Lo strano caso di Erik Larsen by Marco Marzocchi by Marco Marzocchi - Read Online

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In una Bologna fredda, buia e caotica, dilaniata dalla violenza seriale del Killer delle universitarie, un personaggio afflitto da continue amnesie fa i conti con le proprie assenze e gli angoli incompresi della sua esistenza. Diviso tra lavoro d’ufficio e lunghe notti in cui perde completamente coscienza, cerca di rimettere assieme i tasselli della sua personalità, conscio di una solitudine totalizzante.

Nello strano caso di Erik Larsen sogno e realtà si mescolano; il protagonista, Erik, smarrito e disorientato, dipendente dall’alcol e da una droga chiamata Silver drops, cerca di aderire alla verità, di darsi delle risposte su se stesso e sulle sue notti che scorrono inconsapevoli.

Sullo sfondo di un’Italia distopica, in cui i diritti e le libertà dei cittadini sono stati schiacciati dal regime di un governo monarchico, raggiungerà spazi e tempi molto lontani, arrivando a conoscere cosa si cela nella conservazione dell’anima dopo la morte.
Published: StreetLib on
ISBN: 9788891109668
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Lo strano caso di Erik Larsen - Marco Marzocchi

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importanti

I

La cosa migliore per l'uomo sarebbe prendere alla lettera

questa metafora ormai logora: La vita è un sogno. Dare

importanza a questo sogno è volere che degeneri in un incubo.

(Louise-Victorine Ackermann Choquet,

Pensieri di una solitaria, 1882)

Un conato di vomito mi riempie la gola, ma lo trattengo.

Mi trovo nel teatro anatomico.

La meravigliosa sala, chiamata teatro per la caratteristica forma, fu progettata nel 1637 per le lezioni anatomiche dall'architetto bolognese Antonio Paolucci detto il Levanti, scolaro dei Carracci.

Costruita in legno d'abete e decorata con due ordini di statue raffiguranti in basso dodici celebri medici (Ippocrate, Galeno, Fabrizio Bartoletti, Girolamo Sbaraglia, Marcello Malpighi, Carlo Fracassati, Mondino de' Liuzzi, Bartolomeo da Varignana, Pietro d'Argelata, Costanzo Varolio, Giulio Cesare Aranzio, Gaspare Tagliacozzi) e in alto venti dei più famosi anatomisti bolognesi, è impreziosita da un incredibile soffitto a cassettoni, realizzato nel 1645 da Antonio Levanti e decorato con figure simboliche rappresentanti quattordici costellazioni. La cattedra del lettore, che sovrasta quella del dimostratore, è fiancheggiata da due statue dette Spellati, scolpite nel 1734 su disegno di Ercole Lelli, famoso ceroplasta dell'Istituto delle Scienze. Sopra al baldacchino si trova una figura femminile seduta, allegoria dell'Anatomia, che riceve come omaggio da un putto alato non un fiore, ma un femore; particolare che mi fece sorridere quando visitai la sala per la prima volta durante una gita organizzata dalle scuole medie del mio piccolo paese, situato poco lontano dalla periferia di Bologna.

Purtroppo la sala subì gravissimi danni nel bombardamento che il 29 gennaio 1944 distrusse quest'ala dell'edificio, ma venne ricostruita nell'immediato dopoguerra riutilizzando le sculture lignee originali, fortunatamente recuperate dalle rovine.

Un apparente medico è intento nella spiegazione dall’alto della cattedra. Gli studenti lo ascoltano con interesse.

«È lui che stiamo cercando» mi suggerisce una ragazza dai capelli rossi e gli occhi di ghiaccio che siede alla mia destra.

Sul momento non riesco proprio a capire perché mi trovo in questa sala anatomica, ma la cosa che più mi sconvolge è che il professore parla in modo strano, gli studenti sono vestiti in modo anomalo, tutto attorno a me non coincide con quello che la mia mente assocerebbe ad una lezione di anatomia tenuta nella mia epoca. E soprattutto non vedo penne a sfera. Ma solo calamai e penne con le piume.

«Hai capito Erik? È lui che dobbiamo prendere».

Continuo a non capire. L’unica cosa che sento è un rigurgito che mi risale l’esofago e vuole uscire come il getto di un idrante dal mio corpo. Inondo la scalinata mentre tutti si fermano a guardarmi. Pochi secondi e cado a terra come un peso morto, sbattendo la testa prima su di un banco di legno, poi direttamente sulle scale che portano alla zona centrale della sala, dove un altro medico sta amputando gli arti di un cadavere di donna posto sul tavolo operatorio.

Poi, non vedo più nulla.

II

Voi stesso potete plasmare e animare il gioco della vostra

vita a volontà, dipende da voi. Come la pazzia in un certo

senso elevato, è l’inizio di ogni sapienza, così la schizofrenia

è l’inizio di tutte le arti, di ogni fantasia.

(Hermann Hesse)

«Cerca di alzarti prima che sia costretto a chiamare la polizia!».

Questa è la prima frase che il mio cervello percepisce in quel maledetto lunedì mattina di novembre. Sono le parole di un anziano spazzino e le pronuncia dopo avermi assestato un colpo secco alla coscia con la sua scopa di saggina. Me ne sto accucciato ai bordi di un cassonetto dell’immondizia, ferito e con gli abiti sudici di vomito. Dall’odore che emettono posso quasi scommettere sul menù della sera prima: gyros. Un intruglio greco composto da carne di maiale, verdure, cipolla, patate e altre porcherie varie, che ora sono in bella mostra predigerite sulla mia camicia ricamata Gucci.

Ora, le cose da capire, e anche in fretta, sono almeno un paio: dove sono e come ho fatto a ridurmi in quel modo. Saranno all’incirca le sei del mattino. Il vicolo mi sembra tipico del centro di Bologna. L’accento dello spazzino confermerebbe la mia tesi. Cerco di alzarmi ma da ogni parte del corpo provengono dolori lancinanti, come se avessi passato le mie ultime ventiquattro ore in una miniera di carbone. Mi appoggio al cassonetto dell’immondizia e mi faccio coraggio. Una piccola signora mi passa di fianco e mi lancia un’occhiata decisamente non gratificante. Abbasso lo sguardo e controllo i miei abiti. Un vero cesso. Capito che probabilmente Gucci non mi assolderà come modello nella sua prossima sfilata, controllo la cintura dei pantaloni e se il portafoglio è ancora nella tasca posteriore destra. Lo apro e trovo tutto in ordine: settanta euro, tessera dell’accademia degli scacchi, carte di credito varie, alcuni scontrini, biglietto di un parcheggio e la foto del mio gatto. Nessuno mi ha rapinato. Dallo stato del mio abbigliamento e dal giramento di testa presumo con estrema arguzia di avere esagerato non solo con il cibo, ma anche con qualche intruglio di chiara gradazione alcolica; forse sono stato a una festa o forse semplicemente mi sono sbronzato da solo per dimenticare una ragazza. Nonostante lo sforzo per cercare di ricordare, la mia mente non trova alcuna risposta.

Decido allora di tornarmene a casa e di studiare la situazione dopo una doccia calda e una tazza di caffè. Forse è anche il caso di chiamare l’ufficio; di sicuro si staranno chiedendo dove sono sparito. Prima però devo affrontare il primo passo: arrivare al parcheggio e ritirare la mia auto senza dare nell’occhio. E non sarà una cosa semplice dato che sui miei abiti puzzolenti ci sono anche macchie di sangue, ormai secco e di dubbia provenienza. Passo di fianco a un’edicola che in esposizione offre la copertina shock del giornale locale Ancora una ragazza vittima del killer delle universitarie. La città è sotto shock. Bologna è presa d’assedio da polizia e forze dell’ordine; da mesi ormai questo killer terrorizza tutte le famiglie, assalendo solo giovani ragazze nella zona universitaria e disseminando sulle scene dei delitti indizi sulla sua presunta identità. In quel preciso momento mi salta alla mente uno stupido quanto inaspettato collegamento. Non ricordo nulla della sera prima. Ho gli abiti imbrattati di sangue. Mi sono risvegliato in un vicolo vicino alla zona universitaria. E se fossi io il killer che tutti cercano?

Non riesco neppure a terminare il pensiero che un conato di vomito mi sale nella gola, esce dalla mia bocca e ricopre in parte il cartello dell’edicolante dove la prima pagina del Resto Del Carlino è esposta dietro un pannello di plastica trasparente.

«Cosa stai facendo razza di ubriacone?»

L’edicolante, un uomo di circa centoventi chili, esce dal suo loculo ricoperto di carta stampata e con una scopa in mano mi sferra il secondo colpo della mattinata, diritto all’altezza del ginocchio sinistro. Mi piego e appoggio le mani sull’asfalto freddo per non cadere con la faccia a terra; il dolore è insopportabile. Alcuni passanti si fermano e mi lanciano occhiate di disprezzo allo stato puro.

«Mi scusi signore, non volevo. Le posso spiegare…»

«Lascia stare. Vattene immediatamente da qui e non ti fare più vedere, altrimenti chiamo la polizia».

E due. È passata solo un’ora ed è già la seconda volta che mi vogliono spedire in gattabuia e solo per avere usufruito di un cassonetto pubblico come materasso e avere vomitato un gyros greco su di un pannello espositivo. Si preannuncia una giornata di merda. Mi alzo, percorro via del Fico e cerco di avvicinarmi