cerchio perfetto sospeso nella semi oscurità della stanza invocando e ringraziando lo spirito dell’Aria, piroettò su se stessa posizionandosi a sud formando un nuovo triangolo, questa volta con la punta rivolta in alto e rese grazie allo spirito del Fuoco per essersi unito a Marianna e averle concesso il potere del suo elemento.

Rimani se vuoi, vai se devi. Io ti congedo, sii benedetto. E con queste parole si spostò per aprire il suo cerchio al termine del rituale. Camminò in tondo in senso antiorario e riassorbì l’energia con l’indice della sua mano sinistra rivolto al soffitto dicendo: Il cerchio è aperto, ma non spezzato. In gioia il venire, in gioia l’andare e di nuovo in gioia il venire.

Marianna si era assopita, giaceva tranquilla sul piano rigido del tavolo in cucina consacrato a spazio magico per il suo essere.

Appena nata, separata dal mondo terreno, veniva inondata di magia che avrebbe trattenuto sino a quando non sarebbe stata pronta a liberarla. Ed era protetta, perché il cerchio fatato di Irina non avrebbe permesso ad alcuna forza negativa di entrare.

Gemelli

Tagliato il cordone ci si rincorre, uno cammina e parla prima dell’altro oppure sorride, piange, impara le cose giuste e sbagliate, indugia o è attento, rischia o preferisce la sicurezza di ciò che conosce.

Essere due gocce d’acqua non è uno scherzo, anche se a volte può tornar comodo spacciarsi l’uno per l’altro, ma solo per la somiglianza perché il carattere quello di sicuro non si clona.

Chi nasce per primo spiana la via